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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Smashing Pumpkins: i sogni siamesi non svaniscono all’alba

Trent'anni per il capolavoro di Billy Corgan (e compagni).

Anche se da anni il “signor B.” offre di sé uno spettacolo piuttosto patetico, c’è stato un tempo in cui la sua stella brillava luminosa. Un tempo lontano solo sulla carta, la distanza che ci separa da allora cancellata con un vero e proprio masterpiece.

  • Artista: Smashing Pumpkins
  • Titolo: Siamese Dream
  • Anno: 1993
  • Tracklist:
    • Cherub Rock – 4:58 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Quiet – 3:41 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Today – 3:19 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Hummer – 6:57 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Rocket – 4:06 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Disarm – 3:17 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Soma – 6:39 (testo e musica: Billy Corgan & James Iha)
    • Geek U.S.A. – 5:13 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Mayonaise – 5:49 (testo e musica: Billy Corgan & James Iha)
    • Spaceboy – 4:28 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Silverfuck – 8:43 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Sweet Sweet – 1:38 (testo e musica: Billy Corgan)
    • Luna – 3:20 (testo e musica: Billy Corgan)
  • Formazione:
    • Billy Corgan – voce, chitarre
    • James Iha – chitarre, cori
    • D'Arcy Wretzky – basso, cori
    • Jimmy Chamberlain – batteria

Today (and yesterday)

Bello o brutto che sia, non è mai facile fare i conti con il passato. Chiunque ha dei fantasmi che periodicamente gli fanno visita e con i quali deve discutere, ragionare, lottare, magari persino appacificarsi. A maggior ragione se, in quanto artista, il “qui e ora” dista anni luce dall’epoca d’oro e se la decadenza uno se l’è andata a cercare, gonfiandosi con altezzosità e melodrammi fino a scoppiare come ogni insicuro terminale che, ironia della sorte, rimane schiacciato da quella stessa corazza che ha costruito per proteggersi.

A prendersi eccessivamente sul serio, insomma, si rischia di fare una brutta fine. Prova ne sia che da troppo tempo Billy Corgan è una falena impazzita che sbatacchia contro un lampione, cambiando di continuo idea e direzione senza indovinare più una mossa. Ci guardiamo indietro e l’ultima faccenda decente risale al 1998, quando Adore svoltava in chiave goth mescolando elettronica e romanticismo in ciò che per l’artefice rappresentava una specie di ritorno alle origini.

Una falena impazzita.

Per noi, invece, si trattava di un’occasione in parte sprecata, ma soprattutto dell’inizio di un progressivo tracollo. Confessiamo di aver voluto tanto bene – di volergliene tuttora: altrimenti non staremmo per scriverne in termini elogiativi – a Siamese Dream. Confessiamo anche di pretendere molto dai primi della classe, mentre a questo punto dovremmo verosimilmente accantonare ogni residua speranza e farci una ragione del declino.

Basta un rapido (e impietoso) confronto tra quanto l’uomo ha proposto dalla fine degli anni ’90 e un disco epocale che, sicuro e disinvolto, passa da furibondi assalti a ballate in glassa di archi. Che, non contento, indaga ogni sfumatura compresa nel mezzo, cancellando la distanza tra un rock cosparso di lustrini e un hard che maneggia seduzioni pop (qualcuno ha detto Cheap Trick?) attraverso il grunge, che spesso e volentieri profumava di Black Sabbath e Beatles e nel calderone gettava la psichedelia e la new wave.

Ingredienti che Siamese Dream dosa con maestria, speziandoli con altri sapori in un bagliore di grazia irripetibile prima di pagare cari gli onori e la gloria. A suo modo esemplare, la parabola discendente degli Smashing Pumpkins: da simbolo di un decennio, sono stati gradualmente messi in disparte dal pubblico e randellati con piena ragione dalla critica. In un triste spettacolo, già in vetta perdevano pezzi, allorché Jimmy Chamberlin esagerava con gli stupefacenti e il tastierista aggiunto Jonathan Melvoin ci lasciava le penne. Un brutto cliché rock. Anzi: il peggiore. Poi, lo sforzo di cambiare pelle con Adore e il pastrocchio Machina, i viavai attorno al leader incontrastato e il primo scioglimento.

Quel giorno l'ho combinata davvero grossa… :(

Infine, la farsa di capitomboli assortiti e incoerenti sulla quale preferiamo non dilungarci. Tuttavia, se il passato è una brutta bestia, bisogna dare a Cesare quanto gli spetta ed eccoci a lodare qualcosa che occupa un posto importante nel cuore. Ed è per l’appunto al cuore che, nei limiti del possibile, abbiamo cercato di imporre il minimo sindacale di obiettività. Anche se, non senza sorpresa, tre decenni dopo ci siamo scoperti ancora disarmati da un sorriso.

Da Chicago, per servirvi

Gente tosta, operosa e fiera, gli abitanti di Chicago, terzo polo che nel mezzo del Grande Paese simboleggia l’America più vera e profonda. Per un doveroso approfondimento consigliamo la lettura del puntuale saggio Il maiale e il grattacielo scritto un quarto di secolo fa da Marco d’Eramo, annotando come non sia affatto un caso che questa vicenda prenda le mosse nella metropoli che si affaccia sul lago Michigan. Così come risulta difficile immaginare la nascita dei Sonic Youth in un luogo diverso da New York, la giusta distanza e il retaggio cittadino hanno garantito agli Smashing Pumpkins uno stile e un’identità, sebbene il quartetto non sfuggirà suo malgrado alla nefasta etichetta di “nuovi Nirvana”.

Due spiccioli di cronistoria: figlio di un chitarrista jazz, William Patrick Corgan è un classe 1967 cresciuto nei sobborghi di Chicago che, diciannovenne, cerca fortuna in Florida con i Marked e un metal goticheggiante di cui nessuno si accorge. Rientrato in Illinois, nel negozio di dischi dove lavora conosce lo studente di arti grafiche James Iha, buttano giù materiale con una batteria elettronica, la fascinosa D’Arcy Wretzky si unisce nel ruolo di bassista e iniziano una trafila di concerti che culmina in una data di spalla ai Jane’s Addiction, profonda ed evidente influenza su chi, bisognoso di qualcuno in carne e ossa dietro tamburi e piatti, accoglie Jimmy Chamberlin.

L'influenza dei Jane's Addiction soprattutto nella scelta delle camicie.

Questa la squadra che nel 1990 esordisce per un piccolo marchio locale con il quarantacinque giri I Am One. Il dischetto va a ruba, la Sub Pop se ne accorge e si offre per il successivo Tristessa, che rende il nome chiacchierato e oggetto di una guerra a colpi di offerte. Tutt’altro che sprovveduti, i Nostri vedono lungo e, in cerca di una major che abbia credibilità in ambito indipendente, si affidano a una Virgin che dirotta l’LP di debutto Gish sulla sussidiaria Caroline.

Del colpo al cerchio e alla botte beneficia il rimarchevole biglietto da visita che, con la regia di Butch Vig, presenta un linguaggio ben definito: durezze al confine del metal e impeto da arena sono temprati dall’introspezione testuale e da un bagaglio di ricercatezze arty che sfocia in echi post-psych e shoegaze. Nella primavera ‘91 è un interessante esempio di crossover, l’elevato livello della scrittura assicura il favore delle radio universitarie e il ragazzo capisce di aver imboccato la strada giusta. Dal traguardo lo separa una serie di incidenti, ma artisticamente ne uscirà più forte che mai. Viene da Chicago, lui. Non scordatevelo.   

Ricordiamoci che è iniziato tutto così.

Gemelli siamesi

In era pre-Internet, per consolidare ed estendere il successo in America si deve per forza di cose battere il territorio palmo a palmo. A questo serve un anno trascorso “on the road” ad aprire esibizioni di Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam; tuttavia, il problema è un contraccolpo che approfondisce le spaccature in una formazione che già non se la passa benissimo: James e la Wretzky concludono la loro relazione sentimentale, il batterista indugia in tossiche dipendenze e Billy soffre di depressione. Un potenziale disastro, nondimeno i Love insegnano che dallo sbando a volte può nascere un capolavoro e così sarà.

Dopo il passaggio alla Hut – si resta comunque chez Richard Branson – il gruppo rientra in studio con Vig. Corgan reagisce facendo quasi tutto da sé, sfacchinando quindici ore al giorno con una concentrazione che rasenta il maniacale per dare forma a ciò che ha in testa. Di conseguenza, i rapporti si logorano ulteriormente: in un’atmosfera pesante c’è chi tace e chi si chiude a chiave in bagno, mentre il capobanda stratifica decine di chitarre e si occupa anche delle parti di basso, Chamberlin fa il suo e poi sparisce in cerca di “fornitori” finché non lo spediscono in clinica.

Nel frattempo, il budget è stato sforato, sulla tabella di marcia aumentano i ritardi e la casa discografica esige spiegazioni. Quando finalmente Billy si dice soddisfatto dell’esito, lui e Butch Vig sono talmente esausti da dover affidare il missaggio ad Alan Moulder, noto per aver messo mano a Loveless dei My Bloody Valentine. Chiuso il cerchio con l’ultimo tratto mancante, nell’estate 1993 Siamese Dream irrompe in classifica alla decima piazza tra gli applausi della stampa: entusiasmo giustificato, poiché l’intreccio tra dilatazioni acidule e impennate Seventies, tra malinconie estatiche e incursioni rumoriste, racconta una compiutezza stilistica a tutto vantaggio di melodie vincenti e mai banali.

La gloriosa era delle missioni spaziali.

La magia che si smercia in milioni di copie porge l’irruenza ruvida ma epidermica di Quiet, una Geek U.S.A. all’insegna della furia calibrata, la vigorosa e ipnotica Rocket, l’articolazione da manuale del moderno acid rock Soma, i cambi di passo e atmosfera del riassunto estetico Silverfuck. In un programma immacolato, a splendori che vestono il White Album con stoffe hard rock come la polemica Cherub Rock e l’inno Today risponde la malinconia cameristica in punta di archi e acusticherie della vibrante Disarm e di una più lieve e avvolgente Sweet Sweet.

Il gelataio guardone.

Canzoni che si fissano saldamente nella memoria anche quando sono ricoperte da una scorza ruvida, ché è proprio dopo averci sbatacchiato a dovere con tumulti ritmici e riff acuminati che quelle stesse canzoni spingono a inseguire un’emotività in controluce. Ciò che di primo acchito può sembrare (e più tardi sarà) affettazione è invece una partecipata, sincera autoanalisi da “adolescente maturo” che irrobustisce il legame tra slancio e visionarietà. Da lì trae forza l’equilibrio dell’umbratile Hummer e del delicato acquerello lisergico Luna, dello scintillante dream pop a tinte psichedeliche Mayonaise e di un’accorata Spaceboy che attualizza il Marc Bolan più intimista.

La lucida reazione alle avversità consacra gli Smashing Pumpkins anche grazie alla decisione di pubblicare Today e Disarm su singolo corredandoli con azzeccati videoclip. Dopo di che, la band di punta del Lollapalooza edizione 1994 conclude l’ennesima serie di concerti e si mette al lavoro con Flood e Moulder. Il doppio Mellon Collie and the Infinite Sadness lo conoscerete a memoria, dunque concorderete che si tratta di un album ottimo con episodi di assoluta eccellenza. Ciò premesso, è impossibile non riconoscervi il primo palesarsi della magniloquenza (significativa una lunghezza eccessiva a fronte dell’altalenante standard compositivo) e di una tendenza a sovraccaricare gli arrangiamenti che presto affosseranno la creatività.

«We completely lack any kind of ideals» — il manifesto (ironico solo fino a un certo punto) di una generazione.

Alla fine, più che il repentino tramonto di una stella appesantita dall’ego smisurato e da ambizioni mal riposte, l’autentica tristezza infinita sta nel vedere ciò che rimane di un talento recitare da prigioniero di se stesso. Pur con un inevitabile filo di amarezza, è meglio far finta di niente e gettarsi a capofitto dentro uno dei nostri sogni preferiti. Come ogni notte da trent’anni, Siamese Dream ci attende a braccia aperte per regalarci l’ennesima rivelazione.

Smashing Pumpkins The Smashing Pumpkins Billy Corgan 

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