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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Suicide: l'esordio di Alan Vega e Martin Rev

C'è del marcio a New York.

Pochi dischi innovativi sono stati a lungo misconosciuti come l’omonimo esordio dei Suicide. Per via di una musica avveniristica, ma soprattutto per la vita vera che ci scaglia addosso senza complimenti in un misto di distacco e coinvolgimento. Per il nostro bene, ovviamente.

Incubi in bianco e nero

Per quanto possibile, l’analisi di un disco dovrebbe tenere conto della nostra prospettiva cronologica, che spesso ne cambia l’opinione che abbiamo (avuto) fino a quel momento. Ci riferiamo al livello di conoscenza stilistica e storica di ognuno, ma più che altro al contesto in cui un’opera ha visto la luce. È colpa dell’impossibilità di ricostruirlo con precisione – a meno di non possedere una macchina del tempo – se peso e importanza possono sfuggirci, poiché in certi casi la rivoluzione si coglie solo tenendo conto delle circostanze culturali ed estetiche che ne hanno salutato l’apparizione.

Eppure, una sorta di macchina del tempo la possediamo, ed è la nostra collezione di dischi. Prima di riaffrontare un album che tutti dicono splendido ma che magari vi lascia da sempre perplessi, ascoltate un corposo mazzetto di titoli risalenti alla medesima annata: sarà più facile coglierne il coraggio e la portata. Inoltre, tornare ad altre epoche vi emozionerà e vi farà sentire meglio. Fidatevi.

La grandezza e la contemporaneità di Suicide infatti stanno anche nel ritrarre una realtà sgradevole – il disagio metropolitano, l’angoscia dell’uomo comune, un futuro distopico che oggi è pane quotidiano – in forme adeguatamente alienate e alienanti.

Va da sé che il teorema contempla alcune eccezioni che lo confermano, cioè capisaldi che comprendi immediatamente e che sono senza tempo perché di tempi ne raccontano e plasmano più di uno. Vuoi per la visione, per la moltitudine di seguaci o per le barriere che hanno abbattuto, Trout Mask Replica e Ill Communication, Tago Mago e Bitches Brew, Autobahn e Pet Sounds, il White Album e la raccolta di singoli di Buddy Holly sono pietre miliari che non invecchiano. E anche questo è un innegabile segno di classicità.

Due che non son mai invecchiati, a modo loro.

Venendo al punto, le considerazioni di cui sopra valgono in toto per l’esordio omonimo dei Suicide, uscito nel ’77 e tuttora sconvolgente. A maggior ragione considerando che all’epoca Alan “Vega” Bermovitz e Martin “Rev” Reverby proponevano suoni avveniristici, crudi e aggressivi da un lustro e rischiando sul serio la pelle. Roba da non credersi e idem che quei trentacinque minuti risultino parecchio disturbanti dopo mezzo secolo.

L’arte non tradisce mai, e se lo fa è per svelare qualcosa di profondo. Tipo un’attualità che risplende più che mai dopo la dipartita di Vega e che, per citare il critico americano Robert Palmer, è “affermazione di vita”. La grandezza e la contemporaneità di Suicide infatti stanno anche nel ritrarre una realtà sgradevole – il disagio metropolitano, l’angoscia dell’uomo comune, un futuro distopico che oggi è pane quotidiano – in forme adeguatamente alienate e alienanti.

Una realtà sgradevole dove gli accendini costano più delle sigarette.

Perché se non si era pronti per una tempesta di rumori e cadenze monotone che rinunciava alle chitarre, ciò che spingeva la gente a girarsi dall’altra parte e a canalizzare l’aggressività contro gli artefici stessi era – è ancora – la vita sbattuta in faccia senza mezzi termini. Fa male vedersi dentro uno specchio, senza speranze e sull’orlo della follia come Frankie, l’operaio disoccupato che decide di farla finita con tutto e tutti perché non può più sfamare i figli. Al confronto, il “no future” dei Sex Pistols è una barzelletta.

Ciò nonostante, in questa musica scabra pulsa comunque un cuore umano. Sotto la caligine di effetti e le folate di farfisa, aggrappato allo scalciare di una batteria elettronica da quattro soldi e alla voce da rockabilly cat postatomico, lo senti forte e chiaro. Sai benissimo perché ti spaventa e allo stesso tempo ti affascina: perché la realtà è un piatto amaro ma salutare, una medicina che fa male però bene. Ed la pietra d’angolo sulla quale Alan e Martin hanno costruito un capolavoro.

La copertina parla da sola.

Americani supremi

Se mai è esistito, il sogno americano ha soltanto sfiorato i signori Vega e Rev, che lo hanno osservato lavorando in condizioni estreme in una giungla urbana travolta dalla crisi. In questo senso, il parallelo con il fan dichiarato Bruce Springsteen è fondato e, benché li separino la sua fama planetaria e il loro pragmatico pessimismo, i punti di contatto sono evidenti. Dagli antieroi della normalità che cercano una fuga impossibile al rock’n’roll sottoposto a mutazioni, passando per l’uomo di Freehold che chiude il cerchio nell’immenso Nebraska inventandosi un rockabilly ridotto all’osso e con la spina staccata.

Vero anche che, prima di Alan e Martin, nella Grande Mela i Silver Apples avevano armeggiato con arnesi alieni al rock, tuttavia esiti e attitudine, per quanto assai personali, li riconducono alla psichedelia. Da par loro, i Suicide creano altro: un falso paradosso che riduce il r’n’r primigenio a uno scheletro, lo veste di nevrosi esplicite, tecnologia da rigattiere (quindi in un certo senso già retromaniaca) e della severa economia di mezzi che lo rendono immortale.

Ne derivano uno stile e un approccio che hanno scritto pagine fondamentali, dalla new wave prima del punk (però più punk di chiunque) al synth pop mai popular che rinuncia al sintetico, passando per l’industrial ambientata tra i loft e la strada elevata ad arte. Se supponiamo la non esistenza del martellamento ritmico, del rumorismo affilato e fosco, della scorza anni ’50 gonfia di paranoia, tra i tanti possiamo salutare Jesus and Mary Chain e LCD Soundsystem, Primal Scream e Spacemen 3, per tacer dell’agile formato “cantante più addetto ai macchinari” del techno/wave pop.

Per fortuna le cose sono andate diversamente e i Kraftwerk hanno conosciuto eredi loro pari, anche se la mala pianta Suicide è di poco posteriore a quella teutonica. A renderla unica è il terreno di coltura, ovvero la New York di inizio ’70 che, oltre che la culla del duo, rappresenta un teatro e una fonte di ispirazione ideali. Ormai trentenne, al tramonto dei Sixties Alan Vega vanta studi con l’astrattista Ad Reinhardt e l’incisore Kurt Seligmann e si è distinto per le sculture costruite con tubi al neon.

Sculture al neon tipo questa, che ritroveremo per esempio nel video di "Nike Soldier".

Ha appena incontrato Martin Rev, tastierista di nove anni più giovane appassionato di r’n’b, rock’n’roll e jazz a capo degli sperimentali Reverend B. Entrambi spostati con nulla da perdere, trascorrono le notti nella galleria Project of Living Artists dove Alan risiede. Chiacchierano, tramano e, dopo aver visto gli Stooges in concerto, quest’ultimo decide che non sarebbe male combinare qualcosa insieme, così preleva il nome dal fumetto della Marvel Ghost Rider.

La ragione sociale è indisponente e scomoda come sonorità che, dall’iniziale muro di noise e grida improvvisate, nel ’75 acquisiscono coesione con l’aggiunta di una drum machine e sono gradualmente scolpite nel formato canzone da un cocciuto artigiano e un Gene Vincent che si crede William Burroughs. Il primo gioiello viene approntato in pochi minuti, si intitola Rocket U.S.A. e spedisce un’elegante, mesmerico cyber’n’roll verso la luna. Signore e signori, il futuro è tra noi.

Per la precisione il nome della band è ispirato da un episodio specifico di Ghost Rider: la storia intitolata Satan Suicide.

Sogna baby, sogna

Tra un concerto e l’altro, a ogni buon conto sporadico e destinato spesso a sfociare nella sommossa, i brani si accumulano all’insegna di una pittura sonora tanto scarna quanto energica e viscerale. L’istinto domina in qualcosa che assomiglia a una pop art neorealista senza colori, dove l’ottimismo è andato in frantumi e ci rimangono soltanto cocci su cui camminare. Ma c’è dell’altro, ed è una robusta componente visiva del suono.

Annota Nick Cave che le canzoni dei Suicide posseggono una notevole forza evocativa: anche senza leggere il testo, sin dalle prime note e dal titolo sai di cosa parlano. Analogamente, cogli una vaga familiarità – è il battito ritmico del cuore umano – nelle onde di boogie trasfigurato, nella versione zombie di Little Richard e Jerry Lee Lewis, nel fantasma del soul latino di Drifters e Coasters, nello sferragliare che sembra sfasciarsi da un momento all’altro.

Tutto invece si tiene, compresa la catena che Vega brandisce sul palco in un moderno teatro della crudeltà che punta ad annullare la distanza tra pubblico e performer. Dopo un lustro abbondante, il materiale per un LP ci sarebbe, tuttavia a latitare è chi abbia il fegato di divulgarlo. Nel febbraio 1977, quel qualcuno si chiama Marty Thau, esperto del settore che ha più volte ammirato i Suicide dal vivo e sta setacciando la scena underground cittadina.

Si vede la catena?

Il suo fiuto è buono, non si è fatto sfuggire i Blondie e un giorno decide di fare un colpo di telefono alla strana coppia. Nel frattempo gli hanno chiesto di allestire un marchio dedicato alla nuova onda e finalmente, quando tutti i frequentatori del C.B.G.B.’s si sono accasati, i Suicide firmano per la Red Star. Lunghissima la gavetta, il 33 giri è messo su nastro alla svelta presso gli Ultima Studios come fosse un live, ricorrendo ad aggiustamenti minimi e incidendo la scaletta nell’ordine in cui la sentite.

Dimostrazione lampante che “punk” è una splendida parola di quattro lettere dai molteplici significati, Suicide poggia una poesia stradaiola su un inquieto action painting ricavato da ossessivi tappeti di tastiere, ritmiche caracollanti e melodie che si insinuano con sottile costanza, trasportate da una voce di estrema espressività che annulla lo spazio tra dolcezza morbosa e impassibile cinismo, tra rabbia impotente e partecipazione spiritata.

Sette canzoni senza un prima e con infiniti dopo riscrivono il rock’n’roll in chiave iconoclasta, ipnotica e minacciosa (Johnny, Girl), maltrattano il passato affinché rinasca (Ghost Rider, Rocket USA), porgono sensualità da squilibrati (Cheree) e, prima della chiusura affidata alla chiesastica e lunare Che, dipanano i clangori e le urla di Frankie Teardrop in dieci minuti di America ai margini, di tragedia concreta, di straziante viaggio nella psiche di chi è obbligato a un inesorabile “adesso basta”. Spaventoso, ora come allora.

Eco e riverbero ne abbiamo?

Manco a dirlo, in patria pochi se ne accorgono e ancora meno capiscono, mentre su questo lato dell’Atlantico la critica è entusiasta. Il pubblico molto meno, e assurge a mito il tour di spalla a Elvis Costello e Clash nel quale i Nostri sono bersagliati da sputi, bottiglie, bicchieri e monete: l’apice viene raggiunto nel’78 a Glasgow, dove alla fine dell’esibizione i roadie trovano un’ascia conficcata nella grancassa della batteria.

Per farsi un’idea vaga della guerra psicofisica tra due visionari e chi non vuole accettarne l’esistenza, le ristampe in CD Blast First e Mute di Suicide aggiungono ventitré minuti di white riot in quel di Bruxelles. Come i temerari siano usciti vivi da siffatti deliri sorprende quanto la successiva mossa verso una maggior potabilità, attuata nel meraviglioso 12” Dream Baby Dream e in un pregevole secondo album.

E non poteva mancare una foto davanti al CBGB.

Edito nel 1980 dalla ZE e prodotto con perizia da Ric Ocasek dei Cars, Alan Vega and Martin Rev porta in superficie l’inclinazione pop del duo senza smarrire verve e ispirazione e ampliando in parte il bacino d’utenza. Siamo però agli sgoccioli: vince la stanchezza, ci si separa intraprendendo carriere soliste ed è il frontman – che proseguirà a dedicarsi alle arti plastiche – a offrire le cose migliori nei primi tre LP usciti tra 1980 e 1983, in uno stuzzicante Cubist Blues del ’96 assieme a Ben Vaughn e Alex Chilton e nella collaborazione con i Pan Sonic di Endless del ‘98.

Frattanto il mondo si è accorto della loro importanza, fioccano riedizioni e scavi di archivio e, ciclicamente, i Suicide si rimettono assieme e deludono, con la magnifica eccezione di American Supreme del 2002. Il resto appartiene più alla cronaca che alla storia: un defilato Martin Rev è ancora tra noi, Alan invece se n’è andato da questa terra il sedici luglio 2016, nel sonno. Possano i suoi sogni ardere per sempre.

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