Il confine pericoloso tra significato e significante.
Che la buona musica non vada sempre d'accordo con i gusti del pubblico è una vecchia storia. Non sempre prodotti di qualità vengono accolti dalle masse, spesso perché manca qualcosa: marketing, soldi investiti nel marketing, gente extra che si occupa di marketing… insomma, quello.
Per quanto sia poco poetico, la musica nasce come forma d'arte, ma una volta pubblicata diventa inevitabilmente un prodotto, e al pari di un detersivo, se nessuno sa che esisti probabilmente verrai dimenticato sugli scaffali dei pochi supermercati che ti hanno ospitato.
Peccato, perché l'EP degli Heartworms avrebbe meritato un successo maggiore, e in un mondo giusto ne staremmo ancora parlando oggi, dopo quasi nove mesi dalla sua pubblicazione. Il progetto di Jojo Orme aveva tutte le carte in regola per spiccare in mezzo a tutte le uscite indipendenti di quest'anno: una rilettura delle atmosfere post-punk figlie dei P.I.L. e dei primi Cocteau Twins, filtrate da una sensibilità in bilico tra trip hop deviato e visioni apocalittiche modello San Francisco primi anni Zero. Che la sua fascinazione per l'estetica militare abbia allontanato le wokkate? Certo, la tolleranza per l'epoca delle provocazioni dei Death in June è ormai lontanissima, ma sembra essere stata sostituita da una farsa dove il politically correct troppo spesso sfocia in una dittatura di pensiero – della serie: si stava meglio quando si stava peggio, ma tant'è.
Per chi se li fosse persi, una delle sorprese migliori da scartare sotto l'albero.