New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

Tracce

... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

Storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Autori

Chi siamo

Cerca...

Sly and the Family Stone: il mondo è in rivolta

Storia di un capolavoro figlio di tempi bui.

Quando un disco nasce da un baratro e racconta tempi difficili è quasi sempre un capolavoro. Nella storia gli esempi abbondano, ma pochi sono allo stesso tempo un “a sé” e una pietra di paragone come There’s a Riot Goin’ On.

  • Artista: Sly & the Family Stone
  • Titolo: There's a Riot Goin' On
  • Anno: 1971
  • Tracklist:
    • Luv N' Haight – 4:01 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Just Like a Baby – 5:12 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Poet – 3:01 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Family Affair – 3:06 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Africa Talks to You "The Asphalt Jungle" – 8:45 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • There's a Riot Goin' On – 0:04
    • Brave & Strong – 3:28 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • (You Caught Me) Smilin' – 2:53 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Time – 3:03 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Spaced Cowboy – 3:57 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Runnin' Away – 2:51 (testo e musica: Sylvester Stewart)
    • Thank You for Talkin' to Me Africa – 7:14 (testo e musica: Sylvester Stewart)
  • Formazione:
    • Sylvester "Sly Stone" Stewart – batteria, tastiere, sintetizzatori, chitarre, basso, voce
    • Rose Stone – voce, tastiere
    • Billy Preston – tastiere
    • Jerry Martini – sassofon
    • Cynthia Robinson – tromba
    • Freddie Stone – chitarra
    • Ike Turner – chitarra
    • Bobby Womack – chitarra
    • Larry Graham – basso, cori
    • Greg Errico – batteria
    • Gerry Gibson – batteria
    • Little Sister – cori

Ho voluto portarvi più in alto

Stare al mondo significa anche scavalcare una serie di ostacoli per arrivare a sera stanchi e tuttavia orgogliosi. Specie se nel quotidiano arrabattarsi si ricava arte senza tempo come Sly Stone, che – a un apice creativo ma in piena discesa sotto il profilo esistenziale – replicava nei solchi di There’s a Riot Goin’ On al quesito posto qualche mese prima da Marvin Gaye con What’s Going On. A farla breve, se nel 1971 in America chiedevi “cosa sta succedendo?” ti potevano rispondere che c’era una rivolta in corso mettendoti in mano due pietre miliari. Due dischi distanti nelle premesse, nelle forme e nei contenuti che fotografavano una realtà in rapida e drammatica mutazione.

Al pari dell’album che ha consacrato Gaye, l’oggetto del presente articolo vanta una bellezza e un’importanza che si estendono al di là dell’ambito stilistico di riferimento. La sua ineffabile e fascinosa enigmaticità appartiene al testamento di un’artista che, accesa la miccia della rivoluzione in una festa danzante dove il soul abbraccia la psichedelia, si è trovato a tratteggiare concrete distopie e a specchiarsi nel pozzo di insania nel quale era scivolato. Malgrado ciò, non si è dato per vinto: ha inseguito oblique sintonie tra quanto lo circondava e il proprio spazio interiore e, cavalcando la libertà che incarna lo spirito degli anni ’60, ha immaginato un domani privo di discriminazioni tra stili, gender e razze.

Famiglia allargata.

Anche per queste ragioni uno snodo fondamentale nell’evoluzione della popular music, il linguaggio di Sly Stone poggiava la forza innovativa su un delicato equilibrio tra istinto e razionalità che è durato giusto il tempo sufficiente per un poker di album. Imperdibili esempi saccheggiati dai maestri dell’hip hop ma non solo, quei dischi favolosi posseggono inoltre significati di rilievo dal punto di vista sociale, a partire da un gruppo che più misto non si sarebbe potuto nemmeno pianificandolo a tavolino, battezzato “famiglia” a sottolineare il legame tra i membri e gli elementi teoricamente opposti che ne costituiscono la struttura e l’estetica.

Gli stessi che sono alla base di una musica da subito classica, di una freschezza invidiabile e di una modernità insieme complessa, robusta e spontanea. Autentico pluribus unum che, nonostante l’infrangersi del sogno che rappresentava, tuttora ci porta “più in alto” come l’artefice cantava di voler fare. A suo modo galantuomo, Sly Stone ha tenuto fede alla promessa e tanto basta (avanza perfino) ad accantonare eccessi e sregolatezze. Robetta per gente comune, quella, laddove – Shakespeare insegna – la pazzia dei grandi non deve restare inosservata. Benvenuti nell’universo meravigliosamente capovolto di un genio.

Welcome to the Family!

Cose del tutto nuove

In attesa di leggere l’autobiografia Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin), di Sylvester Stewart impressionano subito la chiarezza di intenti e l’ampiezza della visione con le quali si accosta a una musica respirata tra le mura di casa. Dapprima in Texas, dove nasce nel marzo 1944, secondo di cinque figli di una famiglia devota che trasloca a Vallejo. A nord ovest di San Francisco, l’undicenne che tutti chiamano Sly è un prodigio che la tipica trafila allontana dalla chiesa verso luoghi inesplorati. Se alle elementari partecipa al 78 giri gospel del family affair Stewart Four, più tardi allestisce un ensemble doo-wop, i Viscaynes, dove la presenza di visi pallidi e di un filippino punta all’integrazione e al meticciato.

Verso la fine degli anni ’50 pubblicano alcuni 7” e idem l’iperattivo, eclettico cantante/polistrumentista che studia composizione, lavora per stazioni radio R&B introducendo la British Invasion e produce Beau Brummels, Mojo Men e Great Society. Cerchi che si chiudono, poiché dall’ammirazione per Beatles e Rolling Stones passa a trafficare direttamente con beat, folk-rock, garage e avvisaglie di psichedelia, in un lussuoso apprendistato da appaiare ad altre uscite sul piccolo formato e al lavoro di turnista con Ronettes, Dionne Warwick e Righteous Brothers. Passo immediatamente successivo è la fusione tra ’66 e ’67 delle band guidate da lui e dal fratello chitarrista Freddie.

La nuova impresa ne distilla il meglio, dai fiatisti Cynthia Robinson e Jerry Martini alle tastiere di una terza Stewart, Rose, dal batterista Greg Errico a Larry Graham Jr., bassista che lascerà il segno con la tecnica slap. Vi presentiamo Sly & the Family Stone: uomini che cantano e donne che suonano, neri e bianchi tutti insieme appassionatamente. Spettacolo inedito di suo cui si abbinano eccitanti sonorità, il look ironicamente eccessivo raccolto da George Clinton e l’arguzia strategica di chi, avendolo frequentato a lungo, si muove abilmente nello show business. Sul palco il sestetto scatena coreografie fantasiose e intreccia voci, ottoni e ritmi contagiosi in un cocktail di pop, soul, funk, rock e assortite bizzarrie. Ne resta impressionato David Kapralik, giunto da New York con un contratto Epic firmato seduta stante.

E via tutti a fare il trenino.

Al tramonto del ‘67 l’esordio A Whole New Thing si racconta acerbo, ma a breve Dance to the Music chiarisce il valore del gruppo nel brano che lo intitola, nella souledelia di Dance to the Medley e Color Me True, nel funk garagista Are You Ready, in una Don’t Burn Baby in scia ai Love latineggianti. Qualche mese e l’America raggelata dagli omicidi di Martin Luther King e Robert Kennedy apprezza in Life l’orecchiabile vigore di Fun, Love City e Dynamite, la briosa title track, una stravolta Into My Own Thing e Plastic Jim, che cita i Fab Four non potendoli ancora campionare.

La vera svolta arriva quando la filastrocca “con messaggio” Everyday People centra il primo posto e spiana la strada a Stand!, asso a 33 giri calato nella primavera 1969 aggiungendo uno slanciato brano omonimo, l’apoteosi I Want to Take You Higher e la scattante Sing a Simple Song, altrove rivisitando elegantemente James Brown (You Can Make It if You Try), innestando temi sociopolitici su funk lisergici (Don’t Call Me Nigge, Whitey) e sperimentando con disinvoltura (Sex Machine, Somebody’s Watching You).

Acclamato da chiunque e trionfante a Woodstock, Sly rifiata con le hit Hot Fun in the Summertime e Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) ripescate nella coda dell decennio dal vendutissimo Greatest Hits natalizio. Ancora non lo sa, ma il meglio e il peggio stanno per arrivare nello stesso lunghissimo istante.

Gente comune che fa «Ohh, sha-sha».

Paura e delirio a Los Angeles

Negli Stati Uniti il cambio di decennio è legato a un profondo senso di sconfitta. Nixon occupa la Casa Bianca, i poteri forti spazzano via i sogni di una generazione, la controcultura batte in ritirata e ovunque divampano disordini. Nel fosco quadro i Fratelli uniscono mitologia, storia, cinismo e utopia in musiche che sono veicolo e corpo di una ricerca di identità. Mentre il jazz viaggia nel cosmo, il funk si aggira tra paesaggi urbani con l’aspetto allucinato che in There’s a Riot Goin’ On raggiunge un irripetibile a sé per la genesi particolare e complessa e per un artista in bilico tra squilibrio e lucidità (netta prevalenza per il primo, in ogni caso) che ritrae la nazione allo sbando sotto un groove.

Come per il prototipo del rocker di colore Arthur Lee, il crocevia tra blackness e hippismo diventa motivo di disagio per una star stressata che si sente fuori posto. Cercando rifugio in cocaina e PCP, Sly ne è presto dipendente, si presenta ai concerti in condizioni imbarazzanti oppure dà buca e insomma perde il controllo di sé e della situazione. Nel gruppo serpeggiano dissapori, le Pantere Nere chiedono più militanza e la Epic esige materiale commerciabile: a un punto di non ritorno, dall’occhio del ciclone nasce una reazione di surrealismo stridente e bagliori di luce, di ironia affilata e scampoli di autoanalisi.

Sto messo un po' così, ma vedrete che ora mi ripiglio.

Finora Sylvester ha abbattuto una serie di muri stilistici e sociali, dunque puoi capirlo se, sfinito com’è, abbassa la guardia e soccombe al vizio. In una concatenazione romanzesca che piacerebbe a Quentin Tarantino, nel 1970 trasloca a L.A. facendo comunella con Terry Melcher, produttore discografico conosciuto tramite la madre (l’attrice Doris Day) interpellata per l’acquisto di un’auto d’epoca. Sfumato l’affare, affitta da John e Michelle Phillips dei Mamas & Papas la sfarzosa villa con annesso studio di registrazione che appare nella sigla iniziale della serie televisiva The Beverly Hillbillies.

Il portone della villa si apre al minuto 1:40 circa.

Al numero 783 di Bel Air Road i lavori si protraggono intervallati da sortite ai Record Plant di Sausalito, la collaborazione non accreditata di amici illustri (Bobby Womack, Herbie Hancock, Billy Preston, Ike Turner e, leggenda vuole, Miles Davis) e figure poco raccomandabili assoldate dal capobanda che estromettono i membri del gruppo. In balia degli stupefacenti, sul crepitare di una delle prime batterie elettroniche, il Nostro spesso fa da sé e incide, cancella, reincide. I nastri si deteriorano sfociando in un suono paludoso e oppiaceo e nel senso di caos a stento imbrigliato che anticipano Exile on Main Street.

Coraggioso e forte

Tutt’altra faccenda, invece, la rabbia impotente che affiora dalla copertina. Assenti titolo e autore, una bandiera a stelle e strisce con l’aria del rimasuglio pop art rimpiazza il blu con il nero, mentre sul retro campeggia un caotico collage poi ripreso dai Beastie Boys in Check Your Head. In bilico tra analisi dell’attualità e slancio futurista, l’artwork rappresenta la perfetta introduzione a canzoni enigmatiche che catturano inesorabilmente con le loro atmosfere dilatate però dense, da una Runnin’ Away di ingannevole e appiccicosa rilassatezza alla Spaced Cowboy che trasloca lo yodel ai Caraibi, passando per le traiettorie pigre della minimale Family Affair e la distesa estasi Just Like a Baby.

Confusione ragionata.

In un LP compatto ma sottilmente articolato e a lento rilascio, ai funk duri e impuri (Luv N’ Haight, Brave & Strong) e alla psichedelia del ghetto (Time) rispondono il brevissimo silenzio della beffarda title track, gli ammalianti stordimenti Poet e Africa Talks to You, la ballata oltre l’orlo di una crisi di nervi (You Caught Me) Smilin’, l’implacabile funkadelia di Thank You for Talking to Me Africa. La somma restituisce un capolavoro nuovo a ogni ascolto, che in quei giorni strani si arrampica fino in cima alla classifica, segnando però il crollo definitivo.

La Famiglia si smembra e un leader inaffidabile, pieno di debiti, prigioniero delle droghe e dei suoi fantasmi smarrisce il poco senno rimastogli. Buono nel 1973 Fresh e discreto l’estate successiva Small Talk, Sly sposa l’attrice Kathy Silva in una cerimonia kitsch al Madison Square Garden e il matrimonio andrà immediatamente a rotoli. Carriera e vita lo seguono in una sequenza desolante di fiacchi album solisti, magagne giudiziarie e vani sforzi di risalire la china.

La rete, al riguardo, vi offre tutta l’aneddotica che volete. Da parte nostra soprassediamo, convinti che pescare nel torbido renda un pessimo servizio a un talento immenso. Preferiamo annotare che una caduta così rovinosa e grottesca sembra il gesto estremo di un’anima fragile che non voleva più giocare secondo regole altrui. Di un individuo che, braccato dalla rivolta che gli infuriava in testa, ha seguito il metodo della propria follia seminando indizi preziosi e poi – parole sue, nascoste con apparente indifferenza nel successone Runnin’ Away – è «scappato fino a consumarsi le scarpe». Oggi, forse, quell’uomo ormai ottantenne ha smesso di fuggire. Thank you for singing to us, Sylvester.

Parlando di scarpe...

Sly and the Family Stone Sylvester Stewart 

Siamo su Substack! Iscriviti per ricevere la newsletter e sapere quando pubblichiamo nuovi contenuti!