Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

L'aeroplanino impazzito dei Neutral Milk Hotel

L'immaginazione al potere, potere all'immaginazione.

Genio e sregolatezza vanno a braccetto e sono uno slogan perfetto per riassumere le vicende di Jeff Mangum. Perché In the Aeroplane Over the Sea è un trip splendido come pochi, figlio di un’epoca nella quale il rock mutava e rinasceva anche grazie a lui e alla sua compagnia di amici altrettanto stralunati.

Persi nella musica

Intorno alla metà degli anni ’90 non potevi restare indifferente di fronte a un’allegra brigata di pazzoidi dal nome dolcemente buffo che, senza seriosità né revivalismo, voleva riallacciarsi ai “favolosi Sessanta” raccogliendone il messaggio. Missione compiuta, poiché l’eredità di un’era così ingombrante è stata trattata da quegli artigèni di provincia come materia da plasmare in un personale contributo all’evoluzione del rock.

Per questo è bello sapere che la loro attività, benché defilata, prosegue nonostante gli anni, le pause e la triste dipartita di uno dei fondatori, come del resto piace annotare che Jeff Mangum abbia rimesso assieme se stesso. Tutto ciò dona un sapore ancora speciale a dischi sbocciati come lussureggianti fiori in una “non scena” legata da passione, follia con metodo e chiarezza di vedute.

Pazzarielli, ma con gusto.

L’universo sotterraneo Elephant 6 Recording Company (per comodità chiamato Elephant 6) ha stipato psichedelia pastello, fragranze folk, arguzia pop, stramberie ineffabili e inquietudini contemporanee in canzoni come credevamo non se ne scrivessero più. Meraviglie da un altroquando in cui Brian Wilson ha ultimato Smile esattamente come lo desiderava, Odessey and Oracle vende più di The Dark Side of the Moon e i Soft Machine passeggiano sottobraccio ai Sonic Youth.

Se dovessimo azzardare una definizione, “mutant psych-pop surrealista” potrebbe racchiudere ciò che apre la mente in ogni possibile accezione e rinnova un canone. Coordinate imprescindibili ed evidenti: Pink Floyd e Tomorrow, Robyn Hitchcock e Julian Cope, l’ironia trasognata dei Pavement e l’attitudine alla contaminazione illimitata tipica della sua epoca. Ancora: concretezza squisitamente americana, progressive con misura, echi di scuola “colta”, (r)umorismo.

Una ricetta favolosa che raggiunge la massima espressione negli Olivia Tremor Control di Music from the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle e nel magico In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel. Del primo accenniamo sbrigativamente, ma non esitate a metterlo accanto alla storia che andiamo a raccontare, incentrata sull’altro capolavoro e in teoria una favola. Nella prassi, invece, una tragedia sfiorata redenta dal lieto fine. Ma non sono forse così tutte le fiabe degne di tal nome?

Musica, Maestri!

Giardini profumati

C’erano una volta quattro ragazzi di Ruston, Louisiana. Per sfuggire al tedio e al tramonto degli Eighties, Robert Schneider, Bill Doss, Will Cullen Hart e Jeff Mangum ascoltano una radio dall’ottima programmazione e si prestano strambi vinili che cercano di rifare in cameretta. Lo scambio dei rispettivi risultati avviene su nastri in singola copia completi di note e artwork come un vero LP, secondo le regole di un gioco che spiega la sagacia e la fiera indipendenza di chi, poco più tardi, incrocia gli strumenti pur non oltrepassando lo svago.

Nel 1991 Robert si sposta a Denver per frequentare l’università, ma soprattutto tramutare un hobby in professione: costruisce uno studio che chiama significativamente Pet Sounds e fonda gli Apples in Stereo, cesellatori di popedelia cui serve un marchio per il vinile d’esordio. Detto, fatto. Il logo cortesia di Cullen Hart, l’EP Tidal Wave inaugura nel giugno ’93 il catalogo Elephant 6, etichetta figlia di un collettivo che ora è diviso in due tronconi.

Robert Schneider con il suo quaderno degli appunti dedicato alla sua seconda passione dopo la musica: la matematica.

Nel frattempo infatti Bill, Jeff e Will hanno preso residenza ad Athens, in Georgia, e trafficano come Synthetic Flying Machine finché Mangum non se ne distacca per dedicarsi all’embrione dei Neutral Milk Hotel. Ribattezzatisi Olivia Tremor Control, con un paio di mini album gli altri svelano uno stile che assembla cocci e citazioni in qualcosa di unico ma notato da pochi.    

Senza perdersi d’animo, con Schneider in regia distillano settantaquattro caleidoscopici minuti di psichedelia, noise, sinfoniette, new wave, krautrock, radici. Di tutto, di più. Magnifico affresco di creatività istintiva, Music From the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle scatena un culto entusiastico. Eccoci infine al punto.

Sempre gli stessi, in pratica, ma truccati peggio.

L’isola di Avery

Annata magica per i nostri eroi, il 1996 vede anche i Neutral Milk Hotel debuttare su album con On Avery Island. Prima del quale urge fare qualche passo indietro. Poco sopra abbiamo scritto di un embrione e, in effetti, l’abbozzo del progetto ronza da tempo nella testa di Mangum, il quale tuttavia aspetta la scintilla che lo concretizzi. Cresciuto in un riflusso hippie di religione e spiritualismo non distante dall’ambientazione del romanzo Crossroads di Jonathan Franzen, a un certo punto parte e vagabondare per l’America in cerca di se stesso.

A Seattle realizza un 45 giri per la minuscola Cher Doll: ben gliene incoglie, poiché Everything Is rappresenta il salvagente che gli impedisce di sprecare il talento. Ringraziamo dunque anche Nancy Ostrander se i Neutral Milk Hotel sono esistiti, senza tralasciare Brian McPherson, rappresentante legale condiviso con gli Apples in Stereo che spedisce il dischetto alla Merge.

Entusiasti, Laura Ballance e Mac McCaughan assoldano seduta stante il paravento del solista che tra l’inverno e la primavera ‘95 incide On Avery Island con Robert. Dopo un inizio complicato, costui adatta l’approccio fantasioso alla vocazione lo-fi dell’amico e ne nasce un’introspezione neopsichedelica definita dall’artefice fuzz folk. Nonostante qualche piccola sbavatura, armonia e distorsione sono amalgamate con la disinvoltura di chi mastica Sixties e alt rock e possiede un senso della sintesi secondo solo alla visionarietà.

Vai avanti te che mi scappa da ridere.

Questi i pilastri di un lavoro che sembra deragliare da un momento all’altro e viceversa conserva un peculiare equilibrio. Più che altrove nella svagata delizia Song Against Sex, nell’ipnotica You’ve Passed, negli Swell Maps euforici di Someone Is Waiting, nel dolente vaneggiare di Where You’ll Find Me Now, Three Peaches e April 8th. Molto più che semplici prove tecniche di grandezza, e lo stesso vale per la stravolta sarabanda Marching Theme, il folk rock lisergico Naomi, una Pree-Sisters Swallowing A Donkey’s Eye indecisa tra Oriente, minimalismo e ambient malata.

Manca giusto una band, che prende ovviamente forma con naïveté. Affidato il basso alla vecchia conoscenza Julian Koster, si recluta un amico batterista di Chicago, Jeremy Barnes, attraverso una lettera dove costui si dice deluso della propria condizione artistica. L’ultimo tassello va a posto in una pizzeria texana: colà Jeff incontra il concittadino Scott Spillane, lo convince a lasciare il lavoro e accompagnarlo a New York. Fondamentale si rivela un tour che cementa l’intesa, permettendo inoltre di guadagnare a sufficienza per ritrasferirsi ad Athens.

L’aeroplano sopra il mare

Un giorno del 1997 Jeff entra in una libreria e, un po’ d’istinto e un po’ per caso, acquista una copia del Diario di Anna Frank. Lo legge, va in frantumi e si ricompone, uguale ma diverso. Ci ragiona sopra approntando la scaletta di In the Aeroplane Over the Sea, messo su nastro durante l’estate in Colorado, arrotondando gli spigoli sperimentali quanto basta per porre in risalto la calligrafia di un songwriter maturo che ora conta su preziosi compagni di avventura.

È merito anche loro – e di un’intensità emotiva rara – se la coesione regna lungo sonorità aliene che Schneider “umanizza” avvolgendole in toni caldi. In maniera simile ad altri immaginifici capolavori usciti in coda al secolo (Slide di Lisa Germano, Deserter’s Songs dei Mercury Rev, The Soft Bulletin dei Flaming Lips) così In the Aeroplane Over the Sea può costruire un mondo a sé. Un mondo che va prima sentito e poi ascoltato, poiché è calandosi là dove genio e squilibrio si confondono che cogli la bellezza di un film per le orecchie.

Come se Fellini girasse su sceneggiatura di Dalí e William Burroughs, si racconta di un luogo nel quale Anna Frank ha un gemello che la sottrae al tragico destino, anche se In the Aeroplane Over the Sea non è un concept album in senso tradizionale. Semmai, un flusso d’incoscienza dove la Frank agisce da intercapedine simbolica tra le sofferenze individuali e la violenza della storia.

Come sempre, però, a contare sono le canzoni: intense da schiantare, capaci di far compagnia per sempre, graziate dalla semplicità apparente dei massimi sistemi. Mentre la voce cammina sul filo di una stonatura che non arriva mai, progressioni acustiche prelevate dai Violent Femmes per tramite dei Pixies sono irrobustite con gli arnesi dell’alt rock e colorate da incursioni di fiati ed eccentricità strumentali. Undici gemme di gioiosa disperazione esplodono dal cuore portando la poetica di Mangum a vertici assoluti.

Per la copertina Chris Bilheimer (già al lavoro con R.E.M., Green Day e altri) sapeva che Mangum adorava uno stile particolare («that old-timey, magic, semi-circus, turn-of-the-century, penny-arcade kind of imagery»). Si butta quindi su un effetto cartolina di fine '800 – il risultato è straordinario.

Perfezione che non stanca, quella dell’inno The King of Carrot Flowers, Pt. 1 e del seguito, un garage pop cosmico, fragoroso e straccione che aggiunge le parti due e tre, di un’omonima e sublime filastrocca che gronda sangue e lacrime, della Two-Headed Boy palpitante come una Disarm asciugata a puro lirismo. Farina del sacco di Spillane, The Fool inscena una fanfara da funerale di New Orleans, laddove Holland, 1945 sono i Flaming Lips che irrompono tra i solchi di Forever Changes e Communist Daughter si porge meditabonda e cameristica.

Altrove, il fluviale struggimento Oh Comely mescola Syd Barrett, il Morricone dei western e Townes Van Zandt, Ghost galoppa su un indiavolato country corretto LSD e la giostrina The Penny Arcade in California atterra da Magical Mystery Tour per introdurre lo scarno commiato Two-Headed Boy, Pt. 2. Il disco termina con Mangum che posa la chitarra e chiude la porta. Da brividi, pensando a quanto attende dietro l’angolo.

Appena posata la chitarra.

La somma restituisce un album epocale con estimatori cui non penseresti mai (Franz Ferdinand e Melanie Martinez), altri assai più plausibili come i R.E.M. e discepoli del calibro di Arcade Fire, Decemberists, Bright Eyes, Okkervil River. Ma più d’ogni altra cosa, sigilla un incanto cui torni infinite volte per afferrarne il fascino criptico, cogliere il senso ultimo del suo umanesimo allucinato e farti rivoltare l’anima.

Che fine ha fatto Jeff Mangum?

Nel febbraio di ventiquattro anni fa, In the Aeroplane Over the Sea raccoglie discreti riscontri commerciali e una formazione allargata tiene spettacoli intensi e imprevedibili. Poi, non senza ragione, nella testa del capobanda qualcosa si spezza. In retrospettiva, i Neutral Milk Hotel costituiscono uno dei primi culti alimentati da Internet: parlavano chiaro all’epoca la presenza sulle message board, i pionieristici siti web e la tendenza dei fan a setacciare maniacalmente ogni suono, parola e fatto privato dell’autore.

Malcostume cui oggi siamo fin troppo assuefatti e che ha effetti deleteri. Dura essere al centro dell’attenzione se non l’hai voluto. Dura lanciarsi in rete senza una rete ogni giorno, e non dormire la notte per confutare dicerie e spiegare ciò che si spiega da solo. Alla fine non ce la fai più e, dopo aver salvato una ragazzina ebrea con l’immaginazione, provi a curare te stesso.

A dispetto dell’ipotetica pazzia con contorno di aneddotica che lo circonda, Jeff viene spontaneo capirlo e ipotizzare per la sua scelta un “preferirei di no” da contemporaneo Bartleby. Se preferite, un negarsi per non finire come Kurt Cobain. La vicenda assume un altro aspetto, considerando che – ironia della sorte – è voltando le spalle ai meccanismi della fama che In the Aeroplane Over the Sea assurge a una dimensione leggendaria. Accantonando per un momento le traversie, ha (quasi) del romantico che un individuo fragile entri nella storia svanendo e lasciando nient’altro che la musica.

Quasi irriconoscibile, eh?

Cosa abbia combinato durante quella lontananza necessaria, sono affari suoi. A noi interessa la rinascita e ci interessa che, in un curioso parallelismo, nel 1999 la Elephant 6 torni nell’ombra perché il clamore è diventato eccessivo per un fenomeno così genuinamente idealista. A breve gli Olivia Tremor Control si separano, lo sfortunato Bill Doss muore nel 2012 mentre i veterani Elf Power raccolgono il testimone e il fiume si divide in decine di rivoli, tra cui merita citare almeno A Hawk and a Hacksaw, Circulatory System e Sunshine Fix.

Ciò nonostante, Thomas Pynchon insegna che non ci si può nascondere all’infinito. Dal 2008 Mangum riappare in contesti sempre meno occasionali, intraprende tour in solitaria e tra 2013 e 2015 concede una rimpatriata dei Neutral Milk Hotel, seppur limitata ai live. Poi basta, forse per sempre. Giovani e scapigliati in quel modo lo si è una volta sola, dopo di che le cose cambiano e noi con loro. Per fortuna o purtroppo chi può dirlo con certezza?

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