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Katatonia: Atrium
C'è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero

Jonas Renkse vi dice cosa pensa dei Marriot Hotel.

Da che mondo è mondo, le camere di albergo nell’immaginario rock servono unicamente a tre cose. Quando si è in due, scambiarsi fluidi corporei. Quando si è in tanti, fare party selvaggi con eventuale lancio del televisore giù dal settimo piano. Quando si rimane da soli, meditare sulla futilità dell’esistenza lasciandosi cadere in un abisso di depressione.

I Katatonia non fanno eccezione, e con la consueta joie de vivre ambientano in una camera del Marriot (chissà perché il Marriot? Sarà un caso di pubblicità occulta?) una scena del terzo tipo: «In a room, Marriott, New York / Checking in to be held by you / Then checking out / Direction is shuffled back to nil». Nil, niente, nihil (alla latina), zero. C’eravamo tanto amati, insomma, ma alla fine veniamo comunque inghiottiti nel nulla cosmico. Appunto.

Al netto del carico di frustrazione, sofferenza e patimento che Jonas Renkse da vent’anni (Dance of December Souls è del 1993) distribuisce copiosamente nelle sue liriche, c’è da sottolineare una persistente capacità di questa band di fare un po’ sempre la stessa cosa, ma farla sempre a grandi livelli. Depressi sì, ma con talento.

Katatonia 

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