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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Blur: pop goes the world

Perché i Blur non iniziano né terminano con il britpop.

L’attualità e l’importanza di una band non si misurano a copie di dischi venduti o con la presenza su giornali e social network. Contano le radici immerse nella cultura popolare e la capacità di raggiungere generazioni lontane. Le stesse caratteristiche che associamo ai classici, e di certo non è un caso.

You're so great

Nel pop un diamante è per sempre. Due esempi made in UK colpiscono per rilevanza e portata sovragenerazionale: se degli Smiths già abbiamo riferito, i Blur mancavano a una disamina approfondita, e quale migliore occasione dell’ennesima reunion, di un disco dei Gorillaz, del progetto Waeve allestito da Graham Coxon e, infine, della trave portante dell’intero discorso: il nuovo album del quartetto, The Ballad of Darren, del quale sinora erano affiorati dettagli vaghi e che, confermato a metà del maggio scorso dai microfoni di BBC6, sarà disponibile dal 21 luglio.

Con uno stile a metà strada tra Luigi Ghirri e David Hockney, la copertina opera di Martin Parr sembra richiamare The Great Escape con il “distacco partecipato” della mezza età. Quanto al contenuto staremo a vedere, perché ogni disco di una band “importante” ha bisogno di tempo per crescere e rivelare la propria identità.

Quando invecchi il motoscafo è troppo rischioso, meglio una tranquilla piscina.

Per il momento, a contare (molto) è che un disco dei Blur sia in qualche modo ancora un evento che raggiunge più persone, del quale i media parlano e che genera curiosità e attesa. Non è un caso: semmai, l’ennesima conferma dell’ascendente esercitato su fasce d’età lontane che incarna uno dei segreti della canzone d’autore.

Intendiamo la magia ineffabile che appartiene a tre minuti che riescono ad “arrivare” a chiunque in qualsiasi momento, il sistema narrativo codificato da Beatles e Kinks che possiede tuttora un fascino irresistibile, le arguzie che riascoltiamo in cerca dell’ennesima epifania. Perché il pop è leggerezza di tocco che si fa strada nella testa e nel cuore, trasformando l’attualità e il particolare in riflessioni sui massimi sistemi.

Una messa in scena di sentimenti che custodisce aspirazioni, sogni e speranze, ma racconta anche il mondo circostante e quello interiore, la società e il mal d’amore. Che coglie il respiro ideale di un’epoca come è stato per una band che, sulla spinta del crossover anni ‘90, ha centrifugato e distillato decenni di inglesità. Che poi, invece di fossilizzarsi su una formula come troppi colleghi, ha trafficato con krautwave e trip hop, elettronica e lo-fi, dub e ricerca etnica.

Dovessimo ricorrere a una definizione generalista per l’opera dei Blur, opteremmo per art pop. Sensata, se non resistete alla tentazione di incasellare una band della quale è limitativo rilevare soltanto l’immediatezza melodica, benché di un’intelligenza rara. Eppure qualcuno ancora incappa nell’errore parlando di chi è cresciuto da moderno erede di Ray Davies.

Un ruolo che spetta ai fuoriclasse, e infatti i Blur non iniziano né terminano con il britpop. Il loro percorso è qualcosa di più elevato che rispecchia la conquista di un proprio classicismo e dimostra che rischiando e mettendoci la faccia si diventa (dei) grandi. E tali si rimane, da qui all’eternità.

Ormai grandi, in tutti i sensi.

A trip to parklife

A suo modo peculiare, questa vicenda presenta comunque tratti da “romanzo di formazione rock”. Per esempio i natali al college, dove Damon Albarn e il riflessivo Graham Coxon fanno comunella con il belloccio Alex James. Albarn milita nei Circus assieme al batterista Dave Rowntree, che divengono Seymour a fine 1988 con l’ingresso di Graham e di Alex al basso. Un demo attrae l’attenzione della Food, gestita dal giornalista Andy Ross e da David Balfe, ex tastierista dei Teardrop Explodes, che impongono il definitivo cambio di ragione sociale.

Nel 1990 la pigra e spiraliforme She’s So High accede ai Top 50 e l’anno seguente il tardo stile Madchester di There’s No Other Way plana sul fondo dei primi dieci. Accanto alla sognante Sing e al Syd Barrett col distorsore di Birthday, sono le uniche cose salvabili di Leisure, che traccheggia tra manierismo baggy e shoegaze con scrittura piatta e scarsa verve mentre in regia si alternano in tanti, incluso uno Stephen Street che diverrà un prezioso quinto elemento.

Neon ne abbiamo?

La stampa lo demolisce e ai ragazzi servono due anni per voltare pagina. Pieni di debiti, intraprendono un tour oltreoceano – in cui il frontman sbevazza e insulta i pochi presenti – e pubblicano Pop Scene, sberla da Dexys Midnight Runners avvelenati come giovani Magazine. Poiché non tutto il male vien per nuocere, Albarn rientra in madrepatria con la presa di coscienza che prepara il terreno al britpop.

I Suede sulla bocca di tutti, Modern Life Is Rubbish si prende diciotto mesi tra sessioni con Andy Partridge andate all’aria e Street che subentra, un titolo crasso scartato (England vs. America) e il disco respinto dall’etichetta in quanto privo di brano trainante. Punti sul vivo, i Blur cavano dal cilindro una favolosa For Tomorrow dove Marc Bolan e Ray Davies sono la stessa persona e in primavera centrano la quindicesima piazza, in un gesto controcorrente che fa leva sulla britishness senza retorica o autocelebrazione.

La forza di Modern Life Is Rubbish sta in un atteggiamento davvero creativo, che rivisita la tradizione mescolando i modelli in una marcata identità. In sostanza, ciò che ha reso immensi Lennon & McCartney e chiunque li abbia seguiti, con la sostanziale differenza che l’America non costituisce un riferimento estetico. Su queste fondamenta poggiano annotazioni nel solco dei social studies, arrangiamenti attenti ai dettagli, chitarre che mulinano riff oppure lavorano di fino, una sezione ritmica puntuale.

Britpop in bianco e nero.

A imporsi è in ogni caso lo standard compositivo: accompagnano For Tomorrow il travolgente scontro tra Kinks e Madness di Sunday Sunday, una Chemical World di stilosa immediatezza, la wavedelia memore di Liverpool disegnata da Colin Zeal, Resigned, Pressure on Julian e Oily Water. All’energico vaudeville Villa Rosie e alle Advert e Coping che immaginano Howard Devoto negli XTC rispondono la dolce ipnosi Blue Jeans, l’epidermica Star Shaped, l’acid-folk Miss America. Che sia questo il vero debutto?  

Commercial break

Ipotesi assai plausibile, vista anche la funzione di volano per un epocale successore che irrompe in vetta nell’aprile 1994. Trascinato dagli Wire danzerecci di Girls & Boys, Parklife apre la diga a decine di formazioni mediocri pronte a un quarto d’ora di clamore, ma soprattutto conquista l’eternità con capolavori degni di Kinks (End of a Century) e Jam (Tracy Jacks), Madness (Jubilee) e Fall (la title track: ospite Phil Daniels, protagonista del film Quadrophenia), Small Faces (Badhead, Clover over Dover) e Walker Brothers (la sublime To the End, in duetto con Laetitia Sadier).

Liquidissima, diremmo oggi. O no?

Solido e policromo nella foggia curata da Street e nei contenuti (abilissimo Damon a restituire un nitido spaccato dei tempi), mischia le carte e diversifica la ricetta con digressioni punk (Bank Holiday) e psichedeliche (pastello per Magic America, svagate in Far Out), finestre sul technopop (London Loves), missive al Bowie berlinese (Trouble in the Message Centre) e giostrine (The Debt Collector), mantenendo unità fino ai saluti, affidati all’aeriforme melanconia di This Is a Low e al siparietto Lot 105. Cercavano la gloria, i Blur? L’hanno appena ottenuta, con tutto quel che ne consegue.

Il successo non è mai unicamente rose e fiori. La baldoria degenera tra alcolici, droga e gli Oasis che iniziano la scalata nei giorni in cui lo showbiz fabbrica una rivalità con la quale i diretti interessati giocano. Per noi era e resta carne guasta da cannone per chi non va oltre il gossip e i triti dualismi; tuttavia, nell’agosto ‘95 rappresenta la brace su cui le etichette soffiano pubblicando i rispettivi nuovi singoli in contemporanea.

Se a 45 giri il music-hall Country House la spunta sul rutilare T.Rex di Roll with It, (What’s the Story) Morning Glory? straccia un The Great Escape che, malgrado piccole crepe formalistiche e qualcosa di stiracchiato, fa egregiamente i conti con la fama. Sul lato oscuro di Parklife il cambio di umore è evidente nel sardonico booklet, in liriche incentrate sulla vita (post)moderna – ricordate che si tratta di rubbish, cioè “spazzatura” – e nell’emotività di Best Days, insieme barocca e lieve, nella tristallegria in glassa d’archi The Universal, nell’esotismo alla Brian Eno di Yuko & Hiro.

Com'era quella storia di vincere una battaglia vs vincere una guerra?

La festa è mesta o inquieta per una Stereotypes che farebbe un figurone nel repertorio degli XTC, per l’Elvis Costello euforicamente alienato di Charmless Man e gli Specials evocati in Fade Away. Altrove, Mr. Robinson’s Quango si porge livida, He Thought of Cars è ombrosa e Dan Abnormal un eloquente anagramma. Tra i patriottici osanna della critica e rivali di cartone che si azzuffano per niente, lo smacco è vedere il pop’n’roll dei Gallagher conquistare gli Stati Uniti. Onde evitare lo scioglimento, quello di cui i Fab Four dei ’90 hanno bisogno è davvero una grande fuga.

Coffee & songs

Nella deboscia tocca mettere il punto e andare a capo. La reazione è figlia della necessità, tuttavia ci piace pensare che istinto e ragione si siano fusi, mostrando che l’unica via era allontanarsi dal filone che aveva reso i Blur delle star e si stava trasformando in un vicolo cieco. La vetta è come lo spazio profondo: nessuno ascolta se chiedi aiuto, e a metà decennio i nostri eroi sono in un circolo vizioso di dipendenze, panico e crisi sentimentali che rappresenta il contraccolpo dell’improvvisa notorietà.

Meglio prendersi una vacanza in Islanda come Damon, e mentre Graham si rifugia tra i vinili dei Pavement prende corpo una reazione dove il pop scivola nelle retrovie, fungendo da scheletro su cui innestare l’indie americano, l’elettronica e una velata introspezione autobiografica. All’inizio del ‘97 l’album omonimo rivendica la nuova pelle, come a dire: ora siamo così e i veri fan capiranno. Ovvio che i modaioli storcano il naso di fronte a un secondo capolavoro che conquista gli yankee con l’apocrifo Pixies di Song 2.

Woo-hoo.

Scrosciano applausi per la psichedelia riattualizzata di Beetlebum e Strange News from Another Star, per il trip hop malevolo aperto dal ritornello luminoso di Death of a Party, per gli omaggi mai scontati a Guided By Voices (You’re So Great) e Beck (Country Sad Ballad Man). Se Look Inside America unisce English Settelement al White Album, I’m Just a Killer for Your Love è saporito succo Primal Scream e Theme from Retro un electro dub cosmico. Quanto al meticciato tra krautrock e post-punk, sfocia nella trascinante circolarità di On Your Own, nelle citazioni bowiane di M.O.R. e nella cupa contorsione Essex Dogs.

Un gruppo rigenerato, insomma, nonostante litigi sempre più frequenti. Sotto il peso della separazione da Justine Frischmann, il cantante sembra voler prendere il timone e non aiuta che Coxon flirti con la bottiglia, pur conservando la lucidità bastante a occuparsi della copertina di 13, transizione supervisionata da William Orbit che oscilla tra passato prossimo e tentativi di riscrivere le regole recenti.

L’agrodolce gospel-folk Tender e l’ancheggiare di Coffee & TV brillano a prescindere da episodi di discreto mestiere e a qualche riempitivo, laddove convincono articolati quadretti come Swamp Song, Battle, Trailer Park e Caramel, che vestono un’idea di post-indie pop con un’inquieta tecnologia. In retrospettiva, la chiave per interpretare il disco si nasconde nella struggente, umbratile No Distance Left to Run: gli anni Novanta sono morti e i Blur con loro. Forse.

Tutto è bene quel che finisce ben… ah no.

The fake death of a band

In realtà ad andarsene è Coxon, ma non subito. Nel 2000 si rifiata con una raccolta e l’ottimo inedito Music Is My Radar, il chitarrista si concentra sulla carriera solista, gli altri mantengono un basso profilo e Albarn crea con Jamie Hewlett i Gorillaz, “band fumetto” dal successo planetario che probabilmente accresce in lui la smania di controllo. Problema che emerge durante le registrazioni del settimo album, allorché il socio – infine sobrio – dice “basta” e un uomo solo al comando può assecondare le sue infatuazioni.

Inevitabilmente, nel 2003 Think Tank mostra un’impronta in bilico tra sintetico e organico che aggiunge alla tavolozza etnicismi e rivisitazioni black. Mossa brillante, più che altrove nell’R&B mutante Ambulance e nel suadente krautpop terzomondista Out of Time, nella caracollante serenità di Good Song e nel groove estaticamente notturno di On the Way to the Club, negli Happy Mondays arabeggianti di Brothers and Sisters e Moroccan Peoples Revolutionary Bowls Club e nell’eco di Sandinista! che attraversa Jets e Gene by Gene.

Sulla traslucida Battery in Your Leg le luci sfumano in una penombra in cui i Blur, così lontani eppure così vicini, osservano la propria condizione di classici crescere. Il silenzio è rotto da voci di una rimpatriata, concretizzata nel 2009 in due date estive a Hyde Park davanti a duecentomila persone e nella presenza ai principali festival nazionali.

Tra cui, ovviamente, Glastonbury.

Al cambio di decennio qualcosa si muove con il documentario No Distance Left to Run e una Fool’s Day giusto mezzo di Clash e Madness. Due annetti e scattano le celebrazioni: i Brit Awards, la retromania applicata a se stessi nel 45 giri Under the Westway / The Puritan, il cofanetto Blur 21 e l’esibizione per la chiusura delle Olimpiadi, nella quale Damon – il viso da monello dignitosamente invecchiato che tradisce la commozione – lascia alla folla il finale di The Universal.

Non c’è retorica che tenga: quando appartieni a un retaggio e alla storia puoi rimanere congelato in un attimo infinito di memoria collettiva, come i Beatles sul tetto e i Kinks che chiedono alla platea di intonare Sunny Afternoon. Un’ulteriore conferma di statura per chi, la nostalgia come un trampolino di lancio, nel 2013 intraprende una tournée mondiale e in meno di una settimana registra materiale nuovo a Hong Kong per rielaborarlo successivamente in forma compiuta.

La primavera di otto anni fa annunciava The Magic Whip, riassunto estetico in cui l’armonia ritrovata e la pienezza espressiva si traducono in equilibrata confetteria (Lonesome Street, Ong Ong), ibridi a lento rilascio (Go Out, There Are Too Many of Us, Pyongyang) e adattamenti dell’esistenzialismo di Everyday Robots (New World Towers, Thought I Was a Spaceman, My Terracotta Heart).

Bello quasi da non sperarci più, The Magic Whip, anche e soprattutto a prescindere dal ruolo che potrà avere The Ballad of Darren nel percorso che abbiamo quasi terminato di raccontare e analizzare. Come ogni futuro che si rispetti, è una scommessa e un’ipotesi. Nel caso specifico dei Blur, che sono classici capaci di muoversi nel tempo, anche un messaggio proveniente da un mondo parallelo. Un luogo meraviglioso che appartiene anche a noi ed è stato costruito con genialità e dedizione. Sì: nel pop un diamante è per sempre.

«I really don't know what to say». Non c'è davvero molto altro da dire.

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