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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Il futuro in un'ipotesi: i Grandaddy e The Sophtware Slump

Disegnare il presente partendo da futuri immaginari e nostalgie del passato: si può.

Giocare con il tempo, il pop e la malinconia per cucirli in una coperta di Linus dal titolo sagace. Inseguire una perfezione che non esiste – o forse sì – fino a un’Arcadia dolceamara. Imprese possibili se ti chiami Jason Lytle e la tua anima è fragile solo fino a un certo punto.

  • Artista: Grandaddy
  • Titolo: The Sophtware Slump
  • Anno: 2000
  • Tracklist:
    • He's Simple, He's Dumb, He's the Pilot – 8:52 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Hewlett's Daughter – 3:06 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Jed the Humanoid – 4:18 (testo e musica: Jason Lytle)
    • The Crystal Lake – 5:00 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Chartsengrafs – 2:51 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Underneath the Weeping Willow – 2:40 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Broken Household Appliance National Forest – 4:34 (testo e musica: Jason Lytle)
    • Jed's Other Poem (Beautiful Ground) – 3:25 (testo e musica: Jason Lytle)
    • E. Knievel Interlude (The Perils of Keeping It Real) – 1:57 (strumentale)
    • Miner at the Dial-a-View – 5:21 (testo e musica: Jason Lytle)
    • So You'll Aim Toward the Sky – 4:43 (testo e musica: Jason Lytle)
  • Formazione:
    • Jason Lytle – voce, tutti gli strumenti
    • Jim Fairchild – chitarre
    • Aaron Burtch – batteria
    • Kevin Garcia – basso
    • Tim Dryden – tastiere

E allora, punterai verso il cielo?

Se è vero (lo è: altrimenti non avremmo le librerie colme di vinili e CD…) che la musica rappresenta un ritorno in luoghi dove risiedono i ricordi più belli, è altrettanto assodato che alcuni dischi possono costruire delle memorie. Figli dei nostri desideri e non di ciò che è realmente accaduto, questi frammenti fittizi ma plausibili appartengono a una versione “ideale” del mondo – di più mondi, perché questo sono le opere d’arte – e confermano che il tempo ha percorsi tutt’altro che lineari. Soprattutto quando si intreccia alla memoria, per conservare e in qualche modo reinventare il vissuto.

Piace pensare che su certe questioni Jason Lytle abbia riflettuto parecchio. Nelle sue canzoni avverti un respiro romanticamente malinconico, la lieve pennellata di acquerello che rende The Sophtware Slump un “concept album” agile e raro: il caso atipico nel quale il contenuto non soffoca la forma. Come per il capostipite S.F. Sorrow dei Pretty Things, entrambe si rincorrono commentandosi e sostenendosi a vicenda. Il tema di fondo, inoltre, viene suggerito e mai imposto dall’alto con piglio da boriosi saccenti e, ne converrete, si tratta di una gran bella differenza rispetto a troppi autocompiaciuti “mattoni” di scarsa digeribilità e vane pretese.

Jason Lytle che ci riflette, parecchio.

Tornando a noi, l’approccio non dista molto dall’illustre predecessore OK Computer, tuttavia se i Radiohead provavano a fare i conti con la tensione e l’angoscia di fine millennio, nel fatidico Duemila The Sophtware Slump mostra che le cose non sono cambiate. Che i Pink Floyd si sbagliavano, perché il fantasma è la macchina e che già prima della hauntology una galleria di personaggi-simbolo (piloti, scienziati, robot, minatori futuribili) si muoveva confusa in una bolla di indizi da decifrare.

Dentro quella soglia sospesa, un capolavoro con i crismi del romanzo breve ci chiede con discrezione di essere interpretato, di collegare i puntini di ciò che apparentemente lascia in sospeso. Anche per questo motivo latitano orpelli e sbrodolate e la sovrastruttura non risulta affatto invasiva: anzi, si lega spontaneamente ad atmosfere capaci di distillare quella particolare forma di tristallegria che dei Grandaddy rappresenta il marchio di fabbrica.

Parliamo della sfoglia emotiva avvolta in uno stile dove il pop degli anni Settanta è riletto dalla Generazione X, suggerendo ipotesi di Pavement che, per trasportare la grandeur di The Dark Side of the Moon in un garage, si ispirano alla Electric Light Orchestra e agli Wings mentre consumano i solchi di Pet Sounds, After the Gold Rush e del White Album.

Spetta a questi nobili esempi benedire un idioma che salda la trasversalità e l’introspezione dell’indie rock statunitense sul tronco della ricchezza melodica, con la giusta dose di elettronica vintage, chitarre che fingono di zoppicare e una voce che non ha paura di mostrare dubbi e incertezze. Qualcosa di unico e splendido, come piccole ferite nel cuore che profumano di una tarda primavera protratta all’infinito. Ed è esattamente lì che la storia ha inizio.

Qui, per la precisione.

Modesto, ma non troppo

Come abbiamo annotato a proposito degli XTC, la provincia ha molte facce. Dal punto di osservazione privilegiato alla palude dalla quale fuggire, con tutte le sfumature comprese nel mezzo, gli aspetti talvolta possono sovrapporsi, lasciando emergere la rete di rapporti che li connette. Casomai cercaste un esempio, potete recarvi a Modesto, la cittadina californiana dove George Lucas ha ambientato American Graffiti e che in precedenza Steinbeck aveva utilizzato in Furore come sfondo per le vicissitudini della famiglia Joad.

Una quiete alienata, la sua, che sembra nascondere i meccanismi letali dell’America, ed eccoci al punto. A Jason, che descrive un luogo «perfetto sulla mappa: foreste, deserti, agricoltura, montagne, l’oceano. In realtà sono lontani quel che basta a far perdere la voglia di andarci». Al senso di malinconia lasciata in dote da un paradiso a portata di mano, che getta la maschera e si rivela un miraggio, al desiderio destinato all’incompiutezza, alla versione postmoderna di Brian Wilson che ne scaturisce, evidente nelle assonanze tra titoli come The Nearest Faraway Place e Everything Beautiful Is Far Away. Eccoci a un pop edificato su intelligenza, intimismo e fragilità che annulla la distanza tra pensiero ed espressione.

Jason cresce nella conca della Central Valley, figlio di divorziati che pasticcia con il pianoforte della nonna mentre la radio resta sintonizzata sulle stazioni M.O.R. Dapprima è lo skateboarding a sedurlo con il senso di libertà, l’armonia del movimento, la testa e il corpo che dialogano in uno sport che è sul serio metafora della vita. Se la cava bene da professionista, finché nel 1989 una lesione al ginocchio non gli stronca la carriera. Ventenne, si getta in un’altra magnifica ossessione e sgobba per concretizzare ciò che gli ronza in testa durante le passeggiate nei boschi. Per uscire nel mondo gli serve una band, assemblata nel 1992 rivolgendosi alla sezione ritmica di Kevin Garcia e Aaron Burtch, poi raggiunti dal chitarrista Jim Fairchild e dalle tastiere di Tim Dryden.

Cinema e cibo, per non farsi mancare nulla.

Nei medi anni ‘90 una manciata di EP mescola umbratili arguzie e bassa fedeltà attraendo l’attenzione della Will. Esigui i mezzi economici e confuse le idee, il marchio stanzia lo stretto necessario per l’album di debutto Under the Western Freeway, giocato su slanci estatici e moderati tormenti (Nonphenomenal Lineage, Everything Beautiful Is Far Away), giostrine crepuscolari che preconizzano gli Air e i tardi Flaming Lips (Collective Dreamwisof Upperclass Elegance, Laughing Stock, Why Took Your Advice, Lawn and So On), gioielli cesellati da Stephen Malkmus nella bottega degli Weezer (A.M. 180, Summer Here Kids, Go Progress Chrome).

Bigfoot perso in città.

Squisitezze che nel 1997 passano inosservate, ma meno male che entra in scena Howe Gelb. Dopo il concerto dei Giant Sand a San Francisco, un Jason alticcio esprime ammirazione al songwriter dell’Arizona e gli mette in mano un nastro: Howe ascolta, non crede alle proprie orecchie e convince la V2 a scritturare i Grandaddy. Nel 1998 la ristampa di Under the Western Freeway è nei negozi e l’anno seguente l’EP Signal to Snow Ratio annuncia il capolavoro. Un pizzico di follia e il coraggio dello skater hanno pagato.

Riflessi sul lago di cristallo

Riuscite a immaginare Neil Young che in una delle sue innumerevoli follie ambienta OK Computer nelle praterie d’America? Per quanto stravagante, la descrizione risulta piuttosto utile per inquadrare The Sophtware Slump, l’autoironico gioco di parole sul quale è in parte basato (il termine sophomore slump riassume le difficoltà incontrate dalle band proprio nella realizzazione del secondo album) e il cowboy che, nella foto del retrocopertina, imbraccia una tastiera al posto del Winchester.

Considerando il retroterra del Nostro, è facile pensare al misterioso individuo vestito di bianco come a un uomo ricaduto sulla terra. A un Major Tom d’oltreoceano che si specchia in una finta luna in titanio, constata il fallimento della tecnologia e si rivolge alla natura sapendo che il processo di separazione da essa è irreversibile. Non un caso, dunque, che nell’ultima pagina del libretto quella figura enigmatica si stagli, la schiena leggermente curva, su un tramonto – o forse è un’alba? – e in basso a destra compaia la scritta «…buona fortuna».

Quando un uomo con il fucile incontra un uomo con la tastiera...

E non è certo un caso che Jason componga e realizzi il tutto in una fattoria sperduta, circondato da polvere, caldo, allucinazioni. Da genio degno di tal nome, è ovviamente insoddisfatto di quel modernariato minimalista che scintilla rugginoso e cromato, però centra il bersaglio quando definisce The Sophtware Slump un «album lo-fi che cerca di suonare hi-fi». Perché senza rendersene conto spiega il “tendere a” che incarna la sua cifra autoriale, quella ricerca che affronta massimi sistemi e autobiografia attraverso un taglio fantascientifico umanista e ossimori di estrosa intimità. E, sì, anche lo spirito che alla nostalgia per un domani irraggiungibile e al cupo “qui e ora” oppone la caparbietà di chi nonostante tutto prosegue il cammino.

Di conseguenza, il protagonista dell’iniziale He’s Simple, He’s Dumb, He’s the Pilot è esortato a non mollare lungo una Space Oddity dalla prospettiva rovesciata, secondo la quale ci si schianta al terreno invece di perdersi nel cosmo. Vaporosa e trafitta da tastiere iridescenti, con sofferta complessità apre scorci di speranza subito richiusi. In un quadro d’insieme sapientemente architettato, presenta e riassume il senso un’opera che altrove rifiata in Jed’s Other Poem ed E. Knievel Interlude, veste i Beatles di lustrini con Hewlett’s Daughter e abbraccia un’amarezza slanciata per The Crystal Lake.

Monochromatic green art.

Colpito il cuore dell’ascoltatore con Jed the Humanoid, un’elegia struggente dove Philip Dick e Raymond Carver raccontano di androidi, solitudine e alcolismo, la mestizia a tinte pastello di Miner at the Dial-a-View e Underneath the Weeping Willow risponde a una movimentata Chartsengrafs e al calibrato dinamismo di Broken Household Appliance National Forest, resoconto di una natura impadronitasi dei cascami della “civiltà” per certi versi simile a (Nothing But) Flowers dei Talking Heads. Dopo il sublime, dilatato country cosmico al crocevia tra Meddle e On the Beach del commiato So You’ll Aim towards the Sky riparti da capo, perché questa è perfezione che non stanca.

Baracche volanti ne abbiamo?

Nel maggio del 2000 la critica si spella le mani a fronte di vendite non esaltanti per lo standard dell’epoca. Il problema, però, è un altro: Lytle lavora in perfetta solitudine, gli altri membri dei Grandaddy servono per accompagnarlo in tour e devono guadagnarsi da vivere con impieghi part-time. Pertanto, la responsabilità pesa sulle spalle deluse dall’industria discografica di chi ha capito che i sogni realizzati non sono all’altezza delle aspettative e si consola con qualche vizio.

Dalla vetta si scende a testa alta in una via lastricata di dischi dall’apprezzabile caratura, di scioglimenti, celebrazioni e cicliche riunioni, funestata dalla morte per infarto del bassista Kevin Garcia. Nel frattempo, il cowboy che sembra sbucato da un film di David Lynch non ha mai smesso di accompagnarci: ogni notte volge lo sguardo verso un cielo dove abitano i suoi ricordi, conscio che il futuro non è solo un’ipotesi, ma anche la più rischiosa delle scommesse. Buona fortuna, uomini del Duemila.   

Grandaddy Jason Lytle 

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