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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Guida al punk in 10 dischi

Ok i Sex Pistols, le creste, gli spilloni da balia e le magliette bucate. Ma poi?

Eddy Cilìa distribuisce consigli per gli ascolti ai principianti assoluti: 10 album-simbolo per tracciare a grandi linee un fenomeno sociale e di costume che, musicalmente parlando, è stato una rivoluzione. O no?

Nella storia del rock i decenni non sono stati quasi mai di dieci anni. Paradigmatico quello fondante e favoloso per antonomasia, i ‘60: che iniziavano con l’uscita nel marzo 1963 del primo LP dei Beatles, Please Please Me, e si congedavano il 3 luglio 1971 con la prematura dipartita di Jim Morrison che andava dietro a quelle al pari intempestive di Jimi Hendrix (18 settembre 1970) e Janis Joplin (4 ottobre). E pure il concetto di “anno” è alquanto elastico. Pensi al punk “classico”, all’originale (non all’hardcore che lo tallonerà dappresso, men che mai al revival che segnerà i primi ‘90 a colpi di dischi da milioni di copie), e chiunque del rock sia fermo anche all’ABC a cui sia richiesto di indicare quando fece irruzione alla ribalta, segnando una cesura nettissima fra quanto successo “prima” e quanto accadrà “dopo”, non avrà esitazioni: nel 1977. Giusto. Solo che, se era un 1977 che finiva in lievissimo ritardo – il 14 gennaio seguente, giorno in cui i Sex Pistols chiudevano al Winterland Ballroom di San Francisco il primo e ultimo tour americano –, su quando cominciò esistono varie scuole di pensiero. Chi dice il 30 marzo o il 16 agosto 1974 (!), date in cui i Ramones rispettivamente suonavano per la prima volta in pubblico e debuttavano al newyorkese CBGB’s. Chi il 6 novembre 1975, quando su questa sponda dell’Atlantico furono Johnny Rotten e soci ad affrontare per la prima volta una platea, in una palestra scolastica e senza che a dire il vero se ne accorgesse nessuno, laddove quando il 12 febbraio 1976 apriranno per Eddie & the Hot Rods al londinese Marquee faranno invece rumore, in ogni senso. Per certo si verificava un decisivo allineamento di pianeti il 4 luglio 1976: mentre i Ramones esordivano a Londra, i Clash esordivano in assoluto, a Sheffield, di supporto ai Sex Pistols (il 6 toccherà ai Damned). Esattamente un mese prima costoro erano andati in scena a Manchester e a vederli erano solo in quaranta, ma fra quei quaranta figuravano futuri membri di Buzzcocks, Joy Division, Fall e Smiths. Tutti d’accordo che senza Ramones e Sex Pistols il punk ci sarebbe stato lo stesso ma non sarebbe risultato altrettanto dirompente?

Dicevamo: una cesura. Questione più di spirito che di musica però, siccome sul secondo fronte il punk aveva avuto tali e tanti antesignani – dai Kingsmen di Louie Louie (1963) ai Them di Gloria (1964), dagli Who di My Generation (1965) ai Troggs di Wild Thing (1966), agli Stooges di I Wanna Be Your Dog (1969), passando per le miriadi di band (Sonics e Count Five in primis) che da Nuggets in poi chiamiamo “garage”, ma prima indovinate come? Punk. E poi il glam e il pub rock in Gran Bretagna, i New York Dolls all’ombra della Grande Mela – che più che rivoluzionario bisognerebbe considerarlo, nell’accezione etimologica del termine, reazionario. Giacché rappresentava esattamente un reagire, un andare contro per un verso a un lustro di cantautorato al potere, per un altro al gigantismo cui soprattutto con il progressive era approdato il rock. Diventando una faccenda per strumentisti provetti e dunque l’opposto (il punk lì tornava) del primo rock’n’roll. Nel dicembre 1976 la fanzine Sideburns pubblicava un’illustrazione la cui didascalia così recitava: «Questo è un accordo, questo è un altro, questo è un terzo. E adesso forma una band». Contrordine, lettori e lettrici! Il punk fu una rivoluzione. Eccome se lo fu.

Ramones

Ramones
(Sire, 1976)

Si può essere inetti e geniali e mai gruppo ne ha dato dimostrazione più eclatante dei Ramones, gli iniziatori del punk essendosi formati nel 1974 e avendone pure inventato, per quanto a mezzi con Richard Hell, il look. Metà del quale era in realtà un omaggio un po’ agli anni ‘50 (i giubbotti di pelle) e un po’ ai ‘60 (le chiome a caschetto). Non i soli debiti con il passato di una band che prendeva il rock pre-Beatles, il pop alla Phil Spector e il surf dei primi Beach Boys, centrifugava il tutto e lo risparava fuori a cento all’ora e ridotto ai fondamentali: un ritmo in 4/4, una melodia, un ritornello. Ma chi l’ha detto che non conoscevano che due accordi? Testimonia altrimenti il lato A del singolo che nel febbraio 1976 inaugurava insieme la prima stagione del punk USA e una vicenda discografica che in vent’anni vedrà i finti fratelli newyorkesi mettere in fila quattordici album sostanzialmente indistinguibili (un paio le eccezioni) l’uno dall’altro. Sistemata in aprile in apertura dell’omonimo primo LP, Blitzkrieg Bop ne usa ben quattro.

The Damned

Damned Damned Damned (Stiff, 1977)

Non il primo gruppo punk britannico, tant’è che dal vivo debuttavano di spalla ai Sex Pistols, i Damned di Dave Vanian (voce), Brian James (chitarra), Captain Sensible (basso) e Rat Scabies (batteria) erano altrimenti primi in tutto. A esordire a 45 giri, il 22 ottobre 1976 con New Rose, e a 33 il 18 febbraio dell’anno dopo. Ad andare in tour negli Stati Uniti (e sarà un loro spettacolo al Masque di Los Angeles a ispirare la nascita di una scena californiana che a sua volta farà scuola). E anche a sciogliersi, nel febbraio ’78, salvo riformarsi da lì a un anno senza Brian James, autore di dieci degli undici brani autografi qui inclusi (la dodicesima e ultima traccia è una rilettura degli Stooges), avviando una carriera di discreto successo che li ha visti arrivare ai nostri giorni declinando di tutto, dalla psichedelia al dark e persino al progressive. Per restare nella storia del rock sarebbero bastati loro tuttavia i trentuno minuti di riff acuminati e ritmi frenetici e spastici racchiusi in una copertina che li immortala discoli piuttosto che teppisti.

The Saints

(I'm) Stranded (EMI, 1977)

Se si considera che – pur con altro nome (Kid Galahad & the Eternals), ma con un organico coincidente per tre quarti con quello del tellurico debutto – erano già in azione nei peggiori pub di Brisbane nel 1973, gli australiani Saints sono stati la prima fra le band qui affrontate ad affacciarsi alla ribalta. In forma di demo, la canzone che nel febbraio 1977 aprirà il loro primo LP veniva eternata a fine ’75 e su singolo vedeva la luce down under nel settembre dell’anno dopo. Ci chiedessero di esemplificare il punk con un brano e basta, sarebbe la nostra scelta. Ci chiedessero quale sia stato, musicalmente, il prodotto migliore del punk settantasettino come album, non diremmo lo stesso (I’m) Stranded solamente perché in realtà era stato registrato (splendidamente male) fra il giugno e il dicembre dell’anno prima. Laddove i Clash canteranno «no Elvis, Beatles or the Rolling Stones in 1977», i Saints coverizzavano il primo, una frenetica Kissin’ Cousins una delle due canzoni non loro (l’altra è Wild About You dei conterranei Missing Links) in una scaletta di dieci. Elettriche ed elettrizzanti persino quando azzardano la ballata.

The Clash

The Clash (CBS, 1977)

Se non è il disco più bello prodotto dal punk A.D. 1977, né quello che ebbe l’impatto maggiore, il primo Clash è nondimeno il lavoro che con maggiore fedeltà fotografò quell’anno cruciale. Fin dalla copertina – con Simonon, Strummer e Jones fermati in un livido scatto su sfondo post-industriale sul davanti e una carica di polizia sul retro, con i titoli delle canzoni e i nomi dei musicisti impressi in caratteri da macchina da scrivere – The Clash ha l’aria del bollettino dal fronte. Nei solchi ritmi marziali, chitarre usate come mitra, cori epidermici, testi rabbiosi che solamente il sarcasmo salva dalla disperazione. Si scorra l’elenco dei titoli: Sono così stufo degli U.S.A.”, “Sommossa bianca”, “Odio e guerra”, “Londra brucia”, “Opportunità di carriera”, “Polizia e ladri”. Ove i Sex Pistols ebbero verso il Regno Unito del Giubileo un approccio, sotto la patina nichilista, situazionista e distaccato, i Clash ne fecero un reportage assai più proletario e dalla prima linea. Suona tuttora impressionantemente crudo, violento.

Richard Hell & The Voidoids

Blank Generation (Sire, 1977)

Conosciutisi a scuola, nel 1972 Tom Verlaine e Richard Hell (nato Myers) si ritrovano a New York e formano i Neon Boys. Verlaine alla chitarra, Hell al basso. Il primo è il musicista, il secondo l’esteta: idee sue i capelli corti e irrigiditi come aculei dal gel e le magliette dipinte a mano, i jeans squarciati sulle ginocchia, un uso eterodosso delle spille da balia. I Neon Boys diventano Television e di lì a breve Verlaine fa fuori l’amico. Che non si scompone: dopo una breve permanenza negli Heartbreakers di Johnny Thunders (ex New York Dolls) dà vita ai Voidoids e, avendolo immaginato per primo, è un protagonista del ’77. Blank Generation ne è uno dei classici, a partire dall’innodia del brano che lo intitola stendendo chitarre affilate su un basso caracollante e una batteria pestona. Né meno indimenticabili sono una Love Comes in Spurts (dai Neon Boys) rivista dopo una spanciata di anfetamine, il latrare funk-punk di Liars Beware, il bluesone Betrayal Takes Two e una Another World che tradisce la discendenza televisiva del titolare. Sublime incrocio di perizia (Robert Quine è chitarrista raffinato) e imperizia, l’album omaggia la tradizione del rock’n’roll (Walking on the Water dei Creedence Clearwater Revival) nel mentre la rifonda.

Sex Pistols

Nevermind the Bollocks, Here's the Sex Pistols (Virgin, 1977)

Se è vero come è vero che senza Nevermind (si noti la non casuale assonanza) il grunge non sarebbe mai diventato un fenomeno di massa, lo è non di meno che senza il primo e unico LP dei Sex Pistols – la grande truffa del rock’n’roll comporterà l’uscita fin dentro il secolo nuovo di un’altra quindicina di album fra colonne sonore, antologie raffazzonatissime e sgangherati live quando l’intero repertorio della banda Rotten contava una quindicina di canzoni (si arriva a venti con alcune cover) – il punk non sarebbe stato la rivoluzione che fu. Sociale e di costume, quasi ancora più che musicale. Istrionici, iconoclasti e furbetti, i Sex Pistols in realtà non inventavano nulla che già non avessero inventato gli Who o gli Stooges negli anni ‘60 o Eddie Cochran addirittura nei tardi ‘50, ma in materia di rapporto con i media scrissero pagine che tuttora si studiano con divertita ammirazione. L’intervista da/di Bill Grundy («and then every fuckin’ one knew what punk was about…») del dicembre 1976 faceva epoca e scandalo quanto Anarchy in the U.K. e God Save the Queen.

Dead Boys

Young, Loud and Snotty (Sire, 1977)

In origine – che vuol dire dal giugno 1974 all’agosto ’75 – c’erano i Rocket from the Tombs, ma fuori da quella Cleveland, Ohio, che ne ospitò una manciata di spettacoli poco e mal frequentati non se ne accorse nessuno. Ben prima dell’emersione di materiali bastanti a confezionarci nel 1990 un bootleg e nel 2002 un album ufficiale (addirittura doppio in vinile), diverranno una leggenda a posteriori per la presenza nella loro fila del rocker maudit per antonomasia Peter Laughner e, soprattutto, perché sciogliendosi davano vita a due gruppi tanto diversi quanto egualmente influenti e immensi: i Pere Ubu, alfieri di una new wave sperimentale tutta spigoli, e i ben più grezzi e stradaioli Dead Boys. “Giovani, rumorosi e arroganti” e capitanati dal carismatico Stiv Bators, costoro si trasferivano nella Big Apple e si univano alla scena gravitante attorno al CBGB’s evocando la Detroit di Stooges e MC5 con un pugno di canzoni che valgono qualunque cavallo di battaglia di quei cattivi maestri. Ascoltare (Sonic Reducer, per cominciare) per credere.

Wire

Pink Flag (Harvest, 1977)

«L’allenamento rende perfetti», reciterà nel 1978 il titolo con cui gli Wire apriranno il successivo Chairs Missing, e ne sapevano qualcosa Colin Newman e Bruce Gilbert (chitarre), Graham Lewis e Robert Gotobed (rispettivamente basso e batteria), che nel panorama di un punk composto perlopiù da splendidi dilettanti allo sbaraglio sembrarono da subito altra cosa. Poco da stupirsi se fu la Harvest, un’etichetta che aveva costruito le sue fortune sul progressive, a ingaggiarli. Se all’altezza di quel secondo album in tanti presero a parlare del quartetto londinese come dei “nuovi Pink Floyd”. Ed era parimenti nel naturale ordine delle cose che negli anni ‘80 l’hardcore – che a differenza del punk primigenio non solo non disdegnò mai il saper suonare ma si spinse sul terreno minato del virtuosismo – facesse di loro dei santini, eleggendo a fondamento del suo canone questo debutto favoloso fatto di canzoni brevissime, geometriche e isteriche. Tendenti a un ideale assoluto di essenzialità.

The Adverts

Crossing the Red Sea with the Adverts (Anchor, 1978)

L’unica ragione per la quale questo capolavoro dal titolo sottilmente oltraggioso non può essere proclamato l’apice del ‘77 britannico è che vedeva la luce nel febbraio dell’anno dopo. Un dettaglio, giacché nessuno incarnò lo spirito del punk meglio degli Adverts: quella sublime sfacciataggine che permetteva di riprendersi il rock non appena imbracciato uno strumento e imparati tre accordi – o anche uno, provocavano i nostri eroi in un’immortale One Chord Wonders. Perché si aveva qualcosa da dire e quindi il diritto di dirla. Non è però l’ardore (o non soltanto) a rendere Crossing the Red Sea il monumento che è. È che a dispetto, o magari in forza, di abilità tecniche limitatissime ragazzi e ragazza vi mettevano in fila una canzone dopo l’altra di memorabilità e lirismo totali, fra ricordi di Ziggy Stardust e flash alla Clash, riff alla Stooges e melodie alla T.Rex.  Durava tre singoli e un LP il momento magico. All’altezza del seguente Cast of Thousands già avevano imparato a suonare e disimparato (T.V. Smith) a scrivere.

Buzzcocks

Singles Going Steady (I.R.S., 1979)

Per essere perfetta, all’unica antologia presente in questa lista mancano i quattro brani che i Buzzcocks, da Manchester, includevano nel gennaio 1977 nel formidabile EP autoprodotto Spiral Scratch, e chissà se a decidere di tenerli fuori fu il gruppo stesso (che ovviamente ne deteneva i diritti) o la I.R.S., che raccoglieva specificamente per il mercato USA tutti i 45 giri usciti fino a quel momento per quello britannico su United Artists, gli otto lati A su una facciata e i retri sull’altra. Tanta roba: ben dodici tracce su sedici allora altrimenti inedite a 33 giri e solo quattro, viceversa, tratte dai tre album pubblicati nel frattempo da Pete Shelley e sodali. Per essere perfetta a Singles Going Steady non manca in realtà nulla. Si può dire che ogni brano sia un classico e qualcuno – Orgasm Addict, What Do I Get, I Don’t Mind, Ever Fallen in Love, Everybody’s Happy Nowadays, Whatever Happened To…?, Oh Shit! – più classico degli altri. Discende da qui più o meno tutto il punk melodico, o pop-core che dir si voglia, prodotto in seguito.

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