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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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MØ: Punches
E mø so’ cazzi vostri

Chiamatela dark disco e ballatela piano, solo al tramonto o all’alba.

La conoscerete per aver messo l’ugola e la faccia nella sortita più astronomicamente mainstream di Major Lazer o per quell’altra roba con Justin Bieber, ma Karen Marie Ørsted ha fatto anche cose buone. D’altra parte, se parti con provocatori squat show a ritmo di sfacciate invettive politiche come leader di una punk band chiamata MOR e finisci per incarnare un nuovo tipo di popstar alternativa – equamente innamorata delle Spice Girls e di Kim Gordon – un po’ di strada, nel mezzo, devi averla messa nelle suole delle scarpe.

ha la languidità neoromantica di una Lana Del Rey che ha scoperto i synth, ma anche l’euforia di pelle e ceralacca di una La Roux che vorrebbe essere born to be wild. Sa farti venire i brividi con la sola voce e pochi strumenti nudi come una Clairo qualsiasi, ma non disdegna di sconfinare nell’arena rock alla Miley Cyrus, mentre canta di drammi adolescenziali con la credibilità di Billie Eilish, anche se potrebbe essere sua mamma.

Come riesca a uscire con le ossa intere dal tentativo di tirare le fila di un simile potpourri è tutt’oggi un mistero. Credo abbia qualcosa a che fare con il concetto di talento – change my mind.

Motordrome porta tutto ciò tanto all’estremo (direbbero i fanatici del concept album) quanto ai limiti della perfezione (controbatterebbe chi ha il buon senso di accontentarsi di belle canzoni): dieci-pezzi-dieci che potrebbero essere tutti singoli stand-alone viventi di vita propria, pop song praticamente prive di difetti da contare sulle dita delle mani giusto prima di leccarsele come se le avessi inzuppate in una busta di Fonzies, che strizzano l’occhio ognuna a generi diversi e apparentemente in contrasto.

Nel suo piccolo, per chi ha comunque paura di perder tempo, Punches riassume la cosa in tre minuti e mezzo. Gode della nostalgia di un riffettino di chitarra riverberata alla Cure e ha il coraggio di infilarci sotto un arpeggio che starebbe bene nella intro di un qualche suite folk-metal. Ha una base ritmica acciaccata che non dispiacerebbe a Dua Lipa e una cadenza sexy alla Lorde, ma finisce piuttosto per evocare coast-to-coast sudici e senza tempo, a cavallo della motrice di un TIR con i finestrini abbassati, polvere e vento nei capelli. Puzza di barocchismi da camera e di teen rock grezzo in chiave dimessa, sotto il tappeto di un video a metà tra Mad Max e Game of Thrones. Per contro, parla di incassare i colpi e imparare a uscirne più forti di prima, manco fosse il diario di una quindicenne. Eppure, non a caso, cita le Bikini Kill senza vergogna, in un personale crepuscolo dei propri eroi che sa tanto, finalmente, di autoaffermazione convinta.

È il messaggio in codice di una riot grrrl alle prese con la famosa rivoluzione dall’interno. Se, nel tentantivo, finirà per fare pure un botto di soldi, ditemi voi che male c’è.

 Karen Marie Ørsted Lana Del Rey Billie Eilish 

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