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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

John Cale: ritratto dell'artista da genio

Uno, trino e persino di più.

Cesellatore di raffinatezze pop, nevrotico rocker metropolitano, frequentatore di accademie salvate dal pericolo. Inafferrabile e umorale, spigoloso e romantico, genio e casinista. Umano al cento per cento. In due sole parole: John Cale.

Un sognatore cinico

Gran bel traguardo, gli ottant’anni compiuti lo scorso marzo da John Cale, che infine ha vissuto più del suo amico e in egual misura antagonista Lou Reed. Riflettendoci, malgrado vocazioni artistiche differenti, i due qualche elemento in comune lo hanno. Condividono il segno dei Pesci, pertanto sono (stati) imprevedibili, umorali e si sono messi in discussione più volte, seguendo l’istinto fino a rasentare e talvolta oltrepassare la follia.

Come il Rock’n’Roll Animal, lungo un cammino tortuoso disseminato di capolavori, opere mediocri e altre da evitare, anche John ha mostrato l’imperfezione che ci appartiene, quella che non sempre nascondi dietro il genio e meno che mai sotto la sregolatezza. Del senno, probabilmente, lui non sa che farsene: preferisce sposare arte e vita, e se ciò comporta alternare voli pindarici e inciampi, così sia. A importare è l’umanità profonda e non di rado scomoda che lo rende un perfetto prototipo di “sognatore cinico”.

In quanto tale, si trovava a suo agio nei Velvet Underground. La vulgata tramanda che di costoro abbia in gran parte forgiato il suono mentre Reed scriveva le canzoni, tuttavia le cose sono molto più complesse. Senza tralasciare l’apporto di Sterling Morrison e Moe Tucker, è realistico considerare quell’epopea come un raro allineamento di pianeti in cui i talenti si integravano a vicenda. In ogni caso, sono congetture che non intaccano minimamente il ruolo fondamentale avuto dai quattro nel trasformare la popular music in una faccenda per adulti.

I quattro.

Già basterebbe per garantire un posto nella storia al Nostro, non ci fosse parecchio altro a suo nome che merita di essere celebrato. Un altro non per modo di dire, ché di Lou Reed il gallese non ha la fama planetaria e neppure il senso “innato” del rock. Arrivando da una formazione classica, gli sfuggono la componente nera, il groove e il calore: di conseguenza, accentua la tensione urbana e il lato sperimentale per restituire fotografie talvolta algide e sfocate, talaltra magnificamente aliene.

E poiché oscilla tra colta contemporanea, pop esistenzialista, rock spogliato del roll e messo in conflitto con se stesso, le sue mosse possono sembrare illogiche. Tuttavia, quando decidi di cantare dell’esistenza, la mancanza di senso è da mettere in conto. Tanto, in un modo o nell’altro, conti e senso torneranno da soli. Tutto questo John Cale lo sa bene. E lo ha vissuto sulla pelle, anche se non lo dà a vedere.   

Il taglio di capelli di uno che non lo dà a vedere.

Il dono

Il processo di scissione/ricomposizione tra rock e avanguardia ha un curioso parallelo nella condizione di pendolare tra Europa e America. Da inquieto cosmopolita, John ha conservato le origini nell’accento e in un ricorso alla memoria come materia di racconto che lo avvicina al compatriota Dylan Thomas. E – in una similitudine con l’altro connazionale D.H. Lawrence – la famiglia Cale da Garnant, vicino Swansea, incarna il rapporto tra miseria ed elevazione tipico del Galles. Babbo minatore, mamma insegna e l’unico figlio possiede intelletto acuto e senso pratico subito indirizzati alla musica.

Una prima composizione nel solco di Aram Khachaturian permette al ragazzo già provetto con pianoforte e organo di accedere alla Welsh Youth Orchestra. L’unico strumento vacante è la viola e il tredicenne si applica fino a padroneggiarla mentre gli anni Cinquanta stanno per essere scossi dal rock’n’roll. Manco a dirlo, ne è investito in pieno e lo stesso vale per Cage e Coltrane. Ancora non può saperlo, ma sta ponendo le basi di un’alchimia che lo accompagnerà per sempre.

E guai a scambiarla per un violino.

Quando cambia aria al londinese Goldsmith College, il mondo accademico viene presto a noia benché la formazione si riveli basilare: tra ‘60 e ‘63, Cornelius Cardew introduce John al movimento Fluxus e a La Monte Young alimentando la voglia di volare oltre l’Atlantico. Ottenuto il diploma, approfitta di una borsa di studio estiva in Massachusetts e trova sul serio l’America studiando con Iannis Xenakis. Si sposta a New York e, poco lontano dal suo appartamento, risiedono proprio La Monte e la moglie Marian Zazeela: un giorno bussa alla loro porta e il compositore, incredulo che un ventenne si sia fatto tutta quella strada per lui, lo accoglie a braccia aperte.

Insieme agli Young e a Tony Conrad allestisce il Theatre of Eternal Music, ensemble che traffica con gli effetti ipnotici di note ripetute all’infinito. Dall’amicizia con Tony nasce anche un progetto dal nome bello e fuorviante che qualcuno ripescherà, The Dream Syndicate. Pick-up elettrici su violino e viola, ferrea disciplina, derisione e/o minacce fisiche allorché propongono stordenti drones al pubblico sono il pane quotidiano di un’esperienza unica, dove scolpire il puro suono è snervante ma innovativo al punto da anticipare Glenn Branca e Sonic Youth, Spacemen 3 e My Bloody Valentine.

Frattanto, accendendo la radio sei investito da band inglesi che rivendono agli yankee una versione aggiornata del rock’n’roll. Quindi perché non mettere insieme le due cose nei Velvet Underground? Il resto è storia fino al 1968, quando un Cale fresco di nozze con la stilista Betsey Johnson è messo alla porta dal dispotico Lou. Una fase si è conclusa, e da qui inizia la nostra vicenda.    

«Dai su, vai subito a chiedere scusa al povero Cale».

Accademie e pericoli

Esitante sul valore delle sue canzoni, John decide di valorizzare quelle altrui ripartendo da Nico e dai madrigali gotici di The Marble Index. Successivamente trova un aggancio alla CBS, che vuole espandere il bacino d’utenza di Terry Riley, ma la collaborazione non funziona. Riley abbandona a metà la lavorazione di Church of Anthrax, che esce quattro mesi dopo il primo LP solista di Cale e trova solo a tratti il centro di gravità tra rock e minimalismo. Va molto meglio con la supervisione degli esordienti Stooges e il remix quadrifonico del catalogo di classica della Columbia, dove emergono le inclinazioni che nel “vero” debutto si sommano a un pop deviato e surreale.

Paradigmatico della natura dell’artefice, Vintage Violence vive di un equilibrio fragile, incrinato da eccessi parodistici e passaggi sopra le righe. Per questo alterna episodi anonimi a biglietti da visita preziosi come le leggiadre Gideon’s Bible e Big White Cloud, la solenne Charlemagne, il Brian Wilson inacidito di Ghost Story, i Beatles girati R&B di Hello, There e lo scintillante archetipo di ballata “non folk” Amsterdam. Il 1970 è a ogni buon conto una trama di luci e ombre che vede la produzione di Desertshore e la presenza in Bryter Layter, il distacco da Betsey e un trasloco in California. Ma anche se il nuovo rapporto con Cindy Wells – ex delle GTO, affetta da disturbi psichici e dipendenze – è travagliato, l’artista consegna alla Warner il primo capolavoro.

Nell'atto di consegnare un capolavoro.

Da una nicchia tra neoclassicismo e avanguardia, nel ’72 The Academy in Peril spiana la strada a Gastr Del Sol, Penguin Cafe Orchestra e Rachel’s mentre Cale dirige la Royal Philarmonic Orchestra in strutture tanto articolate quanto spontanee (Three Orchestral Pieces), siede al piano per i crescendo della title track, un’austera Brahms e la poco più ariosa John Milton, dipana la stranita Legs Larry at Television Centre e mette la toga a Captain Beefheart in The Philosopher e King Harry. Il risultato è una bellezza inizialmente scontrosa dove di rock non vi è traccia, ma sulla quale torni infinite volte scoprendo dettagli, sfumature, sottintesi che ancora non avevi notato.

Con un invidiabile eclettismo nella continuità, sette mesi dopo Paris 1919 ricolloca l’Accademia tra angoli della memoria alterati dal tempo e contorni che sfumano in un’immaginazione nostalgica. Parente spirituale di Pet Sounds, è pop per esteti distratti e intellettuali spensierati, che con la regia di Chris Thomas (in curriculum Procol Harum e il White Album) seduce tra morbide volute di archi e un programma immacolato, che dalla dolceamara Child’s Christmas in Wales conduce a un’enigmatica Antarctica Starts Here passando per i raffinati intarsi della title track, l’esuberante Macbeth, una Graham Greene che distilla Lennon e McCartney, i panorami bucolici di Hanky Panky Nohow, Andalucia e Half Past France, una The Endless Plain of Fortune cupa e maestosa.  

Non sarà la Royal Philarmonic, ma fa sempre la sua figura.

Può darsi che in questa madeleine sonora John Cale cercasse conforto dal casino in cui si era trasformata la sua vita, e che il superlavoro (da produttore, si occupa anche dei Modern Lovers) servisse a distrarlo. Sta di fatto che nel ’73, scaduto il contratto ed esaurita la pazienza, firma con la Island e torna a Londra. È la prima volta dal 1965 e le cose sono molto cambiate.

La paura è la migliore amica dell’uomo

Una foto ritrae il nostro eroe sotto il cartello stradale dell’omonima via londinese. Gli occhi appartengono a un individuo pronto a liberarsi di pesi schiaccianti ma che sconta il dramma di non riuscirci.

Un meme ante litteram.

Una parte del suo soggiorno britannico trascorre sotto la spada di Damocle delle decisioni sbagliate e in quello sguardo cogli anche un velo della paura che sarà oggetto e presupposto di uno dei suoi lavori più riusciti. Il primo passo per arrivarci è un concerto con altri grandi eccentrici immortalato da June 1, 1974. Oltre a suonare con Kevin Ayers, Brian Eno e Nico, Cale esegue una raggelante cover di Heartbreak Hotel che accende la scintilla della rigenerazione.

Poco dopo, Fear spiazza con un moderno cantautorato di fratture e spigoli: Fear Is a Man’s Best Friend è un inno a nervi scoperti, Barracuda scompone il glam in schegge acuminate, Buffalo Ballet racconta il West in punta di tasti ed Emily gronda abbandono e rimpianto. Ship of Fools e You Know More than I Know sono ballate esemplari in cui il folk è una vaga eco, Gun inscena un abrasivo noir e in Momamma Scuba una carnale ossessività in stile Roxy Music (guarda caso, Eno e Phil Manzanera figurano tra gli ospiti) risponde alla beffarda The Man Who Couldn’t Afford to Orgy.

Il primo album (art) rock di Cale è una stravaganza splendida come mai più accadrà, la stampa applaude e la Island pensa di cavare qualche soldo. Troppa premura: Slow Dazzle annacqua la ricetta salvandosi nell’omaggio Mr. Wilson e nella magistrale Heartbreak Hotel, dove la ribalderia r‘n’r è sostituita da stridori e paranoia incandescente che profumano di new wave. Follia per follia, sul palco Cale si presenta con una maschera da hockey sul volto, improvvisa le scalette e infine litiga con l’etichetta, che lo accusa di aver speso troppe energie con Patti Smith per confezionare Horses e immette sul mercato Helen of Troy senza consultarlo.

Magistrale è dir poco.

Stando all’interessato, da allora abbiamo ascoltato demo non definitivi, eppure stenti a crederlo alla luce delle claustrofobiche Pablo Picasso (Jonathan Richman) e Baby What Do You Want Me to Do (Jimmy Reed), di una favolosamente introversa I Keep a Close Watch, del romanticismo di Cable Hogue, della luccicanza del brano omonimo, di My Maria e Save Us.

Lasciata la Wells, John cammina di nuovo tra le vie di New York, frequenta il CBGB’s e testimonia la nascita del punk. Dal ’77 fino al cambio di decennio attraversa una dorata transizione: tour, produzioni, l’ottimo EP Animal Justice. Come Reed, raccoglie il rispetto delle nuove leve, trae insegnamenti e nell’autarchico Sabotage/Live propone inediti di rock metropolitano sulfureo, fosco e compatto. La sera di capodanno del ‘79 incrocia l’attrice Risé Irushalmi e la sua vita cambia. Sì, di nuovo.

Prendersi la vita tra le mani

Per molti nomi eccellenti, gli anni Ottanta rappresentano un calvario nel quale lo sforzo di mettersi al passo con i tempi genera dischi per lo più sconclusionati. Nondimeno, verso la fine del decennio qualcosa scatta e assistiamo a una serie di rinascite sulle quali mai avremmo scommesso, inclusa quella di John Cale.

Nell’ottobre 1981 il gallese sposa la Irushalmi e si accorda con la A&M per un 33 giri, il primo in studio da un lustro abbondante. Il pregevole Honi Soit arricchisce gli arrangiamenti a beneficio di canzoni slanciate e aggressive che chiudono il cerchio con la new wave: applausi per le bordate di synth in Strange Times in Casablanca e lo stravolgimento di Streets of Laredo, per il soul candeggiato Fighter Pilot che insegna una cosa o due ai The The e la purezza di Riverbank, per la tromba di Dead or Alive e l’elaborata Magic & Lies. Esigue le vendite, il contratto è stracciato e si approda alla ZE.

***Da tempi difficili nasce il capo d’opera Music for a New Society, una laica messa dove la liberazione dal male e dal dolore avviene attraverso una lucida descrizione della realtà. La seduta di psicoterapia è affidata al minimo indispensabile: chitarra, piano, percussioni e poco altro. Come un parente di Nebraska che racchiude le apocalissi di Scott Walker in una stanza, la grandezza della rediviva Close Watch si staglia su panorami plumbei (Santies, Broken Bird), chiaroscuri dell’anima (Taking Your Life in Your Hands, Chinese Envoy, Changes Made), intensità che si tuffa nell’isolamento e riemerge vincitrice (Thoughtless Kind, If You Were Still Around, Damn Life).

Eyes Wide Shut, ma meno porno.

Esorcizzati altri fantasmi, nell’84 Caribbean Sunset svolta ancora verso i bagliori post-punk di Hungry for Love e Praetorian Underground, di Magazines e Modern Beirut Recital. La stanchezza però sta iniziando a farsi sentire, John prende tempo con Nico in Camera Obscura, ne perde con i pessimi Comes Alive e Artificial Intelligence e vaga frastornato finché la nascita della figlia sancisce l’abbandono definitivo degli stravizi.  

Va bene il punk, ma il pianoforte suonato in piedi... chi sei? Jerry Lee Lewis?

Durante il riposo sabbatico spunta l’idea meravigliosa di trasporre in musica alcune poesie di Dylan Thomas. Una delle più belle si intitola E la morte non avrà più dominio, simbologia che stride accanto alla dipartita di Andy Warhol e della Päffgen. Il mondo che John conosceva gli si sgretola intorno, ma trovarsi all’improvviso faccia a faccia con l’ineluttabilità della morte lo scuote dalla testa ai piedi. La risposta sarà degna di un sognatore cinico e dell’artista maiuscolo.

Frammenti di stagioni piovose

Il tramonto del decennio brucia le ultime scorte di genialità a partire dal meraviglioso Words for The Dying. In The Falkland Suite, quattro componimenti di Thomas sono interpretati guardando a The Academy in Peril con l’umanità dei temi pianistici Songs Without Words e della sinuosa, aeriforme The Soul of Carmen Miranda scritta ed eseguita assieme a Brian Eno. Il momento di grazia prosegue con lo straordinario Songs for Drella, le arguzie art-pop sempre con Eno di Wrong Way Up, la memorabile cover di Hallelujah che verrà poi raccolta da Jeff Buckley, il vibrante live Fragments of a Rainy Season. Diresti che nulla possa fermare Cale, e invece…

Con la Metropole Orchestra di Amsterdam (e i sottotitoli in olandese).

Invece i pettegolezzi sulla reunion dei Velvet divengono realtà. Nel ‘93 una triste pantomima si aggira per l’Europa e termina con l’ennesimo litigio tra due galli. L’accaduto lascia il segno, si somma alla dipartita di Sterling Morrison e qualcosa si spezza. Tra tanti lavori per il cinema e il marginale Last Day on Earth, spiccano il neoclassicismo di Eat/Kiss: Music for The Films by Andy Warhol e il rock trasversale di Walking on Locusts, dove un autore maturo (che ha divorziato pure con Risé) si apre a influssi roots ed etnici.  

Nel nuovo secolo l’urgenza si spegne in una crescente (auto)canonizzazione. Discreto il pop elettronico di Hobosapiens, in Black Acetate idee e verve latitano e l’imbarazzante Shifty Adventures in Nookie Wood propina tronfio rock danzabile. Se Circus Live arranca, i rifacimenti dal vivo di Paris 1919 e del primo LP dei Velvet e il “nuovo” Music for a New Society proposto in M: Fans palesano l’incapacità di affrontare il passato a testa alta.

Ci piacerebbe poter concludere raccontando di un artista invecchiato con classe, ma non è possibile e un po’ dispiace, benché l’ultimo ventennio non pregiudichi una carriera eccezionale e con pochi eguali nel bene e nel (poco) male. Bisogna farsene una ragione, in fondo: anche se la bellezza vince sull’eternità, per gli uomini il tempo non smette di scorrere. Ed è sempre a lui che spetta l’ultima parola. Buon compleanno, Mr. Cale.

John Cale Lou Reed The Velvet Underground Velvet Underground 

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