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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Mara Redeghieri: uno splendido canto recidivo e resistente

Non solo Üstmamò: una carriera a suo modo eccezionale, vissuta senza inutili clamori.

Dalle pendici dell’appennino tosco-emiliano, Mara Redeghieri si sporge periodicamente portandosi appresso progetti che stanno a metà fra canzone tradizionale e autoriale. Una storia che si protrae da anni per un’interprete e un’artista che ha sempre irradiato chi la circondava di una voce carica di luce.

Riassumendo

Solo di recente mi sono reso conto che Mara Redeghieri è nata a Verbania, sul Lago Maggiore, in una posizione opposta rispetto a dove ho scritto questo articolo. Ed è bizzarro, considerato come l’immagine che ho sempre avuto di lei è quella di una donna dell’appennino emiliano. Una docente di inglese in una scuola media che, per esprimersi, ha scelto la lingua italiana.

Grazie al prezioso Nicola Casalini scopro però che sui monti Mara ci si è trasferita prestissimo, crescendo nella casa dei bisnonni e venendo a contatto con la musica attraverso le canzoni tradizionali insegnatele dalla madre. Più tardi, con la meravigliosa congrega Üstmamò – nei sette anni che vanno dal 1991 al 1998 – ha dipinto una musica che partiva dal folk più abborracciato con il punk per arrivare a una sintesi fra pop ed elettronica che, nei momenti più alti, in Italia ancora non è stata eguagliata. Poi nel 2001 Mara dice basta e da allora riappare con il contagocce. Nel 2010 inizia un percorso di recupero della canzone popolare insieme a Lorenzo Valdesalici (e, in secondo momento, con Nicola Bonacini) sotto il nome di Dio Valzer, che recapita due dischi: uno omonimo e Attanadara, successivamente riuniti in un’unica confezione nel 2016.

Nel 2012 segue un brano con Ajello – progetto di Fabrizio Tavernelli e Luca Roccatagliati – intitolato Creature, dove la ragazza si misura con un raddoppio linguistico in lingua inglese e italiana. Finalmente nel 2017 appare Recidiva, album estremamente personale e sfaccettato, replicato nel 2019 da Recidiva+, dove ad accompagnare Mara è un plotone di colleghi che vanno da Gianna Nannini (con la quale già aveva collaborato alla stesura di diversi brani, fra i quali Non c’è pace e Meravigliosa creatura) a Orietta Berti, dagli Almamegretta Raiz e Paolo Polcari a Rachele Bastreghi dei Baustelle e Mauro Ermanno Giovanardi (che nel suo album di cover La mia generazione riprenderà Baby Dull degli Üstmamò), da Luca Carboni ad Antonella Ruggiero, da Lele Battista a Beatrice Antolini. Ma andiamo con calma.

Dieci con lode.

Voce maestra

Terminato il liceo, seguendo le scelte delle amiche del cuore, Mara sceglie di laurearsi in Lingue e Letterature straniere e fare l’insegnate. Di conseguenza la musica non è mai stata vista come possibile fonte di sostentamento e, forse, è stato proprio questo a farla letteralmente volare sopra anni di musica leggera italiana. Certo, rimane la curiosità di capire come potesse essere percepita la cantante di Filikudi o di Memobox dai giovani studenti e dai loro genitori. Ma un simile distacco fra vita artistica e vita quotidiana è segno tipico di chi riesce a canalizzare le energie e a colpire con maggior intensità dove necessario.

Signora maestra, posso vestirmi come quella biondina lì?

O almeno questa è l’impressione che si ha ascoltando la sua voce: toccante di grazia, talvolta acida e diretta, spesso sorprendente. La voce appunto, strumento che anche da ascoltatrice ha molto influito sul mondo di Mara: voci che ha riconosciuto come portatrici di proprietà terapeutiche, voci consolatorie e ammalianti. Pensiamo ad esempio alla Sonnolenta inserita nella storica raccolta del Consorzio Produttori Indipendenti Matrilineare, che raccoglie l’eredità delle filastrocche e delle fiabe.

Cosa suonavano gli Üstmamò?

Racconti adagiati su una musica morbida e avvolgente, ispirata dal dub e da tenui effluvi elettronici, dove giovani sirene, regine, figlie, conchiglie, coniglie popolano mondi incantati. La capacità degli Üstmamò di irretire l’ascoltatore portandolo nel proprio mondo fatato è uno dei loro punti di forza, sia nell’irruenza agreste dell’esordio sia nei successivi lavori. Nel 1993 partecipano a Maciste contro tutti, concerto-show condiviso con Disciplinatha e C.S.I., e, dopo l’urlo «Orietta, sei tutti noi!», fanno crollare barriere e castelli con una magnifica cover di Finkela Barkava. Ancora filastrocche, ancora storie, ancora viaggi nel mondo, dal Perù alla Cina, riuscendo sempre a rimanere credibili nel recupero della tradizione e nel mischiare elementi folklorici a produzioni d’avanguardia.

Nello stesso anno, il secondo album mette più a fuoco quanto sperimentato in questa fase con brani diventati subito classici come Tannomai, Killer Ghenga Radiostampa e Annegherò nel dolo. Canzoni dalle atmosfere e dai toni che si mischiano a servizio di testi che colpiscono gli ascoltatori come schiaffi. Cosa suonavano gli Üstmamò? Impossibile dirlo: di sicuro sono stati unici, fini artigiani che decidono quando urlare e quando usare il cesello. Tra il 1993 e il 1996 qualcosa cambia, e quando consegnano Üst siamo su un altro pianeta: suoni moderni speziati dalla tradizione, cantato soave e libero che si sparge su dieci brani sfiorando vette di toccante commozione.

In questi tre anni ci sono stati episodi che possono dare la statura di un’autrice come Mara. La collaborazione con Gianna Nannini nel suo Dispetto sembra l’unione fra anime lontane ma che, in realtà, hanno in comune la caparbietà (ricordate la storia della Nannini che, stregata dagli Uzeda, inizia a perseguitare Steve Albini per farsi produrre un album?) e la capacità di incapsulare nelle canzoni mondi antichi e classici, ricchi di profumi e di colori che ci riportano ad anni ormai andati. Senza contare poi le date di spalla a David Bowie, icona che sull’essere alieno ha costruito una leggenda lunga un’eternità.

Così, grazie a Roberto Vernetti in produzione e a Kaba Cavazzuti alle registrazioni e al mix, il quintetto lascia tutti a bocca aperta. Dietro una copertina che sembra ritrarre un tropicale scenario bonus di un videogioco, il disco contiene canzoni che hanno segnato il tempo, dalla donna di plastica di Baby Dull, alle pruriginose ricerche di un’Italia alle porte dell’erotismo virtuale di Memobox, dalla Biguldun, che è slacker senza saperlo, al trascinarsi nella corrente di Onde sulle Onde.

Trepido sognare.

La chiusura del disco lacera i cuori, con una Piano con l’affetto sotto la pioggia che tocca i cuori più duri e Siamo i ribelli della montagna, resistente e accorato segno di appartenenza fra le linee di rivolta firmato nel 1944 da Cini & Lafranco (Emilio Casalini e Angelo Rossi).

Con il successivo Stard’Ust le sonorità si ampliano andando a volare letteralmente in orbita: le strumentazioni acustiche, i beat elettronici e la voce creano un suono che è unicamente deli Üstmamò. Poi il reggae, il folk, il mondo che li ha sempre contraddistinti e che nel finale Tutto Bene – l’ultimo album della formazione “storica” – rientra in una versione intima e pop per chiudere un ciclo stupefacente.

Anche Dio balla

Terminata questa enorme pagina, Mara lavora negli anni a svariati progetti, con molta calma e in maniera chirurgica: un disco solista, poi ristampato e implementato con ospiti da una parte, e dall’altra il progetto Dio Valzer – creato, come già accennato, con la collaborazione di Lorenzo Valdesalici alla chitarra e Nicola Bonacini al contrabbasso, il quale pesca nella tradizione un lirismo e un tocco più pungente. Tra grandi classici come Il galeone, il Canto dei malfattori e l’Inno dei pezzenti, trovano spazio brani più nascosti del retaggio nazionale, resi in maniera minimale e leggera, libera come da tradizione e spirito della Nostra.

Un disco, l’esordio del progetto, che potrebbe provenire dall’inizio del secolo scorso per quanto è scevro da ogni modernità. Per Attanadara, invece, seconda puntata del terzetto, si scelgono la raccolta fondi e la co-produzione espansa per portare a termine il tutto con il Coro del Centro Sociale XM24 di Bologna e il bluesman “Stolo Fausto Manfredi. Tratta dal repertorio di Ivan della Mea, per rifarsi occhi e orecchie potrebbe bastare questa versione di E me gat, corredata dallo splendido videoclip di Ericailcane.

La buona, vecchia tecnica della stop motion.

Mara, Nicola e Lorenzo hanno deliberatamente scelto una via intima e di passaparola, lavorando dal basso e senza clamore, ma all’ascolto dei due volumi di Dio Valzer (uniti nel 2016 in un doppio disco autoprodotto) è lampante come la qualità sia altissima.

Recidiva per natura

Per quanto concerne la carriera solista, come detto, Mara si rivela Recidiva, confezionando un album classicamente pop elettronico e colorato dai suoi giochi e dalle sue interpretazioni, che regalano sorprese da applausi a scena aperta. Augh, che riporta ai tempi degli esordi come Üstmamò, Cupamente, con una straordinaria Orietta Berti, e UomoNero, con Luca Carboni. Sembra lavorare per archetipi, riuscendo a mettere in scena le reiterate paure di una società che dà l’impressione di non imparare mai dai propri sbagli.

Orietta prima di Rovazzi.

La curiosità rispetto a quel che succede nel mondo musicale è quello che la spinge: è in grado di sorprendersi e di elaborare internamente quanto le accade intorno, secondo una personalità assolutamente unica. Ascolta molto Radio Rai, le interpreti del “bel canto” e la dance anni Settanta. Insieme a 30 donne, da tredici anni porta avanti e dirige un coro dedito ai canti dell’Appennino e da osteria chiamato Le Falistre e i Fulminant, ulteriore dimostrazione di una donna, di una cantante e di un’autrice capace di mantenersi al passo con i tempi proprio perché parte da una tradizione che rielabora e della quale si nutre.

Qui a Cerreto Alpi. Lo riconoscete il tizio con i capelli alla moicana?

E poi?

Ma si sa: «del doman non v’è certezza», ragion per cui è difficile al momento disegnare possibili scenari futuri per Mara. Posso solo riprendere le parole concessemi, che mi sembrano un buon segnale e un’ottima chiusura:

Sono lenta nell’intendere da che parte parare: devo essere profondamente certa che possa valere la pena, commuovermi e appassionarmi per prima. Mi piacerebbe dedicare un lavoro ai miei carissimi genitori, che ho perso da poco, fare sentire loro che li ho dentro e che scorrono insieme a me, indissolubilmente, assieme alla parte di vita terrena che mi resta.

Ovvero: affetti, tradizione, convinzione, qualità.

Di una cosa siamo certi: quando Mara Redeghieri tornerà, ne varrà sicuramente la pena. Noi rimaniamo qui, a vivere, aspettando il prossimo degli – speriamo interminabili – incroci fra la sua voce e le nostre orecchie. Voi cercatela, spulciate fra gli archivi, riprendete quanto ha scritto e inciso, ripercorrete in maniera anche disordinata la sua opera: quella di un’artista che dal lago è salita al monte, da dove riesce a commuoverci e a smuovere corde interiori che, magicamente, si allineano e si intonano a uno splendido canto.

Post scriptum

Sei mesi fa, nell’ultimo album di Vinicio Capossela, Tredici canzoni urgenti, Mara riappare nel brano Staffette in bicicletta, una canzone che corre fra i pedali di libertà, di aspirazioni, con due delle voci più caratteristiche e intense nella nostra musica in italiano. I nomi delle staffette, baluardi di civiltà, testimoni di umanità, le loro storie per quattro minuti e mezzo spezzano letteralmente il cuore, facendoci immaginare di poter fare qualcosa per farle andare più veloci sui pedali.

Non avevo ascoltato il disco e mi ero perso questa canzone, che dal primo ascolto è entrata nel novero di quelle che mi risciacquano i dotti lacrimali. Ringrazio quindi per l’ennesima volta Nicola Casalini che, oltre ad avermi fatto da tramite con Mara, mi ha reso attento su una dimenticanza che sarebbe stata imperdonabile.

Questa è la libertà, azione e responsabilità. Voi che di voi dite che non vi sembra di aver fatto granché.

Mara Redeghieri Üstmamò Dio Valzer 

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