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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Gene Clark: fondare i Byrds, inventare il folk rock e perdersi

Un songwriter come nessun altro, nel bene e nel male.

Chi più del fondatore dei Byrds porta impressi sulla pelle aggettivi come “sottovalutato” e “sventurato”? Eppure, dalla vetta all’inferno senza ritorno né redenzione e nel viaggio dal folk al country metafisico, il suo talento risplenderà in eterno.   

Come te, nessuno mai...

Possedeva tutto il necessario al riconoscimento universale, Gene Clark. Doti canore e compositive e il carisma intriso di spirituale mistero lo consegnano all’élite, benché a ricordarselo siano principalmente fan di Americana, critici, musicisti, ascoltatori attenti. Tutti consumano ogni giorno quanto di buono – ed è tantissimo – quest’uomo ha concesso con i modi riservati di chi evita la fama perché non digerisce le pressioni legate allo show business.  

Dal momento che è impossibile viverlo e capirlo davvero, proviamo almeno a immaginare. A immaginare cosa significa essere il frontman in uno dei gruppi più famosi del mondo allorché John Lennon, dalla cima dell’Olimpo, grida «Aiuto!» e nessuno lo ascolta. A immaginare lo stress, le responsabilità, il turbinio frenetico di giorni che passano in una fiammata.

È esattamente qui che Harold Eugene Clark emerge in tutta la grandezza di pioniere e di autore. Tanto basta a perdonare le sregolatezze, le curve pericolose a tutta velocità, le cadute di chi ha superato le “otto miglia più in alto” anche se era terrorizzato dagli aerei. Non ha senso fargliene una colpa, perché il gomitolo del male di vivere che aveva dentro era autentico e autenticamente radicato.

Ladies and gentlemen, Ringo St… ah no.

Una patologia bipolare, direbbero i medici. Un’oscillazione continua tra luce e ombra, come un pendolo guastato da ansia e depressione. Per tutti gli altri, è qualcosa che Gene lasciava libero di scorrere nelle canzoni e contribuiva a renderle immense: a lungo andare, però, il cavallo pazzo che vagabondava lungo la sua mente ha finito per disarcionarlo e spezzargli le ossa.

Per certe anime la fatica di vivere si trasforma in un macigno così pesante che non c’è più modo né voglia di spostarlo. Chi assiste allo spettacolo può girarsi dall’altra parte, ma se decide di raccontarlo deve fare i conti con un sapore di catarsi mancata che non è possibile evitare. Però…

Però Gene Clark ha scritto meraviglie che spiegano come basti anche solo averci provato. Perché la loro bellezza ineffabile è il percorso e l’approdo. Perché soltanto loro conoscono il modo di cancellare tutto il male possibile. Alla fine questo conta, e nient’altro.

Nato per seguire se stesso

Le radici del Grande Paese sono un intreccio di infiniti passati e di genti che, nel mentre si lasciavano indietro una vita e una terra, le tradizioni e gli affetti, le portavano con sé nel nuovo mondo. Gene Clark nasce nel novembre 1944 a Tipton, Missouri, terzo di tredici figli con nelle vene sangue irlandese, tedesco e pellerossa che apprende giovanissimo i rudimenti della chitarra dal padre, ispirandosi a Hank Williams, Elvis Presley ed Everly Brothers.

Da adolescente, alla guida di un gruppetto rock‘n’roll resta folgorato dal folk revival e nel ‘63 i New Christy Minstrels lo notano a Kansas City, portandoselo in tour e in studio di registrazione. All’inizio dell’anno seguente i Beatles lo fanno cadere sulla via per Damasco: da un jukebox ascolta She Loves You, capisce che il futuro è arrivato e vuole esserne parte.

Molla tutto, va a Los Angeles e incontra Jim “Roger” McGuinn e David Crosby. Il resto è mitologia non per modo di dire: nei Byrds, pone le fondamenta della rivoluzione folk rock ricorrendo ad accordi inusuali, scelti da chi non conosce le regole del manuale e allora ne segue di proprie, affidandole a un’ugola virile colma di emozione.

Ladies and gentlemen, The Beatl… ah no.

Il compito di innervare la tradizione con l’elettricità spetta a LP epocali come Mr. Tambourine Man e Turn! Turn! Turn!, che tuttavia sono anche fonte di screzi. Gli altri iniziano a mugugnare per lo spazio compositivo riservato a Gene, mettono veti alle sue nuove composizioni e gli equilibri si incrinano. Da par suo, il ragazzo comincia a (non) tamponare la fragilità con alcol e droghe. Nell’estate del ‘66, sul tappeto volante di Fifth Dimension ci sono tutti tranne lui.  

Dopo la separazione, il debutto in solitaria assume le forme del folk rock venato pop e country di With the Gosdin Brothers. Alla lavorazione travagliata rispondono un cast di prim’ordine e la scaletta illuminata da Echoes (i R.E.M. di Up senza elettronica, in estasi da barocco onirico), dalla squillante ma sinuosa So You Say You Lost Your Baby, da squisite fusioni tra Byrds e Fab Four come Elevator Operator, I Found You e Couldn’t Believe Her, dalle celestiali Is Yours Is Mine e The Same One prodotte da Gary Usher, dalle Tried So Hard e Keep On Pushin’ che annunciano la svolta verso le radici.

Prima della quale c’è il fiasco causato dalla Columbia, che scriteriatamente pubblica l’album nella stessa settimana di Younger Than Yesterday, dirottando altrove la promozione e l’interesse dei media. A nulla serve l’ottimo 45 giri The French Girl, una rilettura di Ian & Sylvia supervisionata da Curt Boettcher, come l’acidula ancella Only Colombe. Gene prova persino a ricominciare con i vecchi compari nell’ottobre ’67, eppure dopo tre concerti sale su un treno per la California e arrivederci.

Il Sessantotto lo trascorre alla A&M, allestendo la premiata ditta Dillard & Clark con il banjoista Doug (socio di minoranza Bernie Leadon, che negli Eagles raccatterà fior di milioni utilizzando la medesima formula) per fondere rock e country in una chiave robusta, appassionata e artisticamente riuscita, più nello splendido esordio The Fantastic Expedition of che in Through the Morning through the Night di un anno successivo.

La premiata ditta, che purtroppo (spoiler alert!) dura poco.

Nonostante recensioni positive, l’eccesso di anticipo sui tempi e il rifiuto di Clark di intraprendere tour affossano il progetto. Quando Dillard pensa di inserire la fidanzata nel gruppo, è ora di chiudere la questione e imboccare definitivamente la via solistica. Gene si sposa e mette su famiglia nei pressi di Mendocino. Davanti a sé ha l’orizzonte puro del Pacifico. 

La forza delle corde

La quiete benedice lo scoccare del nuovo decennio e la sua pagina più memorabile. Un lavoro omonimo (il titolo White Light sparì non si sa come dalla confezione) che nel 1971 si presenta con un eloquente scatto di copertina: inglobando il profilo dell’autore, il sole sembra tramontare a chiusura di un’epoca e insieme sorgere per salutarne un’altra. In una perfetta simbologia del passaggio dai ‘60 ai ‘70, dall’era del “noi” a quella del “me”, il disco è avvolto in malinconie elettroacustiche che scaldano le ossa e l’anima.

La quiete, e dietro la tempesta.

Messo su nastro in presa diretta con l’amico chitarrista/produttore Jesse Ed Davis più una misurata line up, è contraddistinto da introspezione e incanto nelle cristalline ballate Because of YouWith Tomorrow Where My Love Lies Asleep, ma pure in episodi più mossi come la title trackThe VirginOne in a Hundred e 1975. Se la mestizia simbolista di For a Spanish Guitar strappa l’ammirazione di Bob Dylan, la cover di Tears of Rage vale la versione data da The Band. Tutto dire.

La stampa si spella le mani, il pubblico ignora. Nel frattempo Gene incide il materiale che, rifiutato dall’etichetta, confluisce nel ’73 su Roadmaster, a lungo disponibile solo in Olanda – dove il Nostro contava su un certo seguito – e da avere per le She’s the Kind of Girl e One in a Hundred con i Byrds, per una Here Tonight dove a scortarlo sono i Flying Burrito Brothers, per il country dall’accorato al teso In a Misty Morning e il jingle-jangle meditativo Full Circle Song.

Dopo la rimpatriata di Byrds, cui partecipa con gli unici autografi salvabili, Clark riparte dalla Asylum. A un triennio da White Light, in No Other si avvale della regia visionaria di Thomas Jefferson Kaye e si immerge nell’inverno dello scontento, trasportando Phil Spector in un’elaborata fantasia oppiacea fantasia che fa cosa sola di Gram Parsons e Marc Bolan.

Poggiati su una profondità testuale e una spiritualità così sfaccettata da sconfinare nel metafisico, Silver Raven e Some MisunderstandingFrom a Silver Phial e Lady of the North hanno più a che vedere con le allucinazioni di Tim Buckley, David Crosby e Dino Valenti che con l’imperante voga country rock, comunque trattata (in Life’s Greatest Fool e True One più che altrove) da punto di partenza per una magia senza eguali.  

Un disco che formerà una band, anni più tardi.

Come annuncia il titolo, il disco suona infatti come nessun altro e conosce un vertice nella madreperlacea Strength of Strings, in seguito ripresa (come With Tomorrow: questione di affinità elettive) dai This Mortal Coil. Esempio sublime di “cosmic american music” che disegna universi interiori, l’oggetto dell’adorazione di Beach House, Grizzly Bear e Fleet Foxes sarà riedito in versione “deluxe” nel 2019 dalla 4AD in una magnifica chiusura di cerchio. 

All’epoca, però, passa inosservato e gli elevati costi di realizzazione mandano in bestia David Geffen. Mentre l’artista sconta la distanza tra plauso critico e mancato successo, il matrimonio va in crisi e tutto il resto alla deriva.

Giorni solitari

Passabile quantunque piuttosto discontinuo Two Sides to Every Story nel ’77, sono dimenticabili – tipiche opere di chi non ha controllo sulla musica né su se stesso – i successivi McGuinn, Clark & Hillman e City. In balia della bottiglia, Gene passa dalla coca all’eroina fino a quando non viene soccorso da Davis, che lo disintossica e lo rimette in pista.

Un epitaffio come nessun altro.

Quando, a metà anni Ottanta, vede la luce il piatto Firebyrd, le nuove generazioni hanno rispolverato il folk rock, le chitarre Rickenbacker e le armonie vocali. Di conseguenza, gli alfieri della neopsichedelia omaggiano uno dei padri che, ospite su Native Sons dei Long Ryders per la bellissima Ivory Tower, si congeda con il discreto So Rebellious a Lover a quattro mani con Carla Olson dei Textones.

Vorremmo potervi raccontare di una redenzione, ma la realtà è ben diversa e dunque perdonateci se preferiamo tagliar corto. Problemi economici, mezzo stomaco asportato nell’88, il successo di I’ll Feel a Whole Lot Better che, rifatta da Tom Petty in Full Moon Fever, porta una cascata di royalties, gettando carburante sull’incendio, scandiscono i passi verso la fine.

A gennaio ’91 i Byrds storici festeggiano l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame e il viso un tempo irresistibile maschera a malapena un trapasso svuotato. La morte arriva in maggio, lo stesso giorno del compleanno di Bob Dylan, in un’ultima suprema beffa che quasi cancella l’uomo dalle cronache. Al cimitero di Sant’Andrea, poco fuori Tipton, una lapide recita «Harold Eugene Clark – No Other». Di rado epitaffio è stato più adeguato.

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