Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Tim Hardin: appeso a un sogno, per sempre

Come si è consumata la candela del ragazzo pecora nera.

Pochi hanno raccolto briciole di notorietà in rapporto al talento come Tim Hardin. E pochi si sono rovinati con le loro mani come lui. Ma ancora più rari sono coloro che hanno scritto canzoni così belle da far male, ma bene.

Last night a songwriter saved my life

Se è vero che tempi difficili producono arte memorabile, la nostra epoca dovrebbe poter offrire fior di capolavori. Lasciando ai posteri l’ardua sentenza, ci permettiamo di rilevare che in un’attualità sempre più confusa e frammentaria stiamo assistendo a un ritorno della canzone. Non un caso, poiché si tratta del formato ideale per osservare e trasmettere le inquietudini del presente nel mentre se ne offre una via di fuga.

Una scappatoia astratta, d’accordo, però molto meno di quanto siamo propensi a credere. Perché, al di là della retorica a buon mercato, oggi più che mai servono certezze e speranze e dobbiamo spargere la bellezza che (forse) ci salverà. Nel frattempo rende migliori noi, che abbiamo la magnifica ossessione per la musica e la vediamo scorrere attraverso gioielli capaci di spalancare mondi.

Dunque, che siano di estrazione classica o sperimentale, le canzoni costituiscono una sorta di porto sicuro. Sono tasselli di un “concetto” dalle prospettive sempre inedite aperto a molteplici interpretazioni, per la semplice ragione che, in eterno divenire, modellano e riflettono ciò che le circonda arrivando al cuore e al cervello con rapidità, come un perfetto medium artistico.

Lo dimostra anche l’abbondanza di nomi delle nuove generazioni che ha deciso di affrontare questa cartina di tornasole con la cura riservata alle cose più preziose ed esiti non di rado eclatanti. Magari, guardando con rispetto e in cerca di ispirazione a chi, in passato, ha letteralmente speso la vita a scrivere gioielli restando suo malgrado nell’ombra.

Parliamo di talenti straordinari ai quali il successo ha voltato le spalle, che si sono consumati come candele la cui fiamma non smette di ardere. Parliamo di tessitori di sogni che ai sogni hanno cercato di attaccarsi. Parliamo di Tim Hardin.

Dorm… ehm, sogna che ti passa.

Se fossi un cantautore

Tra i piaceri nascosti di ogni appassionato c’è il what if, l’ipotesi ucronica che spinge a riflettere su come le cose sarebbero potute andare se. Per esempio: che tipo di songwriter sarebbe stato Tim Hardin, se non avesse incontrato l’amore della vita che poi si è impegnato a smantellare? Si sarebbe dedicato al blues e al folk, seguendo il rigore filologico dei primi anni ’60? Chissà. 

In questa dimensione, purtroppo, l’amore non è riuscito a salvarlo da se stesso, tuttavia di ciò parleremo in minima parte e relegando vizi e misfatti in un angolo poco illuminato. Preferiamo trattarli sbrigativamente per dovere cronachistico, dal momento che il nocciolo della questione sta altrove, ovvero nello sbocciare solo apparentemente improvviso di chi viene iscritto all’anagrafe di Eugene, Oregon, come James Timothy Hardin.

Mancano due giorni al natale 1941 e prendetelo come un messaggio inviato dal destino. Lo stesso vale per un cognome che – come il diretto interessato mai smentirà, perché tutto fa mito – non discende dal fuorilegge John Wesley del quale Bob Dylan canterà anni dopo. Vero invece che la musica rappresenta un lessico famigliare, siccome mamma suona il violino e babbo è jazzista.

Il ragazzo, invece, è l’irrequieto che, diciottenne, molla tutto per una ferma biennale con i Marines nel Sud-Est asiatico, da dove torna dipendente dall’eroina. Studia recitazione a New York, ma l’accademia è troppo inquadrata e allora imbraccia una chitarra: già abile al pianoforte, sfacchina nel Greenwich Village e a Boston finché nel 1963 la Columbia non si fa avanti.

Un inizio coi baffi.

Pubblicato solo quattro anni più tardi, This Is Tim Hardin rende conto dell’apprendistato in una manciata di vibranti traditionals e nel notturno sussurro Blues on the Ceiling firmato da Fred Neil, laddove l’artefice ci mette la spavalda Danville Dame e i nervi di Fast Freight. Benché ottima, è una falsa partenza. Per meglio dire, il primo approdo dell’ennesimo viso pallido che prova a imitare i maestri neri e ne ricava altro, perché il blues è un mistero che ereditiamo quasi senza rendercene conto.

Così, quando nel ‘66 la Verve pubblica Tim Hardin 1, sorprendono un’evoluzione che sorpassa il folk revival, il taglio riflessivo e aggraziato, la fusione delle radici con beat e jazz in eleganti miniature pop. Possiede fin da subito i crismi del classico, lo stile dolce come i ricordi e malinconico come certi addii che rinuncia al testosterone del rock’n’roll e non teme di esporre le debolezze perché sa che quello è il vero eroismo. C’è una ragione precisa per il salto in avanti ed è l’ingresso in scena di una donna.

«Per me… numero 1!»

La signora di Baltimora

Incarna molto più di una musa, Susan Yardley Morss. L’attrice - conosciuta da Tim un anno prima a Los Angeles, ospite dell’amico Lenny Bruce - è la fiamma che arde in una Reason to Believe da suonare ai vostri lui/lei, nella polvere di armonica sparsa su Green Rocky Road, in una While You’re on Your Way in anticipo su Nick Drake e in una How Can We Hang on to a Dream che spoglia l’anima poco alla volta. E di certo non è lontana nella romantica seduzione di Misty Roses e in una Part of the Wind che inventa Antony, nella gioia velata da mestizia di Don’t Make Promises e nel Burt Bacharach intristito di It’ll Never Happen Again.

E la musa, ovviamente, finisce anche in copertina.

Incredibile a dirsi, Hardin si supera nel febbraio ‘67, allorché Susan dà alla luce Damion e lui fa la spola tra l’ospedale e lo studio di registrazione. Costruito attorno a voce, chitarra e archi sottili, il secondo LP omonimo risplende nella flessuosa If I Were a Carpenter, in una Red Balloon che ascende in punta di plettri, nell’ode Lady Came from Baltimore, raccolta da Scott Walker. Altrove, Black Sheep Boy è confessione limpida come i cieli dopo un temporale, Baby Close Its Eyes fotografa Brian Wilson sull’orlo del crollo, Speak Like a Child inventa i “nuovi” acustici del Duemila e la nuda Tribute to Hank Williams intreccia premonizioni e brividi.

«Non dovrei essere io quello che suona la chitarra?»

Tim sembra lanciato verso il successo, ma è esattamente qui che inizia a sprofondare. L’eroina prende il posto della famiglia, i concerti saltano o vengono affrontati in condizioni pietose. Per fortuna il manager Steve Paul tiene duro e raccoglie la line-up (un ensemble compatto e attento alle sfumature in cui spiccano Mike Mainieri ed Eddie Gomez) di Tim Hardin 3 – Live in Concert, apice raccolto alla Town Hall di New York che nel ‘68 restituisce un linguaggio di invidiabile compiutezza e di una perfezione così pura da non poter stancare.

Nella veste che approfondisce uno sfaccettato e policromo folk-jazz le canzoni risultano viepiù stellari. Su tutte Lenny’s Tune, che – già conosciuta nella versione incisa da Nico intitolata Eulogy to Lenny Bruce – tratteggia una dedica metafisica, sacrale e velatamente autobiografica. Ciò nonostante, quando un capolavoro che profuma di eternità arriva nei negozi, pochi lo notano e intanto Van Morrison (con il quale il Nostro aveva in precedenza condiviso alcune date) e Buckley senior navigano con sicurezza tra flussi di coscienza e galassie.

A volte, fermarsi anche solo per un momento significa rimanere indietro. Dopo la presenza al festival di Woodstock, Tim vorrebbe una vita ritirata e, circondato dagli affetti più intimi, si trasferisce vicino al convalescente Dylan. All’orizzonte, però, incombe la tempesta.

In caduta libera

Rientrati alla Columbia, la Verve risponde con i discreti avanzi di un quarto disco omonimo. Potete ascoltarli con i primi due album e svariati pregevoli inediti su Hang on to a Dream: The Verve Recordings, imperdibile doppio CD che nel 1994 riportava il nome del nostro uomo alle cronache. In caso ne foste sprovvisti, procuratevelo senza esitare. Quindi memorizzate, commuovetevi, godete all’infinito.

Poi risalite alla coda degli anni Sessanta per Suite for Susan Moore and Damion: We Are One, One, All in One, dichiarazione di intenti verso chi di Hardin ancora cercava di tamponare le troppe fragilità. Un coraggioso atto d’amore e autoanalisi che, distillando le ultime gocce di grandezza, ondeggia libero lungo atmosfere di tasti e corde per lo più scarne e tese a scandagliare l’anima.

Portrait of an American Family.

A questo punto potresti ipotizzare una rinascita, non fosse che nel cantautore dimezzato vince la scimmia. Esasperata, Susan prende il figlio e addio. Solo e inaridito, Tim non ha materiale autografo bastante per un 33 giri, tuttavia quel poco risplende per un ultimo istante quando nel ’71 Bird on a Wire trova un senso nella resa da chiesa sudista della coheniana title-track, in appassionate venature country e soul, in una sfuggente serenità che tenta di spingersi oltre la tristezza.  

Ottimismo per il futuro.

Impietosa, la retrocopertina ritrae un individuo torvo con il ciuffo che recede, mentre alle spalle fa capolino un minaccioso rapace. Ceduti i diritti dei brani in cambio di una valigia di contanti, l’uomo trasloca a Londra per avere metadone gratis, pubblicare il vacuo Painted Head e farsi stracciare il contratto. Billy Gaff – il cui pupillo Rod Stewart ha centrato una hit con Reason to Believe – interviene per il pessimo Nine, la collaborazione con Tim Rose e il tentativo di rimpiazzare Damo Suzuki nei Can vanno a rotoli presto e male. Dissolvenza.

Nel 1976, il viso che da dolcemente sbruffone si è fatto sempre più mesto accenna un leggero sorriso. Un vecchio amico propone di girare un documentario televisivo che racconti l’uomo e l’artista e organizza nella città natale lo spettacolo immortalato da Homecoming Concert, dove un Lazzaro che non sarà si guarda allo specchio in perfetta solitudine.

Dopo un trascurabile tentativo di tornare sulle scene, infatti, il 29 dicembre 1980 un’overdose chissà quanto accidentale stronca Tim in un appartamento di Hollywood. Non aveva nemmeno quarant’anni, ma in un certo senso si può affermare che fosse morto da tempo. Da quando aveva capito di aver gettato al vento l’unica àncora di salvezza a disposizione per colpa del fardello di debolezze che da sempre portava sulle spalle.

Mandato giù il dispiacere per il talento smisurato dal carattere di cristallo, a tenerci compagnia resta una musica che, in punta di piedi, ci regala il segreto per curare la fatica di stare al mondo. Ecco: lo trovate lì miracolo di chi è stato un black sheep boy fino all’ultimo dei suoi giorni.

Tim Hardin 

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