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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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...Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Y: tutti i perché del Pop Group

Il primitivismo razionale del gruppo meno pop di tutti i tempi.

Pochi dischi, nella storia del rock, fanno male però bene come il debutto di Mark Stewart e soci. E non sono molti di più quelli che, a decenni dalla pubblicazione, continuano a essere fonte di ispirazione. Sono quelli che chiamiamo capolavori.

  • Artista: Pop Group
  • Titolo: Y
  • Anno: 1979
  • Tracklist:
    • She Is Beyond Good and Evil – 3:23
    • Thief of Fire – 4:35
    • Snow Girl – 3:21
    • Blood Money – 2:57
    • We Are Time – 6:29
    • Savage Sea – 3:02
    • Words Disobey Me – 3:26
    • Don't Call Me Pain – 5:35
    • The Boys from Brazil – 4:16
    • Don't Sell Your Dreams – 6:40
  • Formazione:
    • Gareth Sager
    • Mark Stewart
    • Bruce Smith
    • Simon Underwood
    • John Waddington

Quando i dischi fanno male però bene

Lo abbiamo scritto fino allo sfinimento: nell’arte, la ricerca della purezza di genere è un gesto del tutto privo di senso. Non rappresenta un abominio da criminali come pretenderla negli umani, tuttavia nella popular music è evidente che l’incrocio e l’ibridazione offrano i frutti più succosi.

Sin dai giorni di Elvis e di That’s All Right, il progresso altro non è che una sintesi di esempi già esistenti incastrati tra loro fino a ottenere qualcosa che prima non c’era. In caso contrario, prevale l’esercizio di stile, magari anche gradevole, però sterile. Questo atteggiamento fa la differenza oggi più che mai, allorché si pubblicano centinaia di dischi ma pochissimi reggono un ascolto approfondito e la maggior parte dei venti/trenta-e-qualcosa si esprime fotocopiando il passato a uso e consumo di un pubblico pigro, disattento o che non ha più pretese.

In tutto ciò ha forse un peso il famigerato “gusto medio”, che con il passare degli anni si allarga trasformando l’avanguardia in canone e modificando la percezione che abbiamo di entrambi. Poi, come per ogni regola, esistono le eccezioni: venendo al punto, i più brillanti tra i seguaci del Pop Group sono coloro che ne hanno raccolto principalmente l’insegnamento. Gente come Minutemen, Birthday Party, Liars e Algiers, che si è spinta oltre i confini per riscrivere sintassi e grammatiche.

A proposito: ricordate quando i gruppi giovani spazzavano via tutti gli altri in termini di creatività, urgenza e sostanza? E ricordate quando un pezzo di vinile metteva in discussione la nostra visione del mondo? Ecco: se il rock è pieno di LP difficili, pochi fanno male come l’esordio dei bristoliani, pieno di contenuti e di spigoli sin da un titolo con molteplici significati, racchiusi in una lettera dell’alfabeto che in inglese è omofona di why, “perché”.

Perché sì.

Non a caso, sono tanti i perché che rendono Y qualcosa di fondamentale anche nella nostra epoca. Non il fatto che gli artefici siano di nuovo in circolazione da un decennio e neppure per la sua recente riedizione “in dub”: semmai perché, con tutta l’acqua passata sotto i ponti, resta un alieno capace di sconvolgere e coinvolgere chi nella musica pretende un’avanguardia che non invecchia.

Una rarità che l’impeto creativo furibondo e appassionato di Y incarna grazie al “primitivismo razionale” di chi sa che un individuo è carne, intelletto e anima, però ha bisogno soprattutto di riscoprire il valore della prima. Stanno anche lì il segreto di Y e il significato di una copertina che, implicitamente, esorta a tornare verso radici ataviche, a cercare un’armonia tra spirito, mente e fisicità.

Se il popolo del fango della Papua Nuova Guinea vi ha subito ricordato le Slits in versione guerriera raffigurate sul fronte della copertina di Cut, avete capito di cosa stiamo parlando. Parliamo di una forza umanissima che appartiene a chi crede fermamente nella propria arte e ha ragione, ché non è da tutti appropriarsi dell’energia e della sensazione di assoluta libertà del punk per superarlo e saldarlo al free jazz e all’atonalità, al funk e alla Giamaica.

Trova le differenze.

Altrettanto basilare è esserci riusciti risolvendo una serie di apparenti contraddizioni, che siano retroterra diversi ma complementari, un vigore ingabbiato in strutture complesse, il rapporto tra l’estetica e il messaggio. Caratteristiche che rendono Y rivoluzionario per l’eternità. E intenso oltre il limite, com’è giusto che sia quando osi l’inosabile. Com’è giusto che sia per un capolavoro.

I ragazzi venuti da Bristol

Uno dei gruppi meno “pop” di ogni tempo ha talento, visione, acido umorismo e l’abilità nel scegliersi i modelli: funk scuro e pesante, dub integralista, free jazz, pionieri che hanno smantellato la tradizione rock come Can e Captain Beefheart. A monte troviamo ovviamente un habitat ideale, la Bristol multietnica trattata a proposito dei figliocci Massive Attack e a quell’articolo vi rimandiamo per i dettagli. 

Più conoscenti che amici, i cinque provengono dai medesimi quartieri e frequentano gli stessi club, sia quelli giovanili che le discoteche, dove si infilano barando sulla data di nascita. Ad accomunare il batterista Bruce Smith, il cantante Mark Stewart, il bassista Simon Underwood e i chitarristi Gareth Sager e John Waddington è un punk che, anteponendo l’espressività alla tecnica, rappresenta la scintilla che infiamma giovanissimi con le idee chiare e l’attitudine militante e orgogliosa tipica di quell’età.

Se vi serve un autografo.

E con gli orizzonti ampi di chi, negli anni Settanta, cresce ballando reggae e il funk grasso degli Undisputed Truth, mentre a scoperchiargli il cervello provvedono Bowie, Alice Cooper e il dub, in un quadro eterogeneo che accoglie nuove tinte quando ad affiancarsi sullo scaffale sono i trentatré giri di T.Rex, Jonathan Richman, Stooges, Roxy Music, New York Dolls. Altri tasselli che completano il quadro: Chrome, Pere Ubu, Albert Ayler, l’immenso Miles Davis di On the Corner, i Funkadelic, l’avanguardia colta.

Frammenti cui il ’77 dona coesione piuttosto in fretta, dopo che, di ritorno da una serata trascorsa al Roxy di Londra, i Nostri decidono di mettere su una band. Provano per ore, riversando l’energia in sonorità sganciate dal rock (and roll) e indirizzate verso una personalità autonoma superiore alla somma delle parti che la compongono. Una personalità che esplode in concerti viscerali, intensi e folli che al massimo possono durare una quarantina di minuti e lasciano gli astanti senza parole. Letteralmente.

Tipo così.

I brani nascono da riff funky sui quali le chitarre disseminano cocci e chiodi, la ritmica un po’ raccorda e un po’ si slaccia e il carismatico Stewart si squarcia la gola, sussurra, declama e ruggisce. Gradualmente emergono strutture tortuose e taglienti, il groove si espande, la furia è imbrigliata con un misto di logica e istinto. La determinazione non va però confusa con l’arroganza: piuttosto, si tratta di una totale fiducia nei propri mezzi che aiuta a raggiungere l’obiettivo. Lampante in tal senso una serata dell’ottobre ’78 all’Electric Ballroom, dove il Pop Group è l’attrazione principale di uno show autogestito cui partecipano Nico, Linton Kwesi Johnson e Cabaret Voltaire.

Apertura mentale e chiarezza d’intenti rappresentano i pilastri di un nome chiacchierato che fa da spalla a Stranglers, Patti Smith e Pere Ubu e che sulla prima pagina del New Musical Express ci arriva prima di firmare con la Radar. Nel ruolo di produttore i cinque vorrebbero John Cale, ciò nonostante l’accordo sfuma in circostanze surreali: appena giunto da New York, il gallese crolla addormentato per il jet lag, i ragazzi si offendono e addio.

Comunque un bene, poiché entra in scena Dennis Bovell, venerato maestro del reggae dub britannico originario delle Barbados con il quale l’intesa scatta immediatamente. Invece di imporre la propria esperienza, l’autentica fonte di blackness preferisce instaurare con quegli scapestrati bianchi per sbaglio uno scambio reciproco, da fan di Jimi Hendrix capisce a cosa stiano mirando ed è l’uomo giusto al posto giusto.  

Il singolo giusto al momento giusto.

Quanto sia profonda l’alchimia lo spiega nel marzo 1979 il singolo di debutto She Is Beyond Good and Evil, urticante ska avvolto in una rallentata disco music post-industriale. Favoloso, ma non è che l’inizio. Basterà un mese per rendersene conto.

Navigare in mari selvaggi

L’ascolto di Y è un impegno arduo ma appagante. Se provi a spiegarlo, devi mettere in conto che, come canta Mark Stewart, «le parole disobbediscono». Un problema che riguarda esclusivamente il pubblico, dal momento che la formazione recapita il disco che aveva in mente: un antesignano del crossover talmente selvatico e oltre che fatichi a credere sia un’opera prima, quando in realtà non può essere diversamente. Per la semplice ragione che impeto e purezza sono figlie di un attimo irripetibile, di un’innocenza rabbiosa non replicabile.

Ma senza mai rinunciare all'eleganza.

Magistrale in tutto e per tutto, l’album vanta una scrittura stellare e un’articolazione perfetta, un’esecuzione travolgente ma curata e una tavolozza che, aggiunte le tastiere e il sax, utilizza il mixer come uno strumento. Stratificate le trame, con Bovell il gruppo adotta un approccio ispirato alle tecniche dub e conferisce spessore al suono e alla ritmica, conservando un respiro ondeggiante e “aperto” che impedisce all’insieme di sfaldarsi nell’anarchia.

Non accade mai in un catalogo di soluzioni estreme che approdano a una tabula rasa del rock classico che di esso stesso trattiene il coraggio e lo spirito di sfida. Sintesi di astrattismo e materialità, Y è una sarabanda che ci riversa addosso collera dionisiaca e costruttiva, ribellismo con causa, poesia scabra, ricchezza comunicativa tramite canzoni che scaturiscono da regole a sé stanti.

Don’t Call Me Pain disegna a colpi di spatola un’ipotesi sulfurea dei Gang of Four, Savage Sea è un tuffo in un’oasi di mistica elevazione e Thief of Fire dipana funk sbiancato e apocalittico tra giochi di sospensioni e impennate. Se Snowgirl è un jazz mutante in transito dal torbido all’iracondo e ritorno, in Blood Money la dissonanza diventa caos palingenetico omaggiando Tago Mago e presiedendo alla massa insieme incandescente e trattenuta di Words Disobey Me.

Non male nemmeno in versione dub, eh?

All’eccitata, maniacale wave danzabile We Are Time e alla sei corde serpentina che insegue squarci di luce risponde The Boys from Brazil, tumulto alla Captain Beefheart che si porge quasi sensuale salvo abbracciare il rumorismo, laddove la chiusura è affidata all’inquieta e minimale esortazione Don’t Sell Your Dreams.

Scimmie pensanti (e danzanti).

Ognuna scolpisce un diamante che, ora come allora, leva il fiato e ti consegna a una condizione di esaltato stordimento. Eppure, come le perle sono custodite da un ruvido involucro e nascono per la sedimentazione di corpi estranei, a un certo punto anche Y svela l’umanità e la bellezza che pulsano al suo centro, così magmatico, vivo e intenso da condurre presto il Pop Group all’inevitabile scioglimento.

Avanza tempo per passare alla Rough Trade, accogliere il bassista Dan Catsis e pubblicare il 45 giri We Are All Prostitutes, che nell’autunno dello scontento 1979 indica in che misura la banda abbia nel frattempo approfondito il free jazz e l’impegno politico. Manco fosse un segno del destino, Margaret Thatcher viene eletta a poche settimane dall’uscita di Y e nell’80 il difficile, imperdibile secondo LP For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? non fa sconti a nessuno, incluso un collettivo diviso da contrasti artistici.

Un gran puttanaio, insomma.

Dopo uno scintillante 7” e un tour insieme alle compagne Slits, la vicenda termina con la raccolta di ritagli We Are Time e l’ultimo concerto, tenuto di fronte a una folla che a Trafalgar Square manifesta per il disarmo nucleare. La separazione è un pacifico, lucido riconoscere di aver espresso tutto l’esprimibile e sfocia in un policromo universo creativo dove agiscono lo Stewart solista, Pigbag e Maximum Joy, Rip Rig & Panic e Glaxo Babies.

Saggiamente, quando a metà anni Zero Mark, Bruce e Gareth riannodano i fili del discorso, decidono di adombrare le asprezze tuttora estreme di Y. Nella vita, giovane e arrabbiato puoi esserlo una volta sola.

The Pop Group Slits Mark Stewart 

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