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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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La New York decadente degli Imperial Triumphant

Il metal estremo e il jazz sono grandi amici.

Gli Imperial Triumphant sono una delle poche vere novità in campo metal: un black urbano che esce dalle foreste per accamparsi nel cemento. Dei grandi non hanno la potenza rivoluzionaria, bensì la capacità di spaccare in due (o sarebbe meglio dire di riunire?) un mondo del quale i più contribuiscono soltanto a ingigantire la frammentazione.

New York è uno dei centri del male

Forse c’erano persone fra quelle che vivevano in superficie – burocrati, politici, autorità di ogni livello – che conoscevano questo orribile segreto.
Macelleria mobile di mezzanotte, Clive Barker

Gli Imperial Triumphant non sono una band black metal, ma un agglomerato di suggestioni e rimandi culturali. Solo partendo dalla letteratura, a loro proposito vengono in mente una marea di tracce da citare. Basta ascoltare i dischi ed ecco Barker, Lovecraft, Ellison, ma pure Salammbô di Flaubert. Se passiamo al cinema, vai con il noir americano, con Cabiria di Giovanni Pastrone, L’ultima risata di Murnau, Metropolis di Fritz Lang e Alphaville di Godard.

Limitandoci alla musica, puoi trovarci Blackspell Omega e Meshuggah a braccetto con Ligeti e Bartók, con Gershwin e Stravinskij. Spostandoci nel campo dell’architettura: New York e le sue gallerie sotterranee, viscere mefitiche di una città malvagia, viziosa, crudele. Attraverso i grovigli jazzeschi dei tre ci sono un sotterraneo muggito lovecraftiano e una spolverata di stelle a fare da tetto sul buio vorace della notte cittadina.

Come diceva Hemingway fino a poco prima di spararsi: «È importante scrivere di ciò che sai. E questo vale per qualsiasi cosa, musica, libri, televisione. Devi avere una grande conoscenza di ciò di cui stai scrivendo, altrimenti verrà fuori inverosimile». Così parafrasa anche Zachary Ezrin, detto Ilya: «Prendi una band molto metal, da qualche parte nel mezzo degli Stati Uniti, che scrive di vichinghi e di qualche merda di posto che non ha nulla a che fare con la loro educazione, con la loro cultura, con qualsiasi cosa riguardi i membri della band, e scopri che sembra molto una versione hollywoodiana di quello che fanno le persone in Scandinavia. Beh, penso che per me il pensiero sia stato: “Aspetta, qual è il mio mondo?” – NYC, così ho confezionato tutto in un modo unico e fresco, ma pur sempre metallico. L’art déco e i grattacieli hanno un enorme potenziale per essere un nuovo tropo dell’heavy metal, è solo che non è stato ancora utilizzato».

Gotham New York City.

L’impiego di una città decadente in chiave black metal in fondo non è così originale. Di sicuro, però, gli Imperial Triumphant lo stanno facendo in maniera più organica, consapevole e definitiva. La loro vera novità non è in questo, e nemmeno nella mescolanza di generi, nello sperimentalismo e nell’avanguardia un po’ spocchiosa e sfiancante di chi “è” studiato. Semmai è l’insieme a risultare estremamente innovativo sotto ogni più sotterraneo aspetto.

Si tratta di una concept band che assembla un determinato tipo di idea musicale indigesta, complessa e a tratti soltanto incasinata, montandoci su un’estetica sinistra alla Eyes Wide Shut capace di rimandare alle segrete tresche della yuzniana (nel senso del Brian di Society) società bene che si ciba della mercificata carne proletaria.

Poi c’è un aspetto etnico-culturale tipico del black metal, ma che prima di loro è sempre andato a farsi fottere dentro foreste, antiche mitologie rispolverate in ogni angolo del paganesimo pretestuale e posture nichiliste a bordo-galera. Gli Imperial, invece, usano le suggestioni ulcerose dei vecchi Mayhem e le condiscono con le colonne sonore più cupe degli anni ‘40, certe session lugubri dei locali notturni da sottoscala municipale alla David Lynch e, con tutto questo panino farcito, raccontano un posto che conoscono bene e dal quale non sentono minimamente di voler evadere. New York come ultima incarnazione della biblica Babilonia, se vi pare: una città piena di luci, ma soprattutto di suoni. A ogni angolo, un sax, ritmi tribali di qualche povera spettrale etnia emarginata, rintocchi blues da un logoro villino a schiera color cacca di cane.

Cose imprescindibili per sopravvivere a New York.

«È tutto ciò che ho mai conosciuto» dice Zachary. «È la mia casa, e quando invecchio comincio a capire quanto sia diversa l’energia qui. Ci sono la velocità e le scariche, a New York, che non trovi in altre città. Devi andare avanti come uno squalo che non riesce a smettere di nuotare. Esci di casa e vieni bombardato da ogni tipo di rumore, sia positivo che negativo. Il modo in cui reagisci a questi suoni ti influenza. È una lotta, vivere qui. Può essere un posto di merda in cui stare. È un punto centrale del male, a causa di tutti i diversi tipi di affari che vi si svolgono».

Non a caso (quanti, i film ambientati nella Grande Mela?), il cinema è un punto di riferimento costante per le esplorazioni del gruppo. Oltre ad amarlo e subirne l’influenza a livello generale, offre la possibilità a Ilya di notare similitudini con la musica: entrambi non sono media artistici statici. Si va da un punto “A” a un punto “B”, poi bisogna ricominciare da capo se vuoi riviverlo: «Molti dei film più oscuri come Taxi Driver ci raggiungono perché affrontano un profondo livello di dilemmi esistenziali attraverso un altissimo grado di bellezza artistica».

Ai piedi della piramide mortale

Quelle persone erano i fedeli presenti a una messa nera inscenata perché così voleva la città, inscenata non una, ma mille volte al giorno in quel manicomio di acciaio e pietra.
Il guaito dei cani battuti, Harlan Ellison

Gli Imperial Triumphant esprimono la grande voce malata di questa nave ferita che è New York, trascinata a picco nella bocca di Lucifero con tutte le sue nenie sincopate e i suoi riflessi oscuri. Sono una band che divide il mondo in sole due fette, cosa che ormai riescono a fare in pochi. C’è chi non li sopporta e li stronca quasi sempre (da noi, Metalitalia) e chi, invece, ne santifica ogni produzione ancora prima di spingere il tasto PLAY.

Il gruppo talvolta ha il merito di imboccare vicoli ciechi per poi tornare indietro e ripartire, fregandosene di tutto e tutti. Non stanno creando nulla che qualcuno non abbia già inventato – basti pensare ai Portal – ma di sicuro hanno la capacità di sapersi vendere meglio. Potrebbero tranquillamente stare in prima fila nella discoteca del bel mondo, così come in quella di un circuito goth dalle simpatie militariste per Burzum, e potremmo persino trovarli nella raccolta vinilica di un appassionato di Frank Zappa. Nonostante le composizioni difficilmente riescano a risuonare nel cuore di qualcuno – poiché sono la degenerazione assoluta del modernariato da filodiffusione in blast-beat –, sono in grado di sedurre e trovare un posto nella vita di vari esemplari umani, oltre le categorie musicali e culturali. Direi che è un pregio. Ovviamente sono prima di tutto dei metallari: come tale la band nasce e marcisce.

Metallari innanzitutto.

Nonostante l’aria di un progetto a tavolino, il gruppo non è venuto fuori così dal nulla. Per dire, le maschere all’inizio non c’erano. È un’idea successiva che aggiunge non solo mistero, ma accentua ancora di più uno degli aspetti più appariscenti e coinvolgenti: suonare in modo “complicato”, tanto più se non vedono cosa stanno facendo con le mani. Non ci si pensa, ma quei volti coperti non possono guardare se non in avanti, quindi musicalmente la questione è ancora più esasperata di quanto potesse essere già di per sé.

Vi ho detto che gli Imperial Triumphant non hanno inventato niente. Ma fate attenzione, perché se indossare le maschere è faccenda ormai ordinaria nel rock e nel metal in particolare, bisogna vedere che tipo di significato il gruppo attribuisce alla scelta di coprirsi il volto. Non si tratta di anonimato, come poteva essere per gli Slipknot o ancor dopo per i Ghost (tanto più che oggi è praticamente impossibile mantenere nascosta la propria identità, vedi appunto chi è Tobias Forge). È più un tentativo di estendere all’aspetto il senso della minestra musicale combinata dal gruppo, così da promulgare il contagio musicale dall’udito alla vista e al tatto. Nessuna band ha pensato di usare gli odori per allargare ancor più il proprio concept percettivo al mondo? Beh, la puzza di carne marcia ai concerti dei Deicide e dei Mayhem in un certo senso aveva proprio questo scopo.

La peculiarità nelle scelte estetiche e nei rimandi lirici del gruppo è che non usano oscenità culturali come il nazismo o il satanismo più reietto, la violenza o la pazzia autolesionista. C’è una specie di forza oscura molto trattenuta nei costumi neri che pendono dalle maschere dorate: c’è un richiamo al potere e le sue più ombrose deviazioni. «A New York assisti alla lotta ogni giorno» dice il bassista Steve Blanco. «Le persone che lavorano sotto terra per avere abbastanza soldi per pagare l’affitto e provvedere alle loro famiglie, le persone che lavorano in alto nei grattacieli… Vedi questa struttura piramidale della società in mostra continuamente. Noi abbiamo quindi una visione desolante perché veniamo da qui. Sarebbe diverso se vivessimo da qualche altra parte. Il luogo in cui vivi influenza la tua musica.»

New York è in mano agli uomini di potere che la sporcano, la sfruttano e la mandano in cancrena osservando dall’alto delle picche innevate dei propri grattacieli, sbuffando odori di cubano morto alla faccia di tutto e di tutti. Cosa c’è di più spaventoso? Una chiesa sconsacrata teatro di un omicidio rituale o una catasta di morti che ci parlano della perversità e la follia a cui conduce il potere? Gli Imperial Triumphant preferiscono non portarci ai risultati, ci lasciano con le proiezioni di nuovi possibili scenari che la fantasia di chi ascolta è sospinto a immaginare da solo.

L'età dell'oro marcio.

E poi c’è questo senso del lusso come di un folle tentativo di placcare d’oro la miseria, indorando la pillola al cianuro che prima o poi questi leader scatenati, neoliberisti capaci di tutto pur di mantenersi prìncipi del proprio delirio sociale, ingoieranno appena sentiranno bussare forte alla porta del castello.

Respiro esoterico su pentagramma

Alla fine intuii una verità tremenda che nessuno aveva avuto il coraggio di vedere, l’indicibile segreto dei segreti riguardo quella città di pietra e rumori.
Lui, H.P. Lovecraft

Un altro pregio degli Imperial Triumphant è il respiro. Per quanto bolso, corrotto e di un solo polmone congestionato dal catrame e dall’odio, la loro musica respira. Si sente dall’andatura degli strumenti, mai rigida, mai incastrata nei ritmi di batteria o intrappolata nelle strutture, con un volume e un livello di potenza sempre al massimo. Il metal estremo è tutto così, al massimo, mentre i tre newyorchesi sanno che è proprio la biologica andatura delle sinfonie, con i “piano” e i “forte”, l’andante e il fortissimo, che determinano la vera potenza, così come l’incedere scalmanato e rapsodico dell’improvvisazione, senza dei BPM o un tempo prestabilito. Sono gli autentici umori del rischio che colano lungo i manici e le bacchette, elettrificati dall’imprevedibilità di un dolce planare di fiati che finisce scaraventandoci in una collisione di ottoni e chitarre sature come cadaveri viventi: è tutto questo minestrone sonoro a riconsegnarci in poltiglia su un marciapiede benedetto da centenarie lacrime umane.

La band è immersa nell’esoterismo, ma non il genere di oggetti che si vede ai concerti, con le candele, l’incenso e qualche goccia di sangue per rendere il tutto più credibile. L’occulto qui è tra le righe di un pentagramma e appreso dallo studio ossessivo dietro il linguaggio dei Rammstein o gli Einstürzende Neubauten.

Anche il jazz non è stato un ingrediente primordiale per gli Imperial Triumphant. Si è insinuato, come dice lo stesso Ilya, con l’arrivo di due componenti del gruppo in particolare. Questo elemento ha ricreato un ponte che da John Zorn e Mingus, Ornette Coleman e le sue Science Fiction Sessions ha condotto fino allo struggente e più istituzionale sax di Kenny G nell’ultimo Spirit of Ecstasy, ma anche all’esperienza frustrata di un veterano separato tra jazz e thrash come Alex Skolnick, tradito da entrambe queste due passioni e dalla band metal più maledetta di sempre: i Mind Over Four di Half Way Down.

Suonare ai matrimoni per pagarsi le bollette.

Chiudiamo questa analisi tornando un altro momento sull’elemento architettonico. «Più viaggio» dice Zachary, «più mi rendo conto che non c’è davvero nessun altro posto come New York City. L’energia, l’atmosfera e l’architettura. Le maschere, la merce, l’estetica, i testi sono tutti ispirati ai grattacieli, specialmente quelli creati negli anni ‘30 e ‘40».

E a New York si era richiamato anche Otto Hunte per le esasperate visioni di Metropolis; ma il gruppo guarda pure alla Parigi fumosa e ostile di Alphaville, influenzata anche dall’arte cinetica del GRAV (“Gruppo di ricerca d’arte visuale”), la cui idea di guerriglia contro le istituzioni ha ispirato le scenografie di Godard. Ma il concetto di architettura si può estendere non soltanto alle scenografie o alle suggestioni tematiche: è una questione che riguarda la struttura dei brani e l’impalcatura stessa di una band. Questo fa notare Ilya quando ha occasione di parlarne. «Una band è qualcosa che crei», dice, «è un’impresa e un’avventura, una rappresentazione dello spirito umano che lavora concretizzandosi in alcuni individui che si uniscono per un interesse e un’aspirazione comuni. È una strada lunga, spesso dissestata e impervia, e che richiede pazienza e perseveranza. Quindi sì, stiamo sicuramente costruendo qualcosa».

Sopra un blocco di case sta seduto
Gli cingono la fronte i venti neri
E guarda irato ove laggiù, sperduti
Si confondono gli ultimi quartieri
Il dio della città, George Heym

Imperial Triumphant Zachary Ezrin 

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