New Music

Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

Tracce

... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

Storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Autori

Chi siamo

Cerca...

Captain Beefheart e la favola del pesce mascherato

L'uomo specchio, la banda magica, un capolavoro assoluto.

Dietro uno dei dischi più innovativi di sempre in ambito rock si nascondono talento, coraggio e un (bel) po’ di follia. Soprattutto, una visione e un metodo che riscrivono il passato in qualcosa di assolutamente unico. Ed è proprio questo a fare di Trout Mask Replica un capolavoro senza tempo.

  • Artista: Captain Beefheart
  • Titolo: Trout Mask Replica
  • Anno: 1969
  • Tracklist:
    • Frownland – 1:41 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • The Dust Blows Forward 'n the Dust Blows Back – 1:53 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Dachau Blues – 2:21 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Ella Guru – 2:26 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Hair Pie: Bake 1 – 4:58 (musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Moonlight on Vermont – 3:59 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Pachuco Cadaver – 4:40 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Bill's Corpse – 1:48 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Sweet Sweet Bulbs – 2:21 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Neon Meate Dream of a Octafish – 2:25 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • China Pig – 4:02 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • My Human Gets Me Blues – 2:46 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Dali's Car – 1:26 (musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Hair Pie: Bake 2 – 2:23 (musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Pena – 2:33 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Well – 2:07 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • When Big Joan Sets Up – 5:18 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Fallin' Ditch – 2:08 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Sugar 'n Spikes – 2:30 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Ant Man Bee – 3:57 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Orange Claw Hammer – 3:34 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Wild Life – 3:09 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • She's Too Much for My Mirror – 1:40 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Hobo Chang Ba – 2:02 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • The Blimp (Mousetrapreplica) – 2:04 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Steal Softly thru Snow – 2:18 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Old Fart at Play – 1:51 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
    • Veteran's Day Poppy – 4:31 (testo e musica: Don Van Vliet / arrangiamenti: John French)
  • Formazione:
    • Captain Beefheart (Don Van Vliet) – voce, sassofono, clarinetto
    • Drumbo (John French) – batteria, percussioni
    • Antennae Jimmy Semens (Jeff Cotton) – chitarre
    • Zoot Horn Rollo (Bill Harkleroad) – chitarre, flauto
    • Rockette Morton (Mark Boston) – basso
    • The Mascara Snake (Victor Hayden) – clarinetto, cori

Conversazione con l’uomo nello specchio

Impossibile iniziare questo articolo con un classico artificio retorico come “a volte ritornano”. Dal dicembre 2010 Captain Beefheart non è più tra noi, ma da molto tempo aveva interrotto i rapporti con il mondo per darsi con successo al suo primo amore, la pittura. Facessero tutti così, in circolazione ci sarebbero meno cadaveri ambulanti: cosa che peraltro il Capitano non è stato mai, neppure da eremita. Presentissimo nella sua assenza fisica, eccolo ripresentarsi in Tom Waits e nei Birthday Party, nel Pop Group e nei P.I.L., in Pere Ubu e Devo, PJ Harvey e dEUS e Jon Spencer. Insomma, ci siamo capiti. A volte qualcuno non ritorna per la semplice ragione che non se n’era mai davvero andato.

Chi ha visto (in tutti i sensi) la luce come Don Van Vliet è un mirror man, l’uomo specchio di una sua canzone che riflette ciò che vogliamo vedere e che lui stesso lascia scorgere. O forse, in un gioco di parole poggiato sull’omofonia con mere man, è “semplicemente un uomo” e, pur nell’estrema eccentricità, come tale va considerato. La questione resterà aperta in eterno, benché non sia davvero importante stabilire il confine – ammesso che esista – tra l’individuo che fonde arte e quotidianità e un universo a sé stante. In entrambi i casi c’è materiale per una mitopoiesi con i fiocchi (sovente autocostruita omaggiando la tradizione del blues…) e allora prendiamo e rendiamo grazie.  

Diciamo hobby, va'.

Ciò nonostante, spiegare la grandezza di Van Vliet/Beefheart è impresa complessa quasi quanto l’ascolto dei suoi dischi. Facciamocene una ragione: non è pensabile tracciare il quadro esaustivo di un originale per antonomasia, così che, forse, risulta più utile una riflessione elementare: ovvero, che la sua carriera inizia e finisce in ambito pittorico. Pertanto, la musica va “vista” come una serie di immagini e sfugge se affrontata in maniera convenzionale.

Che sia sogno che sfuma nell’incubo e viceversa oppure una mappa che contiene surrealismo ed epos americano, torniamo sempre al blues e alla disciplina applicata al caos. Poco alla volta, però, emergono un senso di intenso abbandono e un’umanità profonda, perché dentro e al di là del microfono quelle inconfondibili corde vocali appartengono al primitivo che la società obbliga a soffocare. Perché l’oggetto delle righe che seguono non è un “semplice cantante”. Semmai, un animale che ulula come il maestro Howlin’ Wolf cercando la via per la Madre Terra.

Parlano chiaro l’amore mai troppo sottolineato per la natura, il sostegno alla causa ambientalista, le metafore zoologiche e vegetali che ne costellano i brani e il fascino esercitato dal falso vuoto del deserto. Ascoltare – soprattutto sentire – Beefheart significa constatare la distanza tra le nostre origini e il prezzo pagato per il “progresso”. Fa male solo leggerla una faccenda così, figurarsi espellerla dal cervello e dai polmoni.

Da qui lo scostante despota che, nauseato dall’industria dello spettacolo, si esilia nella wild life. Viene da capirlo e, potendo, da imitarlo. Ad accompagnarci nel gesto, musiche tra le più originali di sempre che riportano all’intimo, eterno bandolo di passione e follia, di concretezza e allucinazione che qualcuno chiama il blues.

Meglio i cactus degli uomini.

Vagando a zig zag

Don Vliet nasce a Glendale, California, nel gennaio 1941. Qualche anno più tardi aggiungerà il “Van” al cognome, ma subito mostra capacità fuori dal comune che – tredicenne – gli valgono una borsa di studio in Europa per specializzarsi nella scultura. Offerta rifiutata dalla famiglia trasferitasi nel deserto del Mojave, dove il ragazzo tempra una peculiarità in embrione e al liceo riconosce affinità elettive in Frank Zappa.

Nei primi anni ’60 l’amicizia sfocia in una fase nella quale Frank realizza film sperimentali e da una di quelle pellicole il sodale assume il nome d’arte. Intorno alla metà del decennio Zappa va a Los Angeles e Beefheart allestisce la prima Magic Band – alle chitarre Alex St. Clair e Doug Moon, il basso nelle mani di Jerry Handley, Paul Blakely dietro tamburi e piatti – praticando robusto (rhythm and) blues e poco dopo un garage punk che lascia perplessa la A&M, mentre dal vivo chiude il cerchio rileggendo Howlin’ Wolf e traffica con strumenti a fiato ispirandosi a Roland Kirk.

Due così, amiconi proprio, da subito.

Quando l’etichetta molla il quintetto, con il nuovo batterista John French si trova un alleato in Bob Krasnow della Buddah e Moon è rimpiazzato dal ventenne Ry Cooder. Nella primavera 1967 la band lavora al primo LP: ventisei anni, Vliet è in ritardo sulla tabella di marcia anagrafica; tuttavia, proprio per questo il debutto sarà assai maturo. Lo splendido Safe as Milk scarabocchia il vocabolario blues, scolpendo un canone di arrangiamenti bizzarri ma focalizzati, cadenze che sbuffano e sgomitano, chitarre lanciate oltre la separazione tra ritmica e solista, un’ugola vigorosa estesa su quattro ottave e mezza.  

Se nella dichiarazione di intenti Sure ‘Nuff ‘N Yes I Do ci si presenta con un energico stomp e l’eloquente «I was born in the desert», Zig Zag Wanderer sfregia la British Invasion, Call on Me trasloca i Byrds a Memphis, I’m Glad è un frastornato Otis Redding minimalista e Dropout Boogie inventa il Waits lupo mannaro. Altrove ti investono il richiamo della foresta avviluppato al theremin di Electricity, il pop d’avanguardia Yellow Brick Road, la sfrenata Abba Zaba, una Plastic Factory che smantella gli avanzi del garage, l’aspra Where There’s a Woman, i sussulti di Grown So Ugly e il romanticismo psicotico di Autumn’s Child.

Blues sulla spiaggia di Cannes.

Fior di estimatori in Inghilterra, nel mercato nazionale le vendite sono esigue e per smuovere le acque si punta il festival di Monterey. A mo’ di collaudo, la combriccola partecipa a un evento presso il monte Tamalpais, ma Don abbandona il palco dopo pochi minuti, preda di attacchi d’ansia e di un pessimo trip. Il treno per il successo è perduto, Cooder sbatte la porta, arriva Jeff Cotton e nell’autunno del ‘67 si incidono nuove composizioni.

Spaventata dal contenuto, la Buddah rifiuta il progetto It Comes to You in a Plain Brown Wrapper, salvo ripescarne alcune tracce nel 1971 in Mirror Man, rivelando trame dilatate di spigolosa fluidità che conducono un rock felicemente astruso lungo panorami esotici, anticipi new wave, divagazioni jazz, bagliori acidi e post.

Nel frattempo, Krasnow manda nei negozi un 33 giri ritoccato con l’effettistica psichedelica in voga. Ciò nonostante, Strictly Personal si racconta opera egregia in decollo verso lo spazio profondo, anche se alla fine del ’68 Beefheart e accoliti sono contrattualmente a piedi. Per il terzo e risolutivo album dovranno bussare alla porta di Frank Zappa.

Pesca alla trota in America

L’amico accetta di buon grado la richiesta e sistema sul suo marchio Straight la formazione che si chiude in una villa di Woodland Hills. Dopo l’ennesimo rimpasto, il bassista è Mark Boston e nel ruolo del dimissionario St. Clair arriva il giovane Bill Harkleroad; nondimeno, quella che molti ritengono la migliore Magic Band viene ribattezzata dal leader con pseudonimi che suggeriscono mutazioni allucinate dei bluesmen prebellici: Cotton sarà Antennae Jimmy Semens e Harkleroad Zoot Horn Rollo, Boston diventa Rockette Morton, John French Drumbo e John Hayden, il clarinettista cugino del capobanda, si trasforma in The Mascara Snake.

Gli alieni sbarcano dal doppio disco volante Trout Mask Replica nel giugno 1969, ma, come Shakespeare insegna, dietro la follia si nasconde un metodo. Nello specifico, una rigorosa organizzazione di sonorità che, allo stesso tempo, sono l’energia che scompone un bagaglio estetico e l’humus della sua ricostruzione. Non finisce qui: fin dalla metafora della copertina, l’album dell’uomo pesce (per gli amanti delle curiosità, trattasi di una carpa) simboleggia un salto nella nostra atavica condizione ferina, irrobustito dalla conoscenza del passato e dai nuovi meccanismi che vi sono stati applicati.

Ecco gli alieni.

Se blues è il nome del gioco, le regole sono quelle di Ornette Coleman, Albert Ayler ed Eric Dolphy e gli schemi adottano cut-up testuali e sonori e un approccio primitivista. Il risultato non può che essere uno spartiacque, dove lo slancio creativo prova a colmare la distanza tra l’uomo moderno e il lato selvaggio attraverso creature dense e disturbanti, come quadri cubisti che parrebbero vivere senza armonia. Ma è per l’appunto apparenza, benché Trout Mask Replica rimanga quanto di più estremo possiamo associare al rock.  

La leggenda tramanda che sia stato composto per intero da Beefheart in una sessione di otto ore al pianoforte. In realtà qualcosa già esisteva e il resto è frutto dell’impegno di mesi, nei quali Van Vliet canta, fischia e pesta su uno strumento mai sfiorato prima, mentre il prezioso French – non accreditato dal tiranno a causa di un litigio – trascrive i frammenti sul pentagramma e arrangia l’insieme.

Raggiunta una struttura soddisfacente, il gruppo prova e riprova fino alla spossatezza psicofisica, isolato a Ensenada Drive in un clima di angherie e indigenza. Prolungata la genesi, registrano in fretta ai Whitney Studios di Glendale con Don che non utilizza le cuffie mandando fuori sincrono tracce vocali e strumentali e Zappa che raccorda ciò che per gli artefici costituisce un punto di arrivo.

Quello che raccorda è il tizio fuori fuoco.

Luna piena nel Vermont

Per tutti gli altri Trout Mask Replica rappresenta una rampa di lancio nel futuro, a patto che se ne raccolgano i messaggi più che la fisionomia. Insensato tentare di, ehm, replicare la galleria di ritratti che sbucano dall’inconscio (Pachuco Cadaver, Pena), gli episodi che ricordano il tempo in cui si intonavano canti attorno al fuoco (The Dust Blows Forward and the Dust Blows Back, Well, Orange Claw Hammer), certi imperscrutabili enigmi che scavalcano a piè pari la psichedelia (Frownland, Veteran’s Day Poppy, Steal Softly Thru Snow) e i rituali avvolti nel mistero più fitto (Ella Guru, Fallin’ Ditch, Neon Meate Dream of a Octafish, Wild Life).

Giusto per rimanere in tema, le maschere non mancano.

Altrove, ti imbatti nei ritmi spezzettati e nelle chitarre in contrappunto del “dopo rock” (Moonlight on Vermont, Sweet Sweet Bulbs, Hobo Chang Ba), ma soprattutto nel blues. Tratteggiato in chiave agghiacciante e licantropica (China Pig), sbilenco, però dotato di peculiare sensualità (My Human Gets Me Blues, Sugar ‘n Spikes, She’s Too Much for My Mirror), trasposto in teatro dell’assurdo e in cinema di serie B (Old Fart at Play, The Blimp, Bill’s Corpse) e rivitalizzato da iniezioni di jazz urbano (When Big Joan Sets Up, Ant Man Bee, Dachau Blues). Sparso ovunque a piene mani, nel finto disordine esplode lo spirito al crocevia tra surrealismo e dada (una dissonante Dali’s Car, le articolate contorsioni Hair Pie: Bake 1 e Hair Pie: Bake 2) che incarna la cifra autoriale più pura del Nostro.

Ai (bei) tempi, il dispiego di intuizioni ottiene il ventunesimo posto nel Regno Unito, spargendo semi che germoglieranno da Matt Groening a David Lynch, passando per Jim O’Rourke, Joe Strummer, John Lydon e Jack White. Impossibile superare due volte le colonne d’Ercole, il Capitano non riposa sugli allori e centrerà altri bersagli (Lick My Decals Off, Baby, Shiny Beast) percorrendo un tragitto per nulla lineare, scandito da litigi e riappacificazioni con Zappa, un soggiorno albionico artisticamente sciagurato, vari avvicendamenti nella Magic Band e problemi con le case discografiche. Infine, si esibisce in un’ultima capriola mostrando la fonte della “nuova onda” e nel 1982 proclama il rompete le righe. Da lì in poi solo tele, pennelli, mostre e la compagnia della moglie.

Chissà se, la salute ormai precaria, gli è importato dei tributi, del riordino di archivi avviato nel 1999 da Grow Fins: Rarities 1965-1982 – cofanetto che, tra svariate chicche, contiene gli “studi d’autore” di Trout Mask Replica – e del dibattito che ne è scaturito. Per ragioni che saranno chiare, si è tenuto stretto un rumoroso silenzio fino alla dipartita da una dimensione che poco lo ha apprezzato. Nel nostro mondo ideale ci piace immaginarlo sereno di fronte all’oceano, che saluta le balene di passaggio attendendone la puntuale risposta. Appartiene a quel regno sin dalla nascita, e loro lo hanno capito prima di chiunque.

Avevamo detto carpe! (e comunque grazie per tutto il pesce)

Captain Beefheart Don Van Vliet 

Siamo su Substack! Iscriviti per ricevere la newsletter e sapere quando pubblichiamo nuovi contenuti!