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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Perché i Metallica hanno fallito l'ennesimo comeback

Quello che è stato celebrato come il ritorno al metal della band californiana, sembra invece un punto di non ritorno.

In occasione del recentissimo 72 Seasons, ecco la verità che qualcuno doveva pur dirvi: il tentativo messo in piedi da Hetfield e soci assomiglia terribilmente a un fallimentare recupero di un passato ridotto in polvere. Ogni nuovo disco è una clessidra svuotata che brilla dei riflessi di un tramonto inevitabile e struggente.

Il punto di non ritorno

Luca Signorelli, nel suo famigerato Necronomicon portatile sulla cultura metal scritto negli anni ‘90, dedicava un capitolo ai Metallica intitolato La band che venne divorata dai suoi stessi fan. Suggestivo e in parte vero, come sunto. Era il tempo di Load e Reload. Il gruppo aveva rotto in modo brusco e dolorosissimo con le vecchie frange del pubblico. Lars Ulrich si era spinto a rilasciare una serie di interviste terribili, in cui la metteva giù talmente dura con il passato da scrollarsi di dosso definitivamente i sostenitori nostalgici e renitenti al grande cambiamento in corso nella band. Per dirla con parole sue:

I Metallica sono diventati pop come le Spice Girls.

Poi se la prenderà con i metallari che, a ridosso del nuovo millennio, ancora ascoltavano gente come i Running Wild. «Patetici» affermerà sghignazzando in un vuoto generazionale di incredulità e di sentimenti traditi. Ovviamente negli Stati Uniti nessuno sapeva chi fosse la band di Rock’n’Rolf, ma in Europa sì, e non poteva esserci offesa peggiore.

Non tutti volteranno le spalle alla band, comunque. Ci sarà chi parteciperà al grande cenone di cui scrive Signorelli, andando a vederli dal vivo e consolandosi con l’idea che nella set-list erano ancora presenti i grandi classici e che l’attitudine e la potenza sonora di Hetfield e soci rimanevano invariate, glissando sul fatto che magari i Metallica non suonavano più Master of Puppets per intero e che preferivano fondere insieme tre brani di Ride the Lightning in cinque minuti pur di dare spazio a Hero of the Day o Bleeding Me.

Il fatto è che il cambiamento era avvenuto sotto l’inconsapevole naso dei più, tra la Sad but True eseguita al compleanno della rivista Playboy e una Enter Sandman di troppo nelle prime serate della TV generalista. Nonostante le rassicurazioni del gruppo su quanto il nuovo album sarebbe stato pesante e cattivo, Load era una lettera d’addio e una valigia pronta per chi ancora viveva nel mondo di Kill ‘em All. Era finito un amore e nulla sarebbe stato più come prima. I pochi ancora speranzosi presero la definitiva clavata in testa con Reload.

Smorfiosetto.

Nel futuro del proprio passato

Per tanti appassionati, un lavoro interlocutorio e poco ispirato come Garage Inc. è stato una ghiotta occasione per ascoltare ancora una volta i Metallica alle prese con riff e ritmiche vicine alle origini, visto che si tratta di un omaggio a gruppi storici e inappuntabili come Diamond Head e Mercyful Fate. Qualcuno ha sperato che il doppio disco di cover fosse non un definitivo congedo con il passato, ma un’occasione per ravvedersi e ricordarsi chi erano veramente i Metallica.

Peccato che accanto ai tributi ai nomi della prima ora ci fossero Nick Cave, Bob Seger, i Thin Lizzy canterecci, Lynyrd Skynyrd e Killing Joke. Peccato pure che i vocalizzi di Hetfield fossero sempre più sguaiatamente melodici e privi di quella veste catarrale di quando la rabbia era ancora giovane e autentica. I Metallica ormai uscivano dai negozi di abiti firmati con borse piene da scoppiare e avevano uno stile da ricconi maturi: cosa ci si poteva aspettare da loro, se non bombe di coriandoli come I Disappear? Solo Jason Newsted, pur con i capelli corti, manteneva l’attitudine da fan del metallo pesante.

Poi anche lui si è ridotto così.

Jason, appunto. Visto che bisognava chiudere davvero qualsiasi porta con un passato morto e sepolto, a stretto giro di posta, la band si separerà proprio anche dal loro eterno “pivello”, colpevole di aver sostituito l’insostituibile Cliff Burton e di aver continuato a grugnire e scapocciare come un forsennato sul palco, facendo l’occhiolino ai nostalgici di Master of Puppets, mentre gli altri erano sempre più sobriamente pop-oriented. Una volta fuori lui, nessuno avrebbe potuto immaginare quello che successe.

Il magnete della morte e la retorica del sopravvissuto con piscina

In Some Kind of Monster – documentario di grande successo nei circuiti festivalieri e casalinghi – i Metallica erano partiti con l’intenzione di filmare la lavorazione dell’ottavo album e si sono invece ritrovati tra le mani la testimonianza di una pesantissima crisi esistenziale e artistica. I grandi eroi del metal che avevano deciso di lanciarsi come dei famelici King Kong sull’Empire State Building delle classifiche pop adesso erano uomini di mezza età, soli da morire, con dipendenze di vario genere e un bassista in meno.

Qui James se la prende con Lars e Lars non la prende bene.

Con loro il comprimario di molti anni, Bob Rock, artefice del sound che li aveva portati dalle stalle dell’heavy tune alla Luxury Hall di MTV. Bob cercherà di aiutarli a venir fuori da un disco che sembrava sempre di più un esercizio di riabilitazione creativa. Suonerà lui il basso nelle session, contribuirà a scegliere i riff decenti e proverà a reinventare l’impatto del gruppo optando per una strada rischiosa: per sua stessa ammissione, farà quelli che, sul piano della manualistica produttiva, erano errori da non commettere. Some Kind of Monster approderà comunque a un lieto fine: ladies and gentlemen, il nuovo bassista Rob Trujillo! Oltre a lui, undici potenti canzoni da pubblicare e la sensazione di aver ritrovato il bandolo.

Un bassista con tendenze suicide, ma solo per retaggio.

Fuori dal documentario, però, le cose stavano diversamente. St. Anger è forse il lavoro peggiore dei Metallica, ma è un parziale tentativo del gruppo di tornare alla musica heavy, mettendo da parte quasi del tutto l’esperienza di Load e intraprendendo un viaggio attraverso la nuova poetica disadattiva del nu metal, e oltre. Un disastro, d’accordo, ma pur sempre un nuovo inizio. La band era andata vicino tanto così allo scioglimento, quindi i fan potevano gioire a denti stretti, sforzandosi di rimuovere il suono bidonesco del rullante di Lars e i miagolii disperati di James su All Within My Hands.

Poi è arrivato Death Magnetic. Sembrava una riedizione di …And Justice for All con ancor meno lucidità rispetto all’originale e un umore più tetro, perché non lubrificato da fiumane di birra e Jack Daniel’s. C’erano le lungaggini, dei riff a cascata tutt’altro che memorabili e una voglia un po’ patetica di sfidare il tempo biologico per discendere di nuovo nella fossa dei leoni a dimostrare che i più grandi di tutti, nel 2008, erano ancora loro. Il gruppo ne uscirà malconcio, però con un sorriso soddisfatto stampato in faccia. All Nightmare Long era un buon pezzo vecchia maniera e lo resta anche dopo quindici anni dalla febbre entusiastica susseguita all’uscita del disco. Tuttavia, l’unico episodio che vince per davvero sul tempo è The Day That Never Comes, un lento in linea con le cose più mature degli anni ‘90 che la band tenta di demolire, sparpagliandolo in un finale rabbioso e scriteriato di stacchi, accelerazioni e violente sferzate sul modello di One.

Si fa per dire…

Non c’è più Bob Rock in studio. Al suo posto è stato interpellato il guru del mixer Rick Rubin, sorta di Rasputin assenteista noto per dire quattro parole magiche di tanto in tanto e svanire nel nulla fino alla chiusura delle session. Lui indica la via alla band:

Tornate a quando vi interessava solo fare grande musica, quando eravate ragazzi sul ciglio di una meravigliosa avventura discografica. Smettetela di pensare alle vostre mogli e alle scuole private dei vostri figli depressi e dateci dentro facendo quello che amavate fare ai bei tempi.

Death Magnetic è esattamente l’idea di Rubin: gente adulta che prova a fare le cose che faceva da giovane e fallisce gloriosamente e inevitabilmente, come è giusto che sia. Pepper Keenan – frontman dei Corrosion of Conformity, membro dei Down e grande amico intimo del gruppo – dirà poi che Rubin si era preso bei soldoni per quel consiglio mentre lui avrebbe potuto dire ai ragazzi la stessa cosa per una birra. Di fatto, Death Magnetic costituisce il primo studio rielaborativo che il gruppo ha praticato su se stesso. Il risultato è sterile e deprimente, ma forse andrà meglio quando proveranno a realizzare il Black Album #2?

Via dei bei tempi è solo un vicolo cieco

E infatti Hardware… To Self Destruct è un po’ un Black Album recapitato da chi, per ipotesi, non ha mai incontrato Bob Rock. Ma è per l’appunto un’ipotesi: nel 1990 i Metallica hanno cambiato genere per fare un sacco di soldi e potersi permettere di continuare a stare sul carrozzone della musica vita natural durante. Ma allo stesso tempo c’erano altre e molto più nobili ragioni. Ad esempio, la consapevolezza di non aver più molto da inventarsi con il thrash, un linguaggio che avevano contribuito a definire e che li stava imprigionando in una via senza uscita.

Ulrich lo ha affermato a più riprese, allora:

Davanti a noi ogni sera ci sono migliaia di persone pronte a offrirci la loro energia e questo connubio avviene quasi sempre quando suoniamo le parti più semplici dei nostri brani. In quei momenti tutto esplode dentro e fuori di noi, ma se suoniamo cose troppo complicate, magari seguendo dei tempi dispari e con troppe variazioni nei riff, dobbiamo concentrarci per non sbagliare, tenere la testa bassa e perderci il meglio che lo show possa offrirci, vale a dire la catarsi in stile AC/DC tra band e pubblico uniti in un solo headbanging.

Anche per questo i Metallica hanno preferito cambiare direzione negli anni Novanta, sviluppando un solo grande riff anziché metterne sedici in un brano e incasinandosi la vita con strutture intricate a prescindere, in modo quasi gratuito e dagli esiti per molti versi noiosi per chi suonava e chi ascoltava. …And Justice for All era in gran parte sfibrante e lo si ammetteva con più disinvoltura nel 1989 rispetto a oggi, ma probabilmente le cose stanno ancora così.

Da Death Magnetic in poi, i Metallica hanno sorprendentemente deciso di riprendere la strada interrotta nel 1991, realizzando dischi pieni di lungaggini, prigionieri di un lessico thrasharolo logorroico, stentato e per sommi capi vacuo. In fondo, era quello che ci si poteva aspettare negli ultimi quindici anni di revival e nostalgia esasperati. Solo che la vecchia saletta in cui sono tornati a sudare è diventata un ristorantino vegano e i ragazzini invisibili che li hanno aspettati per anni, dopo che la band aveva deciso di diventare alternative, sono padri di famiglia che hanno bruciato stipendi su stipendi a tappezzarsi l’anima di toppe vintage e dischi rétro, curandosi la ferita della frase sulle Spice Girls e i Running Wild.

In realtà esiste un vasto pubblico generalista pronto a pupparsi qualsiasi cosa, ieri come oggi. Ed esiste un nuovo pubblico innamorato dei Metallica: quello di Stranger Things + Master of Puppets.

Eddie, ma non quello degli Iron Maiden.

Peccato che appena è uscito 72 Seasons, il dodicesimo album del gruppo, la maggior parte dei ragazzini se n’è allontanata subito. Si tratta della prova meno convincente da St. Anger, tra un anno sarà dimenticato quasi del tutto ed è pure giusto che sia così. Come disse Geoff Tate qualche tempo fa a proposito delle band metalcore:

Cosa dovrebbero raccontarmi di interessante dei ventenni, a me che sono stato ovunque nel mondo, che ho vissuto una vita intensa e piena di esperienze decisive?

Possiamo girare la domanda a Hetfield invertendo le parti: cosa dovreste raccontare voi sessantenni abbronzati, con le filippine a spicciarvi casa e un armadietto di psicofarmaci che vi tengono in piedi, a un pubblico di ventenni che si stanno affacciando sulle rovine del mondo che voi stessi avete contribuito a distruggere con i vostri viaggi intercontinentali e le vostre canzoni pop-metal arraffa-milioni?

72 Seasons è il miglior disco possibile per i Metallica odierni: fa rimpiangere Load e uno stile più ermetico e dimesso, senza dubbio coerente con le magliette di Armani tuttora indossate dal gruppo, per quanto nascoste sotto i giacchetti di pelle e cuoio riesumati da qualche baule del 1986.

E per concludere, un grande classico dei meme populisti, che però – come spesso accade – non è poi così lontano dalla realtà: fan dei Metallica vs. frontman dei Metallica.

Metallica Lars Ulrich Jason Hatfield Kirk Hammett Robert Trujillo 

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