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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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GodheadSilo: potenza, rumore e BMX.

Basso e batteria come uniche armi, da sempre un segreto nascosto ai più.

Partiti da Fargo, Nord Dakota, per dimostrare come il concetto di power trio possa spaccare il muro del suono anche se ridotto a quello di power duo. Uno di quei progetti a dir poco di nicchia che però, una volta scoperti, nessuno è in grado di abbandonare mai. Salutate Dan Haug e Mike Kunka!

Less is more

Dan Haugh e Mike Kunka si incontrarono con Phil Leitch a Fargo, la città dov’erano cresciuti. Dopo un unico show come trio capiscono velocemente che sarebbe stato meglio continuare come semplice coppia basso e batteria, lasciando perdere la chitarra.

Dakota del Nord, contea di Cass: originariamente chiamata Centralia (il nome fu cambiato in onore dell’illustre cittadino – nonché il direttore della North Pacific Railway – William Fargo). Nessuno, però, sulla scia dell’ondivaga San Pietroburgo, ha inoltrato richiesta per modificarne nuovamente il nome in GodheadSilo, in onore del gruppo formato dagli amici Mike e Dan. Rispettivamente bassista e batterista, ventuno e diciannove anni quando, dopo aver calcato il palco del Moose Lodge, decidono di fare sul serio rifuggendo quasi ogni tipo di tecnologia in cerca di una sorta di purezza sonora. Dietro a una grafica che richiama i Dead Kennedys, il 7” Thee Friendship Village alterna frequenze radio a quattro brani sporchi, trascinanti e rumorosi che presentano il progetto, lasciando sottintendere il talento nello scouting della label di Olympia. La musica è un insieme liquido sul quale ondeggiano detriti spossati e cuciti con cura dalla coppia.

Segue uno split con gli Hammerhead, dove la loro Bereft Rescue Mission No. 43 prende il volo lentamente, come un aeroplano pesante, caricato di fuoco, che esplode in una gragnuola di colpi sordi. Il disco esce per la OXO, marchio di proprietà del bassista degli Snag, Jeffrey Hermann, tuttavia è già il momento di mettere insieme l’esordio Scientific Supercake. Copertina nera, un’astronauta armeggia in una cabina, caratteri tipografici che ricordano la sci-fi anni ‘50. Una cappa scura in un contesto post-hardcore pesante e melmoso, campionamenti vocali che confermano come si adorasse essere soddisfatti succhiando grossi cazzi, una potenza che non si esprime quasi mai in velocità bensì in massa e intensità.

Registrato da Tim Green, Michael Lastra (padrone degli Smegma Studios nel quale i Nostri opereranno alacremente) e Joe Preston, dimostra il loro buon gusto nello scegliersi le compagnie in virtù delle propaggini del primo nei Nation of Ulysses e nei Concentrick e dell’ultimo con Melvins, Earth e Thrones. A caldeggiarne la pubblicazione la benemerita Kill Rock Stars, che in quello stesso anno produce anche anche Bratmobile, Heavens to Betsy e PeeChees. I quaranta minuti dell’esordio scorrono dimostrando le capacità nervose e martoriate del duo, in perenne bilico tra fraseggi doom e sporca velocità.

Puntuali operai noise

Mike e Dani girano e suonano: Oregon, California, Maryland, il festival Yo Yo a Go Go a Olympia (del quale ancora conservo con affetto il CD compilation con, fra gli altri, Jason Traeger, The Mountain Goats, Mecca Normal, Karp, Elliott Smith). Tra il 1993 ed il 1996 condividono i palchi con nomi prestigiosi come Unwound, Sebadoh, Modest Mouse e Melvins, facendo uscire, da puntuali operai noise, due album e due EP.

Tutti gli album sono pressoché registrati con il medesimo personale, a riprova di un progetto convinto di ciò che va facendo. Elephantitus of the Night parrebbe essere stato ristampato più volte con tracklist più o meno allungate, ampliandosi dalle due tracce originali: la title track alterna un allegro fischietto a riff e urla disperatamente gonfie, mentre Multilpe Organic, introdotta da una voce robotica e psicotica, si incaponisce in una batteria secca e in giri minimali e violenti. Se less is more, si tratta di un “meno” sporco, tagliente e ossidato, che centra ancora volta l’obiettivo grazie a una forza che tende alla distruzione.

Rumore operaio

Siamo già nel 1996, un gruppo maturo giunge alla corte della Sub Pop con un EP omonimo. Booby Trap sembra anticipare i Fu Manchu più plastici mentre Turn Up the Vocals dà in qualche modo forma a un electro rock gagliardissimo. Gli Uriah Heep di Gypsy vengono ripresi con un brio fra groovy e demoniaco, mentre il rauco incedere di Sprechen Sie Nuts chiude come meglio non si potrebbe. Poco tempo – giusto le tre settimane fra il 12 marzo e il 9 aprile – per arrivare al loro secondo album, registrato con quello che possiamo tranquillamente definire un dream team: Mike, Dan Tim, Michael e Joe. I nostri due si sentono a loro agio, suonano liberi e profondi, saltano in BMX, scolano litri di Mountain Dew e il mondo sembra loro.

Skyward in Triumph, un’aquila in volo rovesciato sulla copertina, tra il sole e un arcobaleno. Ma, nonostante lo sfoggio di colori, l’immagine rimane buia, inquieta come la musica del duo che conoscevamo. In realtà l’apertura di Echo Challenge si risolve morbidamente, quasi narcotica e riconducibile ad alcune produzioni coeve dell’etichetta Trance Syndicate di King Coffey, batterista dei Butthole Surfers. Le urla di Mike si fanno poi subito notare in Booby Trap che conferma, come già espresso in precedenza, una certa attinenza a quel crocevia fra musica stoner, desert rock, noise e sludge. Spesso pesanti ma sempre agili, mai interessati a mediare suoni e volumi, che però rimangono lucidi come in una fornace. La parte del leone è sicuramente recitata da Guardians of the Treshold, un quarto d’ora e rotti di incastri perfetti in cui gli strumenti sembrano viaggiare con una sorta di pilota automatico, sganciandosi esclusivamente solo per segnarne la fine. Dan vs. Time è una sfida crudele di una manciata di secondi che solo questo batterista poteva stravincere. Mike poi utilizza diversi toni di voce durate i brani, riuscendo in alcuni casi (come ad esempio in French Loan), a creare ambienti inquietanti e curiosi. Nella title track approfittano della presenza di Calvin Johnson, per un rap irresistibile che unisce folk, Beastie Boys e strani sibili. Su Pitchfork – che gli diede un più che meritevole 7.6 – Jason Josephes aveva messo in giro la voce che in realtà non si trattasse di un duo, ma di una band collettiva con, nascosti da Dan e Mike, nientemeno che i Black Sabbath. Ancora una volta, l’impressione è di una potenza estremamente ben gestita, ma del resto bastano due operai, uno al volante e uno a segnalarne le distanze in retromarcia, per scaricare quintalate di catrame.

Campioni di potenza, rumore, ma soprattutto BMX.

Aspetta un attimo

L’ultimo album dei nostri due appare soltanto un anno più tardi e inizia come se il mondo intorno a loro stesse crollando. Si sente Mike gridare fra il rumore più assoluto: «Wait a minute, man!» dice a tratti, mentre il tutto è più sporco e vacillante che mai. La copertina illustra un carro mitologico borchiato, trainato da due unicorni e guidato da quelli che paiono un centurione romano e la morte. Per la prima volta i Godheadsilo si affidano ad altre mani per la produzione e la registrazione e queste mani sono quelle di Alex Newport, già chitarra e voce degli inglesi Fudge Tunnel. Il suono è lievemente diverso: sembra aver cambiato lega ed essere dotato di maggior reattività. Anche la voce mostra maggiori collegamenti con alcune espressioni tipiche del suono Dischord, soprattutto in Time to Feed the Pytons. La coesione e la precisione raggiunta in questo album è tale da far presagire un certo seguito: riascoltando Braincloud lo si percepisce benissimo e la scelta di riprendere un brano di Phil Collins come In the Air Tonight rendendolo un cupo ed elettrico salmodiare carico di ritmo è perfetta. Che dire poi di Nap Attack, che sembra essere il modo migliore per distruggere il sistema di riposo di ogni padre o madre in qualsiasi istante? Nella seconda metà dell’album, Dan si infila i guanti e passa al pianoforte, creando una sorta di isola in un mare torbido e salato. In lontananza gli elementi, pioggia e venti, creano un momento di forte suspence e brivido fino all’esplosione, che li riporta sugli eterni binari scoscesi. In Home Crap Home c’è del brio (persino del pop!) e dell’orecchiabilità noise ragguardevole e stupefacente, conoscendo i trascorsi della band. A concludere una You’r Fighting Me Now che consegna alla storia il disco più variegato e spendibile di una carriera, senza note negative di sorta, per compiacimento o eccessivo ammorbidimento.

Su cinque, quanti ne riconoscete?

E poi?

In realtà questo è stato più o meno tutto, a causa di un incidente alla mano di Dan Haugh, di conseguenza impossibilitato a suonare per moltissimi anni, che ha quindi lasciato il progetto in una forma di stasi moribonda. Già, 17 lunghi anni dove Mike ha provato prima a fondare gli Enemymine, autori di un 7”, un EP e un album insieme a Danny Sasaki (che ha suonato per un breve periodo anche con i Jackie O Motherfucker), Zak Sally (fra le altre cose di passaggio anche nei Low) e Ryan Baldoz (che a un certo punto ha collaborato con i Modest Mouse). Musica nervosa e scattante, anche se meno essenziale nella sua brutalità rispetto ai Godheadsilo. Poi tra il 2002 e il 2003 l’esperienza con i Dead Low Tide, essenzialmente metà dei Murder City Devils, visto che comprendevano anche il loro storico roadie Gabe Kerbrat. Un disco e un EP. Poi più nulla fino al 2016, quando ha registrato, con gli amici Melvins, Three Man and a Baby, uscito ancora per Sub Pop.

Il buon Rowen di YouTube ci mette sotto del footage di guerra preso dall'archivio del The Prelinger Archives: ci sta decisamente bene.

Nel 2015 però succede qualcosa: dopo anni di vuoto, Dan rientra in pista a New Orleans con gli strumentali Chef Menteur; mentre Mike, nonostante le continue richieste di reunion e di suonare il repertorio della band madre, inizia – tramite i video di un fan su YouTube, il 22enne di Toledo Eric Taylor – a risuonare i propri brani, nella fattispecie la splendida Booby Trap, che continua a ritornare dimostrandosi punto imprescindibile della carriera di entrambi.

Acqua, fuoco e dissolvenze.

Da lì tutto riprende per onorare Ralph’s Corner, il locale di Fargo dove avevano mosso i primi passi. Undici date, per la precisione: nessuna delle quali scommetterei esaurita, però sufficientemente piena di un pubblico cresciuto, certo che sì, ma anche casualmente stordito dalle semplici e profonde note espresse da basso e batteria, che forse riuscirà a elaborare in qualche altro progetto del quale ci piacerebbe poter parlare fra qualche anno.

In ogni caso, speriamo di rivederci qua.

GodheadSilo Dan Haug Mike Kunka 

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