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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Bar Italia: Punkt
Eravamo quattro tre amici al bar

Rileggere la propria collezione di dischi con spensierata nonchalance.

Quando ti prende, ti prende. L’urgenza di dire le cose. Soprattutto se la tua aspirazione sarebbe quella di fare il musicista di mestiere e il principio morale a cui ti sei votato quello di lasciar parlare la tua arte al posto di tutte le altre fregnacce che vanno di moda (e, duole dirlo, funzionano) al giorno d’oggi. Giorni, quelli d’oggi, dove non è poi (o forse dovremmo dire “più”) così frequente imbattersi in una giovane band quasi al debutto che non sta troppo a pensarci su in termini di programmazione e pubblica a nastro la qualunque, dimostrando una poco comune prolificità.

Nati in piena pandemia, i londinesi Bar Italia hanno già all’attivo una corposa manciata di singoli stand-alone, un paio di EP e quattro full-length in tre anni (due addirittura quest’anno, appena firmato il contratto con la Matador). Un catalogo impressionante, soprattutto considerando la pubblica reticenza con cui si sono approcciati alla loro self-promotion, fatta prevalentemente di poche foto sgranate in croce, circa zero interviste e qualche volantino disegnato con Microsoft Paint per comunicare le date di concerti andati comunque sold out.

Ma veniamo al dunque: la musica, appunto. Prendete i Codeine e King Krule e convinceteli a fare un paio di album di cover che spaziano dal britpop, al post-punk, allo shoegaze. Tutti e tre rigorosamente intesi nella loro versione d’oltremanica, ovviamente: dagli Wire agli Slowdive, dai Blur più pensosi ai My Bloody Valentine meno rumorosi, con una foglia di Stone Roses a guarnire il tutto, che non guasta mai. Non a caso il trio prende il nome (o se non altro con quella coincide, visto che le notizie ufficiali risultano di proposito latitanti) dall’ultima traccia di quel Different Class dei Pulp che il suono inglese degli ultimi tre decenni ha contribuito non poco a caratterizzare. Aggiungeteci la particolarità che in ogni pezzo Nina Cristante, Jezmi Tarik Fehmi e Sam Fenton si alternano democraticamente nelle parti cantate creando una deliziosa, ma sempre ben distinta, confusione timbrica, e la next big thing è fatta.

Esempio più che calzante questa Punkt, omaggio (in)volontario ai Cure della lontana Boys Don’t Cry era, dove le chitarre si rincorrono scorrevoli, pulite e ipnotiche, mentre l’uso delle dissonanze si rivela magicamente strategico. Sam gorgheggia come un giovane Stuart Murdoch, Jezmi miagola sui toni bassi di un gatto afflitto da pene d’amore al pari del Robert Smith più giù di corda, compensato dall’ossessività di Nina, che proclama ripetitiva con voce da bambina viziata «I don’t owe you an explanation / I just want to lose control».

Nessuna spiegazione, quindi, ci mancherebbe. Solo il cristallino incapsulamento di un’idea tanto semplice quanto potente: la musica come fontana dell’eterna giovinezza, suoni senza tempo che non hanno paura di sconfinare nel déjà vu. Anzi, ci sguazzano con gli occhi dolci, ammiccanti, impenitenti.

Bar Italia 

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