Un pilastro dell’hip hop, un gioiello sfaccettato che regala nuove suggestioni a ogni ascolto, un capolavoro freschissimo. Tutto questo e molto altro nella “ricomparsa” ufficiale del primo album dei De La Soul.
Un fulmine a cielo sereno cui segue un rinfrescante, benvenuto acquazzone. Questo è stato nel 1989 l’avvento dei De La Soul, che con attitudine ed estetica freak scombussolavano all’improvviso un hip hop che fino a quel momento aveva riservato severa militanza hardcore e cronache del ghetto. Senza nulla togliere a entrambi, la proposta di Pasemaster Mase (per papà e mamma: Vincent Mason), Posdnuos (al secolo Kelvin Mercer) e Trugoy the Dove (registrato all’anagrafe come David Jolicoeur, il suo nickname è “yogurt” alla rovescia) era di tutt’altra natura.
Non sapendo come definirli, qualcuno si inventava la simpatica definizione hippie hop che, tutto sommato, rendeva abbastanza l’idea. Sulle colonne di Rolling Stone, Michael Azerrad definiva «il primo disco hip hop psichedelico» un capolavoro che subito incassava lodi sperticate e per spiegare il quale si tirava in ballo Frank Zappa, laddove il rimando principale semmai era Sua Maestà George Clinton. Prendendo spunto da un altro paragone della stampa estera, più che il Sgt. Pepper del rap, a noi 3 Feet High and Rising suggerisce un equivalente di Revolver per l’ampiezza di orizzonti e la creatività esplosiva, per l’appeal e la solidità compositiva.
Mentre chiediamo scusa per aver assecondato il vizio di “sbiancare” i riferimenti, annotiamo come sia impossibile restituire a chi non c’era il pacifico scossone inferto da 3 Feet High and Rising. Una porta spalancata su futuri da inventare, ha avvolto parole e suoni in soul acido, funkadelia, (auto)ironia e toni fluorescenti che traspongono in suono il tratto di Keith Haring. Non contento, ha offerto un’alternativa al materialismo, alla violenza e alla misoginia del rap, dalle quali peraltro anche certo becero rock non era/è esente. Un’altra lezione per chiunque.
Di fatto, rispondendo con spiccata personalità ad altre pietre miliari come It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, Straight Outta Compton, In Full Gear e Critical Beatdown, uno stile policromo e sfuggente ha sgretolato la residua, ingiustificata diffidenza dei visi pallidi verso il genere, tuttavia c’è di più in 3 Feet High and Rising. Parecchio di più. Ci sono una musica classica e futuribile, il miracoloso “a sé” che, come un UFO, decide di stabilirsi qui e fare scuola: un disco per nulla invecchiato che è stato accolto nella Biblioteca del Congresso per la rilevanza storica e l’impatto estetico e culturale.
Massimo rispetto, fratelli e sorelle che lo trovate accanto a Duke Ellington e Blind Lemon Jefferson, a Marvin Gaye e Groucho Marx: ci sta perfettamente, così come ha senso ascoltarlo tra i rumori delle locomotive e la tromba divina di Miles Davis, perché documenta lo snodo fondamentale di un linguaggio e di un’epoca e, come ogni capolavoro, vive in una dimensione che si fa beffe del tempo. Indiscutibilmente attuale, 3 Feet High and Rising.
A maggior ragione da che lo scorso marzo è di nuovo disponibile in tutti i formati. Per la versione liquida trattasi della prima, sospirata volta, poiché l’operazione – gestita tramite l’etichetta del gruppo AOI – è stata possibile soltanto dopo la risoluzione dei problemi legali legati ai sample e dopo che i De La Soul, con il fallimento della Tommy Boy e la conseguente acquisizione da parte di Reservoir Media, hanno ottenuto il possesso dei master originali dei primi sei album. Una festa purtroppo guastata intorno alla metà di febbraio dalla scomparsa di Jolicoeur – che da qualche tempo soffriva di insufficienza cardiaca – ad appena cinquantaquattro anni.
Mandato giù a forza il groppo in gola, provi a consolarti con l’evidenza che, anche se gli uomini se ne vanno, i capolavori restano e anche per questo meritano di essere universalmente condivisi. La speranza è che il “ritorno” di 3 Feet High and Rising rappresenti un’epifania per coloro che per la differenza anagrafica si sono domandati chi fossero i tizi di una certa età che hanno collaborato con i Gorillaz. Chissà che, accostandosi a questo pezzo di storia, costoro non scoprano un universo vivo e multicolore.
Oltre che nel genio, le radici di tanta grandezza affondano in un fattore sociologico che a noi europei sfugge ma è stato debitamente messo in evidenza dalla critica statunitense. Gli anni ’70 testimoniano una massiccia migrazione di famiglie afroamericane dal centro di New York verso le periferie: nella noia dei sobborghi l’immaginazione galoppa a briglia sciolta restando sintonizzata sulla Grande Mela e, come in certe scene localizzate dell’indie rock, il decentramento (relativo in termini generali, fondamentale per una cultura che nasce dal basso, dalla strada) rappresenta una lente con la quale osservare i fenomeni e trasformarli.
Non è difficile immaginare i nostri ragazzi che nelle loro camerette di Long Island – un ambiente fertilissimo che ha fatto e farà da incubatrice a Public Enemy, Rakim, MF DOOM – sgranano parole su vinili “per bianchi”. Dischi che amano con invidiabile apertura mentale e dei quali si appropriano, incastrandone un frammento dopo l’altro fino a costruire qualcosa di unico e apprezzato da Prince Paul degli Stetsasonic. Lui a inserire i giovanotti nel contesto afrocentrico all’insegna del consapevole positive thinking incarnato dalla “tribù” Native Tongues e sempre lui ad apporre un tocco produttivo magistrale all’LP di debutto, recapitato dopo la firma del contratto con la Tommy Boy.
Tra lezioni di francese trasformate in trasmissioni radio marziane, orge simulate e siparietti parlati (oggi li chiamano skits e vi ricorre chiunque) estratti da un finto quiz televisivo, 3 Feet High and Rising (titolo ispirato alla canzone di un Johnny Cash oggetto di campionamento: capito l’aria che tira?) allestisce un favoloso ready made sonoro. Figlia chissà quanto inconsapevole di Marcel Duchamp e del situazionismo, la concezione surreale e collagistica del detournement che siamo soliti definire “campionamento” trasporta i materiali originali in contesti diversi, cambiandone significati e significanti.
Dal processo di cui sopra trae origine una pietra miliare aliena e allo stesso tempo dotata di tratti familiari che ingloba e mischia ogni cosa con mano leggera però sicura. Poggiando su un’economia delle forme e su un bagaglio che supera i soliti scippi a James Brown, i De La Soul non discriminano tra George Clinton e Steely Dan, Ohio Players e Billy Joel, Bo Diddley e Liberace. Basta che funzionino. Basta che assicurino un pilastro su cui sistemare assemblaggi dadaisti e una sfolgorante aura melodica vicina alla concezione del pop come trampolino per l’innovazione che apparteneva ai Sixties.
Ecco: una chiave interpretativa della solidità e della freschezza di 3 Feet High and Rising risiede in un obliquo spirito pop che non viene mai meno. Un pop che cazzeggia, certo che sì, ma che sa mescolare svago e senno quando racconta il bisogno e la ricerca di pace e armonia. Un pop che, come si premurano di informare i diretti interessati, arriva from the soul: dall’anima, non solo dalla mente. Perché oltre al senso dell’insieme e dell’umorismo, spetta anche alle emozioni costruire le fondamenta di una scaletta impeccabile.
Canzoni bizzarre eppure svelte a imprimersi nella memoria stabiliscono una serie di modelli e introducono nel rap l’eclettismo che diamo per scontato. Ascoltare per credere l’irresistibile My, Myself and I, un’appiccicosa Jenifa Taught Me, il caracollare stordito di Tread Water, una Eye Know che porge cristallino soul pop, la Magic Number che rappresenta il palese riferimento dei Cornershop di Brimful of Asha.
Se Change in Speak arrotonda spigoli funk e Ghetto Thang sculetta sinuosa, Potholes in My Lawn riporta in auge lo yodel clintoniano però basandosi sugli War, Sly Stone si aggira nel manifesto programmatico D.A.I.S.Y. Age e Say No Go chiama a testimoniare Hall & Oates. Chiuso il cerchio con Jungle Brothers e Q-Tip nel downbeat venato jazz di Buddy, restiamo a bocca aperta. Sempre e comunque.
Puntuali giungono il riscontro critico e dei colleghi e un meritatissimo successo commerciale. Si gioisce per poco: quattro mesi dopo il disco d’oro è stridore di denti allorché i Turtles intentano causa per l’uso di un breve frammento di You Showed Me. Grana non da poco con ricadute importanti destinate a riverberarsi sull’hip hop tutto, causando ritardi sulla data di pubblicazione dei dischi per ottenere i regolari permessi e, in una prospettiva più ampia, segnando l’inizio della prevalenza delle parti suonate sul sampling.
Incassato il colpo, con cadenze più dilatate e fisiologici alti e bassi la posse di Amityville ha continuato a pubblicare album discreti riservando qualche zampata, ciò nonostante questi De La Soul sono innegabilmente diversi e piuttosto lontani dalla verve e dalla spontaneità degli esordi. Di fatto, il “succo” del loro talento lo gustiamo appieno nei solchi stupefacenti di 3 Feet High and Rising, perché così giovani e creativi lo si è una volta nella vita. Poi aumentano le responsabilità, saltano fuori le magagne, i contendenti approfittano della scia per sorpassarti a sinistra.
Accade ovunque nell’arte, per ragioni ovvie e naturali. Nell’hip hop accadeva molto spesso durante la fase più florida della sua evoluzione: stiamo parlando dell’epoca gloriosa e per forza di cose irripetibile delle mutazioni rapidissime e delle sensazioni bruciate in un lampo. Anni in cui una legge ferrea stabiliva che chi tirava il fiato anche per poco rimaneva un passo indietro agli altri.
In ogni caso, basta abbattere anche un solo muro per appartenere alla storia. Epocale non per modo di dire, il formidabile e caleidoscopico rompicapo 3 Feet High and Rising manda in onda una rivoluzione a trentatré giri che, tra svariate altre cose, spingerà Arrested Development, New Kingdom, Mos Def, Shape of Broad Minds e decine di altri a spiegare le vele verso il domani. Senza alcuna traccia di vanagloria, i De La Soul lo affermavano chiaro e tondo già tre decenni abbondanti fa: “Siamo gente che vuol fare le cose per prima e vedrete molti seguirci.”
Sono stati ottimi profeti, i tre. E gloria sia.
De La Soul Vincent Mason David Jolicoeur Vincent Mason Paul Huston