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Wren Hinds: Restless Child
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Come apprendere la difficile arte della sopravvivenza.

Don’t die in the Bundu è il titolo di un antico libro di istruzioni sulla sopravvivenza distribuito in Sud Africa e Zimbabwe. Da quelle pagine prende spunto per il nuovo album il folksinger sudafricano Wren Hinds, ancora sotto l’egida della Bella Union che aveva già stampato in LP i primi tre dischi, inizialmente disponibili solo su Bandcamp.

La musica di Hinds si muove con la stessa leggerezza di un pittore, come la madre da cui ha ereditato la sensibilità di dipingere, non con i pennelli ma con il suono. Le riprese dei brani sono state eseguite in una assoluta (ricercata) povertà di mezzi, ovvero all’interno di una capanna di legno, scelta strategica per lasciarsi tutto alle spalle, allo stesso modo di Justin Vernon con il suo For Emma, Forever Ago.

Restless Child è un folk delicato prossimo a Bon Iver, Father John Misty e Mojave 3, ovvero a tutto quell’alveo di musica intessuta di un intimismo che si nutre di avvolgenti fibre malinconico-bucoliche. Solo voce, chitarra e un’aura di riverberi ambientali che non smorzano i rumori sottostanti della registrazione in presa diretta. In qualche modo sembra di risentire quel capolavoro di fragilità che è Diamond Mine di Jon Hopkins e King Creosote, tanto la traccia sembra inserita in un contesto prossimo all’ascoltare in termini di empatia e immersività.

La tematica trattata è quella della paternità e del conseguente radicale rovesciamento delle prospettive. Si avverte lungo lo scorrere dei poco più tre minuti che la scrittura è sentita e più a fuoco rispetto alle prove precedenti, portandosi dentro quella naïveté che è la cifra esistenziale di chi da ragazzo ha dribblato a Cape Town gli spari dei cecchini. Se sopravvivere è sempre una scelta, il prezzo da pagare non si trova scritto in nessun manuale.

Wren Hinds 

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