Connessioni e disconessioni noise tra paillettes e haute couture.
La politica è ovunque, soprattutto è presente in quel sostrato di libertà assoluta che costituisce la base di ogni forma di arte. Da sempre Marc Ribot ha interrogato il proprio talento sulle possibilità di espandere le concettualità dei propri mezzi espressivi, giungendo a una dimensione di anarchia in cui ogni elemento ha una sua giusta collocazione semantica. In tutto ciò il contesto non conta nulla, perché si può attraversare il fuoco senza farsi una benché minima bruciatura. A riprova di ciò, basti vedere l’aplomb di Ribot e dei suoi Ceramic Dog durante la sonorizzazione live della sfilata di Gucci alla Fashion Week di Milano.
Connection è la traccia che dà il nome all’ultimo album del chitarrista di Newark, sempre con i fidati Shahzad Ismaily al basso e Chess Smith alla batteria. Difficile stare dietro all’estro magmatico di Ribot e alle sue strutture geometriche punk, che interrogano e mettono in discussione ogni logica. Siamo in un trip sospeso tra afrori Stones ed elucubrazioni Velvet Underground in quota Loaded, mentre intorno si liberano spore di Spiritualized, considerato che proprio a Jason Pierce rimandano gli accenti del cantato.
Per tutto il primo minuto, Smith lavora solo di charleston su due note sature fino al midollo di un abrasivo hard blues Seventies, un secondo dopo parte il rullante a spingere il fuzz della chitarra con un drumming sincopato. La particolarità è che la traccia sembra muoversi su rotaie ritmiche apparentemente instabili che proiettano ogni cosa su un piano obliquo, creando di volta in volta un nuovo equilibrio. Ribot ci insegna che il valore della propria libertà sta nel perdere ogni connessione con la realtà, meglio ancora se ciò accade nel bel mezzo di una sfilata di moda.