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Depeche Mode: Damaged People (Playing the Angel, 2005)
Lost in a forest... ah no.

Depeche Mode
Damaged People (Playing the Angel, 2005)

Dimenticarsi di essere vecchi e di star morendo.

Un altro pezzo rapidamente dimenticato dalla band dopo il tour di supporto a Playing The Angel è quel gioiello di rara bellezza che è Damaged People. Che peccato davvero.

Una delicata ma complessa ballata al ritmo di un carillon disfunzionale, come se i Beatles del White Album si fossero materializzati in sala d’incisione a fianco di Martin Gore e gli avessero preparato un the allucinogeno, correggendolo però con del metaqualone.

Data l’ovvia assenza di George Martin, qui le redini le tiene saldamente Ben Hillier affiancato da Richard Morris, e quando il trio lavora bene i risultati sono scintillanti. La difficile gestazione del brano (e per esteso dell’album tutto) fa sì che le sedute siano tenute in tre studi diversi, ai Sound Design di Santa Barbara, agli Stratosphere Sound di New York e ai Whitfield Street di Londra. Nonostante questo, il risultato brilla in quanto coesione ed efficacia. Probabilmente il divorzio di Gore (da Suzanne Boisvert, dopo 11 anni e 3 figli) ha pesato non poco sulle liriche ed in generale nel mood complessivo del disco, ed il brano in questione non fa eccezione. Il dolore è palpabile e va ad incastrarsi alla perfezione con una struttura sonora tutt’altro che banale, capace di rapire l’orecchio e mangiare lo stomaco lasciando però una fioca luce di speranza sullo sfondo.

Nè ballabile nè orecchiabile, Damaged People è pura commozione sensoriale, un piacere complice nel vedere quanto un artista, se dotato di talento e lasciato libero di esprimersi, sia in grado di crescere a livello compositivo riuscendo a colpire strati sempre più profondi in coloro che ascoltano.

Per molti fan è pura blasfemia, ma - in maniera diversa - al pari dei primi anni, la parte adulta (quella post-101) dei Depeche Mode è pregna di altrettanto spessore artistico, privato sicuramente della scintilla giovanile ma con un bagaglio carico di esperienza tale da riuscire a colpire al cuore al primo tentativo. C’è meno ispirazione (e i numerosi riempitivi presenti nei dischi recenti ne sono la conferma), ma quando arriva non ce n’è per nessuno: perché quando la bellezza post adolescenziale comincia a mostrare la corda, sono altre le doti che fanno realmente spiccare sopra la massa. Riuscire a padroneggiarle è per pochi, e Gore è uno di questi. Una gemma assoluta, anche se non per tutti

Depeche Mode 

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