New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

Tracce

... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

Storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Autori

Chi siamo

Cerca...

La storia di Stay Awake, uno degli album tributo più curiosi mai pubblicati

Quando Hal Willner mise insieme Walt Disney, Sigmund Freud, Ringo Starr, Sinéad O'Connor e tutti gli altri.

Tributiamo i dovuti omaggi

Un filo rosso collega le favole, la psicanalisi, i cartoni animati e una ricchissima lista dei più grandi musicisti di sempre. Un filo che il mago Hal Willner ha cominciato a intrecciare decenni fa, interrotto solo da una prematura dipartita.

  • Artista: AA.VV.
  • Titolo: Stay Awake (Various Interpretations of Music from Vintage Disney Films)
  • Anno: 1988
  • Tracklist:
    • I'm Getting Wet and I Don't Care at All (medley)
      • Hi Diddle Dee Dee (An Actor's Life for Me) da Pinocchio – 1:59 (performer: Ken Nordine, Bill Frisell, Wayne Horvitz)
      • Little April Shower da Bambi – 3:32 (performer: Natalie Merchant, Michael Stipe, Mark Bingham, The Roches)
      • I Wan'na Be Like You (The Monkey Song) da Il libro della giungla – 3:39 (performer: Los Lobos)
    • Baby Mine da Dumbo – 3:21 (performer: Bonnie Raitt, Was Not Was)
    • Heigh Ho (The Dwarf's Marching Song) da Biancaneve e i sette nani – 3:30 (performer: Tom Waits)
    • The Darkness Sheds Its Veil (medley)
      • Stay Awake da Mary Poppins – 1:48 (performer: Suzanne Vega)
      • Little Wooden Head da Pinocchio – 2:10 (performer: Bill Frisell, Wayne Horvitz)
      • Blue Shadows on the Trail da Lo scrigno delle sette perle – 3:50 (performer: Syd Straw)
    • Three Inches Is Such a Wretched Height (medley)
      • Castle in Spain da Babes in Toyland – 2:37 (performer: Buster Poindexter and The Banshees of Blue)
      • I Wonder da La bella addormentata – 3:22 (performer: Yma Sumac)
    • Mickey Mouse March da Il club di Topolino – 2:13 (performer: Aaron Neville)
    • All Innocent Children Had Better Beware (medley)
      • Feed the Birds da Mary Poppins – 4:17 (performer: Garth Hudson)
      • Whistle While You Work da Biancaneve e i sette nani – 2:22 (performer: NRBQ)
      • I'm Wishing da Biancaneve e i sette nani – 4:20 (performer: Betty Carter)
      • Cruella De Vil da La carica dei 101 – 2:15 (performer: The Replacements)
      • Dumbo and Timothy da Dumbo – 2:04 (performer: Bill Frisell, Wayne Horvitz)
    • Some Day My Prince Will Come da Biancaneve e i sette nani – 1:08 (performer: Sinéad O'Connor)
    • Technicolor Pachyderms (medley)
      • Pink Elephants on Parade da Dumbo – 4:54 (performer: Harry Nilsson)
      • Zip-a-Dee-Doo-Dah da I racconti dello Zio Tom – 3:16 (performer: Sun Ra & His Arkestra)
    • Second Star to the Right da Peter Pan – 4:02 (performer: James Taylor)
    • Do You See the Noses Growing (medley)
      • Desolation Theme da Pinocchio – 2:02 (performer: Ken Nordine, Bill Frisell, Wayne Horvitz)
      • When You Wish upon a Star da Pinocchio – 3:46 (performer: Ringo Starr, Herb Alpert)

L’arte della favola

Così teorizzava un secolo fa il padre della psicanalisi in merito a qualcosa di familiare nella nostra vita psichica:

Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.
Sigmund Freud

Qualcosa che è stato rimosso, ma che si ripresenta quando meno te lo aspetti e che in tedesco Freud definiva Unheimlich. Per noi è ciò che giace nascosto nelle pieghe del quotidiano, pronto a riaffiorare in qualsiasi momento lungo la complessa interazione tra l’Io e l’Altro. Non senza fatica, l’Io – che costituisce solo la punta dello sfaccettato iceberg chiamato “personalità” – tende a conservare un senso di unitarietà, a frenare una tendenza alla frammentazione probabilmente connaturata all’essere umano.

In realtà, anche se siamo uno, conteniamo infiniti universi e molteplici identità: siamo “tanti” pur restando noi stessi, e non è forse quello che accade nelle varie fasi della vita? A un certo punto del percorso ci rendiamo conto di cambiare conservando (e stratificando) elementi del passato. Siamo allo stesso tempo ramificazioni e radici incastrate in un presente che, chissà, forse rappresenta una mera parentesi illusoria nel flusso di memorie e aspirazioni, l’intercapedine che separa il susseguirsi di ieri e domani.

Per quanto ne sappiamo, il qui e ora potrebbe persino essere un’astrazione. Oppure una favola. Non un caso, allora, che certi angoli delle fiabe ospitino il rimosso e il perturbante: in fondo, mettono in scena delle metafore dell’esistenza o, se preferite, allestiscono una dimensione parallela che riflette – e in parte distorce – quella in cui viviamo. Un segreto noto all’inafferrabile animale del postmoderno, che sulla trasfigurazione di mitologie e novelle popolari ha costruito brillanti marchingegni in ambito letterario.

Per forza di cose più rapido a conquistarci rispetto ai romanzi di John Barth e di Italo Calvino ma composto della medesima materia, al tramonto degli anni Ottanta Stay Awake fonde arte pop, analisi psicanalitica e détournement situazionista in un disco di culto. Un disco dove sogni e incubi sono desideri di felicità.

Sogni e incubi, appunto.

L’arte della musica

Non sbuca dal nulla, la magia di Stay Awake:

Volevo fare il produttore. Cominciai a pensare che un giorno, nello stesso disco, mi sarebbe piaciuto ascoltare Carla Bley e Debbie Harry.
Hal Willner

A escogitarla e gestirla tirando molteplici fili in una tela di Penelope è Hal Willner: nome noto a pochi che catalogare alla voce “produttore” è riduttivo e sarebbe più saggio definire un vero e proprio artista, Hal era dotato di una precisa visione e di un’invidiabile apertura mentale responsabile di concetti musicali che meritano la qualifica di capolavoro.

In modo simile ad altri giganti, possedeva un tocco prodigioso che ha applicato alla poesia di William Burroughs – in combutta con i Disposable Heroes of Hiphoprisy, nientemeno – e di Allen Ginsberg. Era un eclettico che conservava sempre e ovunque uno stile unico, perfettamente a suo agio sul set del Saturday Night Live (dove nell’arco di un mese poteva invitare Miles Davis, Rod Stewart, Kinks e i Fear) e in studio con Gavin Friday, Lou Reed, Laurie Anderson e Marianne Faithfull. Instancabile e poliedrico, ha dato il via alla carriera di Jeff Buckley, collaborato con Robert Altman e Wim Wenders, curato raccolte dedicate a Lenny Bruce, Carl Stalling e Raymond Scott. Non male come curriculum, eh?

Per esempio, indovinate chi sarà mai stato dietro a una serata del genere.

Autentico artigenio come non ne nascono più, ci lasciava nel marzo 2020 – ironia della sorte, il giorno dopo aver compiuto sessantaquattro anni – per complicazioni legate al COVID-19. A suo nome vanta Whoops I’m an Indian, uscito nel 1998 per la Pussyfoot di Howie B. e passato pressoché inosservato malgrado un’inebriante mistura di voci “trovate”, suggestioni etniche e funk, venature jazz, echi di Sudamerica. Senza nulla togliere a un magnifico saggio di meticciato incatalogabile e atemporale, è per tribute album di gusto e intelligenza rari che i più lo serbano nel cuore.

Una manciata di dischi che, inconsapevolmente, ha scatenato una moda dagli esiti spesso trascurabili e che il Nostro decideva di registrare dato che nessun altro osava cimentarsi nell’impresa. Buon per lui e per noi, che in questi inarrivabili omaggi ammiriamo personaggi d’eccezione abbattere le barriere tra rock e jazz e il pantheon accogliere Nino Rota, Thelonious Monk, Kurt Weill, Charles Mingus, Marc Bolan, Harry Smith e i canti dei marinai. Un patrimonio da custodire con cura e che ogni volta Willner sigillava con gesto da signore, citando a mo’ di saluto nelle note di copertina un classico reso immortale da Billie Holiday: I’ll Be Seeing You. Ovvero, “ci vediamo”. Certo, amico. Ogni volta che vuoi.

L’arte della vita

Per introdurre l’ora abbondante di musica che scorre in Stay Awake basterebbe citare il sottotitolo Interpretazioni di musiche da film d’annata della Disney. È su “interpretazioni” che va posto l’accento e che bisogna focalizzare l’attenzione, poiché qui non ascolterete riletture calligrafiche, sdolcinatezze fastidiose e buonismo un tanto al chilo. Al loro posto, ecco fantastiche mutazioni di tasselli della cultura popolare che, a prescindere dalla controversa figura di Walt Disney, sono impressi in maniera indelebile nel nostro immaginario, nella nostra corteccia cerebrale e nel nostro bagaglio emotivo.

Per ogni risata ci dovrebbe essere una lacrima.
Walt Disney

Tasselli che per l’occasione assumono colori e angolazioni che parrebbero spuntare dal subconscio. Eccoci tornati al principio: al perturbante, alle favole, all’Io che si scinde in schegge di (ir)realtà. All’infanzia che diventa un’illusione, sgranata su ricordi fabbricati a posteriori con pochi lampi autentici che li tengono uniti mentre la serenità si increspa all’improvviso. Poco alla volta, mentre cerchiamo di capire dove abbiamo perduto l’innocenza e quale favola ci raffigura in maniera più precisa, accettiamo il fatto che narrazione può anche far rima con decostruzione.

Del tutto logico, quindi, che per un Topolino che simboleggia il bravo ragazzo americano esista la regina cattiva di Biancaneve, a Dumbo che spicca il volo risponda la fucilata che abbatte la mamma di Bambi. Perché la vita è così: un misto irregolare di contentezza e tragedia in cui le lacrime servono da collante. Nel suo teatro di rivisitazioni spesso radicali, Stay Awake mostra una ricerca di possibili armonie attraverso la musica, che da sempre è una componente fondamentale nell’universo Disney.

Uomini e topi.

L’equilibrio precario dell’esistenza è anche il terreno sul quale poggiano (e dove scavano: talvolta molto in profondità) i classici di zio Walt. Da cercare anche lì una delle ragioni della loro fortissima risonanza, di un ampissimo spettro di analisi, del vigore espressivo e della comunicativa che oltrepassano i decenni e uniscono generazioni lontane.

Sono pellicole che ragionano sui massimi sistemi come ogni favola che si rispetti e, in quanto tali, non fanno sconti a nessuno. Lo stesso vale per le canzoni che le accompagnano, ed è per questo motivo che, indagandone anfratti scuri e oasi di chiarore, Stay Awake rivela un confine tra luce e ombra così sottile e sfumato da dissolversi. Alla fine tutto quadra. Eccome.

L’arte del racconto

Che l’operazione sia incentrata sulla metamorfosi risulta lampante non soltanto dal confronto con le versioni originali, ma anche da un’efficacissima struttura metanarrativa, articolata su medley con titoli e atmosfere surreali e tracce autonome che fungono sia da divagazione che da sottolineatura.

Se prendessi una sezione trasversale del cuore di Hal, vedresti gli anelli di un vecchio albero saggio.
Tom Waits

Eloquente il mosaico di apertura, dove l’inquietante affabulatore Ken Nordine e l’arredo scolpito da Bill Frisell e Wayne Horvitz prendono le misure a Hi Diddle Dee Dee, sfumano nel viluppo vocale offerto da Natalie Merchant, Michael Stipe e le Roches per il jazz tra cameristico e agreste dell’incantevole Little April Shower e infine approdano all’esuberante gioia con la quale i Los Lobos affrontano I Wan’na Be Like You.

È solo il primo dei giochi di specchi che costituiscono l’ossatura di un’opera – en passant: dedicata alla memoria di Gil Evans, scomparso quell’anno – dove tutto si tiene, in una giostra di dettagli che non avevi notato in precedenza e una fitta rete di rimandi. Se Tom Waits si tuffa nel ventre della miniera dei sette nani con Heigh Ho riemergendone più satanico che mai, Bonnie Raitt e Was (Not Was) stendono lussureggianti pennellate blues in Baby Mine, il tenero Aaron Neville trasporta la Mickey Mouse March a New Orleans scortato da Dr. John fingendo che Full Metal Jacket non sia esistito e Sinéad O’Connor incastona una lama trasparente sulla chitarra di Andy Rourke in Some Day My Prince Will Come.

L’oscurità avanza tramite il brano omonimo dipanato in perfetta solitudine da Suzanne Vega e il crepuscolare country Blue Shadows on the Trail affidato a Syd Straw, ma niente paura, ché il mattino seguente gli NRBQ candeggiano il funk rock in Whistle While You Work, i Replacements deragliano con il rock’n’roll Cruella De Vil e Buster Poindexter si porge tropicale e sardonico per Castle in Spain.

Cucù!

Non mancano i numeri da prestigiatore, né le acrobazie: il gorgheggio metafisico di Yma Sumac in I Wonder, Harry Nilsson che assieme a Van Dyke Parks libera Zip-a-Dee-Doo-Dah dall’eredità di Phil Spector consegnandola a Brian Wilson, Frisell e Horvitz che raccordano le storie con puntuali interludi, l’alieno Sun Ra alle prese con una parata di elefanti rosa, James Taylor che si/ci avvolge in Second Star to the Right.

Quando Ringo Starr intona il saluto When You Wish upon a Star sull’orchestrazione di Lennie Niehaus e l’inconfondibile tromba di Herb Alpert, ti scopri catapultato in un White Album che, giusto vent’anni prima, segnava la fine di un’epoca. Come una fiaba che si ripiega su se stessa, proprio in quei solchi il commiato Good Night fa tabula rasa degli anni Sessanta mentre stende ponti sul futuro.

Per esempio, sull’attimo in cui Stay Awake riconduce al perturbante che scompone e riassembla meccanismi artistici e sociali, sparge stridori e offre epifanie. Sta tutto qui, bambine e bambini: tate volanti, mele avvelenate, cuccioli di cervo che diventano adulti come poi toccherà a voi. Bianco e nero o technicolor, non fa alcuna differenza. L’importante, stanotte, è restare svegli.

Non semplicissimo, di fronte a tanta dolcezza.

AA.VV. Disney Tom Waits Replacements Sinéad O'Connor Ringo Starr 

Siamo su Substack! Iscriviti per ricevere la newsletter e sapere quando pubblichiamo nuovi contenuti!