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Nilüfer Yanya: Rid of Me
Oltre le gambe c'è di più

Fantasmi di carne, a volte ritornano.

Nilüfer Yanya – mezza irlandese e mezza turca – è su SoundCloud dal 2014. Prima di fare il suo ingresso nel giro indie che conta si è permessa di rifiutare l’invito (molto remunerativo) a entrare a far parte di una girl band creata a tavolino dal tizio degli One Direction. Preferisco portare avanti la mia idea di musica, gli ha detto, molto gentilmente, mentre lo rimbalzava con un bel due di picche, tirato fuori dal mazzo dei treni che non ripassano più con la nonchalance di un baro professionista.

Da due album e un paio di EP a questa parte, la sua idea di musica è una roba estremamente fisica. La sua voce è come un muscolo tenero, di quelli che altro non chiedono che essere esercitati costantemente, senza paura di rompersi. Le sue canzoni si piegano spesso in torsioni nerborute, con certi schiaffi di chitarra che schizzano dal quiet al loud nel tempo di una scossa di terremoto, inaspettati come guance che arrossiscono al momento sbagliato. Melodie bellissime, dentro un range espressivo quasi monomaniacale e una palette sonora fatta di fuoco, fumo, cenere e nervi scoperti. Vi ricorda qualcuno?

Dal canto suo, Rid of Me – al pari di tutta la produzione di PJ Harvey pre-Uh Huh Her – è un pezzo che non può fare a meno di infestare i tuoi sogni di bambina cresciuta fin dal primo ascolto, ma per certi versi dolcemente — come se sapessi che è sempre stata lì per te, ad aspettarti: un incubo bagnato da rivivere in loop. Ti arriva addosso provocatoria, aliena, contorta. Eppure perfetta, quasi romantica, a dispetto di dove va a parare il testo in termini di tensione tossica e arrapata.

Yanya si avvicina alla struttura originale del brano con rispetto quasi sacrale, ne sposta il grido dentro i confini del sussurro che mette soggezione, la carica primitiva dalla sguaiatezza sessuale all’ammiccamento sensuale che non (am)mette repliche. Musicalmente, aggiunge qualche strato di raffinatezza alla base grezza e punk, giusto per il gusto di far uscire un po’ di sangue dalle orecchie dello Steve Albini del ‘93.

Per il resto, è ancora, trent’anni dopo, tutta una voglia matta di leccarsi avvinghiati, finché c’è ancora un briciolo di qualcosa da assaporare. Finché non riusciamo a convincerci di restare, a vicenda.

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