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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Jon Spencer: l'uomo che ha messo una bomba sotto al blues

Un lavoraccio che qualcuno doveva pur fare.

Chi c’è dietro il successo di White Stripes e Black Keys? Chi ha svincolato le radici presso il pubblico indie? Chi personifica allo stesso tempo un sardonico James Brown e un Elvis Presley sotto anfetamine? Tante domande, una sola risposta: Jonathan Spencer.  



Genio guastatore

Diciamolo: sotto la scorza da disagiati, i Pussy Galore nascondevano un geniale dilettantismo. Un disco dopo l’altro, hanno rifinito l’iconoclastia e la tabula rasa con cui hanno rinnovato il rock “di strada” e il rapporto con le radici. E se il loro percorso si è interrotto bruscamente, a costruire sulle macerie hanno provveduto le creature nate in seguito al loro scioglimento: i Royal Trux e la Blues Explosion capitanata da Jon Spencer.

Dei primi già abbiamo riferito, laddove la storia che stiamo per raccontare comincia da un recente addio. Ovvero, dallo scioglimento ufficiale della Blues Explosion – in animazione sospesa dal 2016, a causa dei problemi di salute del chitarrista Judah Bauer – e da un nuovo album di Spencer con gli HITmakers, al secolo Sam Coomes dei Quasi, M. Sord (entrambi già nel suo primo lavoro solista) più l’inossidabile Bob Bert, che “suona” la spazzatura. Sì, avete letto bene e no, non è una metafora.

Ho detto che non è una metafora!

Casomai, un bel modo di guardarsi indietro, siccome Bob percuoteva “oggetti trovati” (in una discarica, supponiamo) nei Pussy Galore e richiamarlo significa per il capobanda sottolineare lo status di classico. Però, stavolta, partendo dalle sue origini. Perché è giusto ricordare – non lo si fa mai abbastanza, a dire il vero – che White Stripes e Black Keys devono a Jonathan l’attitudine con la quale il rock’n’roll e le sue fondamenta sono affrontati mescolando le carte e infischiandosene del purismo. E gli devono anche l’idea di scuotere il passato mettendoci la testa ma principalmente l’istinto.

Traete le vostre conclusioni, ricordando che ciò che rende grande la musica è una fusione di fisicità, intelletto e stile. Per metterla a punto come si deve, però, bisogna possedere talento e competenza, perché il physique du rôle e un’ampissima collezione di dischi non bastano. Problema che non riguarda Spencer, giunto pur tra inevitabili saliscendi sulla soglia dei sessant’anni con la giusta dose di classe e vigore.

Uscito lo scorso 1° aprile – al solito spiritoso, il (non più) ragazzo – Spencer Gets It Lit evita le pantomime affidandosi a soul pop’n’roll mutanti, storture funk wave, rivisitazioni garage e black. La solita roba? Può darsi, tuttavia è un ragionamento che si può applicare a pressoché chiunque, e in ogni caso la qualità è mediamente alta e l’artefice più in forma di tanti successori. Come si suol dire, nella fine può celarsi un inizio. Quale esso sia, dipende anche da noi.

La giusta dose di classe e vigore.

Innesco

All’inizio degli anni ’90 Jon intraprende un percorso che potrebbe apparire conservatore se paragonato ai trip della coppia Hagerty/Herrema. In realtà, sono ambedue caleidoscopi dove epoche e generi si confondono, e coerentemente la modernità della Blues Explosion passa attraverso ritmiche di matrice hip hop e una revisione dei Rolling Stones che ricorre alla lezione del punk, del noise e dell’alt rock.

Dimostrando che la musica popolare allestisce giochi di specchi deformanti, il creatore dell’Explosion è fedele alla linea perché l’ha oltraggiata in un’accezione positiva. Sa che su certe strade sono transitati Gun Club, Cramps e Gories e che l’animalesca carica sensuale (esibita in modo ribaldo ma anche gigione) rivela la natura di spettacolo. Tuttavia, proprio la sottile linea che separa shaman e showman mostra il travestimento e affascina allo stesso tempo. Il gioco è palese, ma proprio per questo serio. Più Quentin Tarantino che Wes Anderson, per il nostro uomo forma e citazioni sono elementi da combinare con la sostanza di una cultura a torto considerata “bassa”.

A proposito di fedeltà… Si ricomincia da tre, con le facce da film di Russ Meyer di Judah Bauer e del batterista Russell Simins e rinunciando al basso. Lo schieramento è modellato sui favolosi Houserockers di Hound Dog Taylor, spiega l’aria che tira e restituisce la preparazione di chi, prima di risalire alle sorgenti del soul, del funk, del blues, del garage e del rock’n’roll per mescolarne le acque, si è schiarito le idee con Gibson Brothers e Honeymoon Killers, dove ha incontrato i suddetti ceffi.

Il numero perfetto, dicono. Anche per i ceffi.

L’intesa è affinata in un semestre di concerti, mentre la prima session di registrazione risale all’estate 1991: quattordici pezzi incisi in tre ore con il pazzoide Kramer vedono la (poca) luce l’anno dopo nel semiclandestino A Reverse Willie Horton. Il debutto “vero” ne recupera una parte aggiungendo altre sedute con Steve Albini, spalmando tutto su due LP (un omonimo e Crypt-Style!) e sovrapponendo le scalette. A conti fatti, quello da puntare è il secondo titolo nell’edizione digitale e non solo per una copertina che estremizza Some Girls.

Col senno di poi, il contenuto si allontana in maniera meno marcata dagli ultimi Pussy Galore: relativamente più pulite, le sonorità sono comunque incentrate sullo sferragliante (post) punk-blues di The Vacuum of Loneliness (theremin torturato, voce devota a Captain Beefheart) e della crampsiana Lovin’ Up a Storm, di una Eye to Eye che domicilia il Pop Group a New Orleans e dei funambolismi di History of Sex. Altrove ti imbatti in un rockabilly psicotico e/o primitivo, dodici battute prese a martellate e rhythm‘n’blues strapazzato con un piglio e un’economia di mezzi che rappresentano una precisa scelta estetica.

Tutto molto bello, anche se superato da un Extra Width che si apre al soul “southern fried” vantando suoni più pastosi e dettagliati e alzando l’asticella compositiva. Propulso dall’asso Afro (funk teso, chitarra a inventarsi basso e sventagliare, contrappunto di organo), porge la Stax formato fonderia di Soul Letter e la sfrigolante Soul Typecast, una Pant Leg tra R&B degenerato, Cramps e Bo Diddley e la Hey Mom che sistema Jimmy Page nella Magic Band.

Più afro di così!

Il Mississippi esonda vivo e scalciante da Big Road e Backslider, da Inside the World of the Blues Explosion e History of Lies, laddove Train #2 è uno strumentale sull’orlo del crollo psicofisico e The World of Sex un saggio di lussuria malata. Il recupero creativo viene rinsaldato da Mo’ Width, fuori a distanza di pochi mesi con inediti e versioni diverse dove spiccano il blues’n’roll Out of Luck, una dissoluta Ole Man Trouble sottratta a Otis Redding e il blues da portico There Stand the Glass, in origine un country del 1953 firmato Webb Pierce. Nell’aria respiri odore di whisky fatto in casa e soprattutto di capolavoro.

Detonazione

Capolavoro, sì, ma quale? Arduo decidere tra Orange e Now I Got Worry, e pur se la nostra preferenza va al primo, il dato spiega come nel triennio ‘94-‘97 Spencer trasformi in oro tutto ciò che tocca. Incastonando tredici gemme dotate di personalità autonoma in un quadro unitario e coeso, Orange è infatti un classico contemporaneo fin dalle prime battute di Bellbottoms, funk metropolitano in cui Isaac Hayes si trasforma in James Brown tra accelerazioni in stile Cramps e cori scippati ai Beastie Boys.

Già vacillante, vai al tappeto con l’aggressiva circolarità e il sax no wave di Ditch e lo psychobilly addizionato di theremin Dang, tirando – si fa per dire – il fiato nell’ipnosi soul Very Rare e nella sfrontatezza elettrica di Sweat. Se Cowboy è spolverata di country, la title track funge da riassunto e ponte sulla seconda metà con chitarre à la Keith Richards, tastiere ruvide e archi ora pizzicati ora discendenti. A una Brenda di affilata deboscia stoniana rispondono il possente garage Dissect, il tormentone Blues X Man, una Full Grown insieme viscerale e sbilenca.

«C'mon! We gotta go to the disco tonight».

L’immensa Flavor è il Delta ridotto ai minimi termini di una batteria che insegue Clyde Stubblefield, di un clavinet fiammeggiante e del rap telefonato di Beck: magistrale funkadelia da vicolo cieco e corpo unico con Greyhound, che conclude ispirandosi giustappunto a Loser in un trip hop rurale e bluesato. Che tre bianchi si impossessino con scioltezza della grammatica sonora nera costituisce un segno dei tempi, così come le dichiarazioni di stima di un leader sintonizzato sull’attualità.

Tant’è che, un po’ per riempire un buco discografico (assorbe tempo ed energie lo splendido LP omonimo dei Boss Hog) e un po’ per provocazione, nel ’95 arriva il coming out di Experimental Remixes con GZA, U.N.K.L.E., Beck, Mike D., Calvin Johnson, Moby. Dopo tanta attività, una vacanza di lavoro: nel 1996 Russel partecipa ai Butter 08 e Judah si dedica a un disossato blues striato di funk nei 20 Miles. Guarda a un’adolescenza spesa tra punk e dodici battute (forme attitudinalmente non lontane) e non è un caso che a pubblicare sia la Fat Possum, che tra le altre cose propaganda il blues sudista più sotterraneo.

È esattamente l’ambito in cui per una vita ha agito da maestro R. L. Burnside, con il quale Spencer e soci registrano l’ottimo A Ass Pocket O’ Whiskey: la carriera di Burnside ha un’impennata di popolarità, nel ’97 si replica con Mr. Wizard e l’Explosion rinverdisce i fasti della tradizione che, dalla seconda metà dei ’60, vede i bianchi ossequiare i padri del blues. Nello specifico, il contatto diretto con la tradizione è interiorizzato al punto da preannunciare la classicità.

Da sinistra: R. L. Burnside, Judah Bauer e Jon Spencer.

Si spiega così l’aura importante di Now I Got Worry, dove latitano concessioni commerciali malgrado ospiti di peso e una Mute che stampa il disco sul crinale anni ’90 nel quale l’indie spicca balzi al piano superiore. Le atmosfere sono persino più scure del solito, sia nella confezione che in apertura: Skunk centrifuga Whole Lotta Love senza pietà e Identify spedisce una pallottola ai Pixies.

La dirompenza è avvolta in sonorità opache e soffocate, come a dire che, se consacrazione deve essere, che avvenga secondo le nostre regole. Cioè con gli animaleschi, ruvidi indie-rock blues Wail, 2 Kindsa Love e Love All of Me, con l’unione fra trip hop lacerato e dub spigoloso di una Sticky memore del Metal Box, con l’aspra Fuck Shit Up, cortesia di Calvin Johnson.

Indimenticabili il passaggio di consegne con Jeffrey Lee Pierce in Hot Shot, la vigorosa Rocketship, l’honky tonk forgiato sulle tastiere di Money Mark Can’t Stop e l’R&B Firefly Child, il resto conferma l’elevato standard abituale tra deviazioni di r’n’r annerito, scudisciate a Jagger & Richards e jam roventi. Apoteosi in Chicken Dog, mutazione tra “funky chicken” e “walkin’ the dog” dove, con la presenza di Rufus Thomas, Spencer salda i conti residui con il passato ed entra nella storia. Nel migliore dei modi possibili, va da sé. 

Il balletto dei nasi sul vetro uno dei momenti più alti della storia del videoclip anni '90.

Detriti

In parallelo con gli Stones post Exile on Main Street, la Blues Explosion scende dalla vetta senza cadute rovinose. Nel ’98 Acme arrotonda gli spigoli, si perde in qualche episodio di maniera e offre il meglio nell’ancheggiare jaggeriano di Magical Colors, nella fulminea High Gear farina dal sacco di Keith, in una Do You Wanna Get Heavy? squassante con sentimento. Meritevoli di menzione anche una Talk About the Blues trafitta da hip hop rumorista, il crepitante funk di Calvin, la malsana I Wanna Make It All Right e una torbida Desperate.

Un Jon Spencer incredibilmente somigliante a Winona Ryder.

Niente male nell’autunno 1999 il corollario Acme Plus, collezione di ritagli e remix in cui l’episodio migliore, Leave Me Alone So I Can Rock Again, è una sorta di promessa. Onorata a metà, poiché, trentasei mesi dopo, Plastic Fang suscita perplessità per la produzione priva di mordente e una scrittura fiacca. Salvato dalla ribalda She Said, dalle compatte Money Rock‘n’Roll e Tore Up & Broke, da una Hold On animata da Bernie Worrell e Dr. John e dal decelerato “jungle sound” Mean Heart, l’appannamento si risolve in un sei e mezzo politico.

Suore sexy, soft BDSM e vampiri: tutto molto ribaldo.

Un biennio e Damage segna il breve cambio di ragione sociale: il titolare scompare rimarcando l’unità di un gruppo ancora a metà del guado. Dimostra l’indecisione una Mars, Arizona da confrontare con il remix DFA che per l’appunto la fa esplodere, benché siano degne di menzione una Hot Gossip con il rap di Chuck D, la Fed Up and Low Down che si avvale di DJ Shadow e James Chance, il serrato brano omonimo e i riverberi psychobilly di Rattling. L’esito non getta luce sulla condizione di Spencer, che si distrae con il rockabilly e le scampagnate degli Heavy Trash.

The Jon Spencer Rap Explosion.

Serve una pausa, e da qui in poi ognuno va per la sua strada con un profilo piuttosto basso, concerti saltuari e raccolte a intervallare il silenzio allorché i seguaci passano alla cassa. Quando pensi che la faccenda sia da archiviare, nel settembre 2012 Meat + Bone punta a un rock’n’roll basilare e consistente con il garage ’77 di Black Mold e Danger, quello funky di Get Your Pants off e Bear Trap, gli Stones in chiave hip hop di Bag of Bones e Bottle Baby, il puttanesco blues Unclear.

Diretto da Lucy Dyson & Joseph Jensen. A ogni revisione del video, l'unico feedback di Jon Spencer era: «Make it darker and weirder». Questo il risultato.

Infine, Freedom Tower: No Wave Dance Party 2015 inscena la festa d’addio per una Big Apple che non sarà mai più, fotografando l’impatto “live” di Jon e soci e aggiungendo un brillante riassunto autoriale e il minimalismo dinamico di un James Brown declinato post punk (Funeral), dei Beastie Boys che imbracciano di nuovo gli strumenti (Wax Dummy, The Ballad of Joe Buck, Tales of Old New York: The Rock Box), di caldo e moderno funk (Do the Get Down, White Jesus, Cooking for Television), di omaggi a Dead Boys (Dial Up Doll), New York Dolls (Betty vs. the NYPD) e Jimi Hendrix (Crossroad Hop).

Con una straordinaria Bridget Everett nei panni di Betty.

Applausi meritati, ma un po’ meno per Spencer Sings the Hits, che nell’autunno di quattro anni fa proponeva la prova generale – meno convincente la penna – della recente incarnazione di Jon. Quella dove ammiri un rocker maturo che non incarna una contraddizione in termini e, viceversa, sfoggia lo stato di grazia di chi padroneggia il talento e la passione di sempre. Con l’unica differenza che, tra incitamenti e smorfie, ogni tanto sembra di sentirlo accennare una lode all’essere adulti. Hai ragione, man: prima o poi cresciamo tutti. E meno male.

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