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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

I Television, Marquee Moon e il cielo sopra New York

Un'esplosione satellitare che ha bucato il sipario illuminando il cosmo, ma che è bruciata troppo in fretta.

Vi affascina la Grande Mela di metà anni Settanta? Amate le chitarre che fanno viaggiare senza inutili virtuosismi? E l’avanguardia, vi piace emotiva e fresca? Se la risposta a queste domande è sì, Marquee Moon è tra i vostri dischi preferiti.

Le mille luci della città

New York era uno spazio inesauribile, un labirinto che si snodava all’infinito sotto i suoi passi e nel quale, ogni volta, anche senza spingersi troppo lontano dai paraggi ben noti di casa propria, veniva sopraffatto da un senso di totale smarrimento: perso, alla fine, non solo nella città, ma anche dentro di sé. (Paul Auster, Città di vetro)

Chissà se durante i primi mesi vissuti nella Big Apple Tom Miller si sentiva altrettanto sperduto. Ci piace pensare che le cose stessero così, e che abbia presto superato il disorientamento elaborando un linguaggio sonoro adatto allo stato mentale che siamo soliti definire “metropoli”. Non a caso, frenesia e dinamismo sono tra gli ingredienti di ciò che il giovanotto scriverà una volta assunta l’identità di Tom Verlaine. Indossati i panni di un cantore della città, sarà un equilibrista sospeso tra astrattezza e introspezione.

Stiamo parlando di canzoni misteriose e inquiete, però in un certo senso familiari. Di faccende simili a quadri di Edward Hopper nel modo in cui nascondono l’umanità e i sentimenti sotto un velo di apparente distacco. Anche per questo motivo Marquee Moon è uno di quei rari dischi che restano moderni qualsiasi cosa accada. E benché siano inaudite e aliene, le sue architetture e la visionarietà che sprigiona posseggono un fascino ambiguo squisitamente newyorchese. Con un altro luogo a fungere da sfondo forse i Television non sarebbero mai esistiti: di certo non avrebbero trasformato paesaggi di vetro, cemento e metallo in un’arcadia di rivelazioni.

Dicono un capolavoro si riconosca dalla capacità di resistere nel tempo e di cambiarne il corso. Ebbene, da quattro decenni e mezzo Marquee Moon percorre lo spazio che separa il tormento dall’estasi, sradica gli assoli di chitarra dalla noia e dall’autoreferenzialità e recapita sfavillanti bandoli di suggestioni. Tuttora inalterato il suo potere evocativo, tratteggia un’avanguardia rock urbana arty tanto più evocativa quanto è minimale. Un’armonia tra onirico e reale che sembra ancora provenire dal futuro.

E se questo punto non vi siete già incuriositi o commossi di nostalgia avete una televisione generalista al posto del cuore.

Ragazzi al neon

Da un lato eravamo abili musicisti, dall’altro dei disperati che volevano redimersi. (Richard Lloyd)

Tom Miller e Richard Meyers vivono nella noia del piccolo Delaware. Condividono l’anno di nascita (1949) e si incontrano a scuola, teste calde che scappano verso sud in un picaresco on the road salvo essere acciuffati dalla legge in Alabama, con l’accusa di vandalismo e vagabondaggio. Sono tipi diversi però complementari, come solo certi opposti riescono a essere. Di conseguenza, a un certo punto si separano: Richard non finisce le superiori, fugge definitivamente a New York e intraprende la carriera di poeta. Miller lo raggiunge nel ’68, dopo aver mollato l’università.

Complementarità, dicevamo. Belloccio intellettuale e (im)puro maudit uno, l’altro è musicista attento alle forme come all’espressività con un significativo retroterra che parte dalla classica (Richard Wagner, Morton Feldman, Krzysztof Penderecki, György Ligeti) e dal jazz “liberato” di Charles Mingus e Ornette Coleman, di Eric Dolphy e Albert Ayler. L’impatto contro 19th Nervous Breakdown e i Kinks più ruvidi ha successivamente spalancato a Tom le porte di un nuovo mondo popolato da Mike Bloomfield, Yardbirds e Butterfield Blues Band, subito incalzati da Byrds, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Infine, l’improvvisazione acid californiana lo ha ricondotto al jazz e il cerchio si è chiuso. Il catalogo di influenze ampio e composito e gli studi pregressi di pianoforte e sax garantiscono un approccio inusuale alla chitarra. Il resto ce lo mette il talento.

Nel 1972 i compari decidono di passare dalla letteratura al rock’n’roll. Tom insegna i rudimenti del basso a Meyers, che ora si fa chiamare Richard Hell, e con la vecchia conoscenza Billy Ficca alla batteria la band è fatta. La meteora Neon Boys vive circa un quadrimestre e consegna soltanto il singolo postumo (farina del sacco di Hell) That’s All I Know / Love Comes in Spurts. La fine cela un inizio: nel marzo ’73 i ragazzi rinascono Television passando a quartetto con Richard Lloyd, chitarrista vagabondo presentato dal nuovo manager Terry Ork e interlocutore formidabile per Miller, nel frattempo anch’egli ribattezzatosi come sappiamo. Iniziano le trasmissioni.

Ecco la prima formazione con cui tutto è andato "on air".

Tubi catodici

I miei occhi sono come telescopi/ Vedo tutto all’indietro, ma chi vuole speranza? (Friction)

La compagine debutta in pubblico dopo un intero anno speso a sfacchinare in sala prove. Ne è valsa la pena, dal momento che ottiene un ingaggio regolare al CBGB’s accendendo la scintilla alla scena della Bowery. Il culto si allarga, ma sorgono alcuni problemi: control freak da far quasi impallidire Stanley Kubrick, Verlaine digerisce poco o nulla l’atteggiamento aggressivo di Hell sul palco, intimandogli di non saltare e rifiutando i brani di quello che è ormai un ex amico. Nel pollaio abita un gallo di troppo, quindi l’ideatore del punk look deve fare le valigie con la giustificazione – peraltro fondata – dell’inferiore livello tecnico e di eccessi spinti troppo in là.

Il gallo di troppo.

Intanto c’è stato un abboccamento con la Island, la quale ha scomodato niente meno che Brian Eno per registrare una manciata di demo. Uno dei più controversi what if del rock è sfociato in un mezzo disastro, generato dalla situazione tra Hell e Verlaine e da ulteriori contrasti tra quest’ultimo e l’inglese. Il giudizio negativo è pressoché unanime e il capo d’accusa sono le sonorità, ritenute troppo esili anche da Lloyd. Tuttavia, il materiale affiorato da diversi bootlegs mostra idee che talvolta necessitano di focalizzazione e soprattutto un’energia proiettata oltre il ‘77 con anticipo sbalorditivo.

Dopo la defezione di Hell, che fonda gli Heartbreakers e poi si mette in proprio con i Voidoids, al basso subentra Fred Smith. Su fondamenta ritmiche estrose però solide le chitarre iniziano a definire il fitto, inquieto gioco di tessiture che sarà un autentico marchio di fabbrica. Contano eccome i rispettivi background: Lloyd e Smith arrivano dal rock, Billy ama il jazz e Tom costruisce un ponte tra loro. La macchina viaggia a pieno regime e condivide concerti con il Patti Smith Group, cui Verlaine presta la Fender per il singolo Hey Joe / Piss Factory. Di dischi marchiati Television, per ora, non se ne parla.

Un qualcosa che è andato decisamente oltre la condivisione di una Fender.

Frizione

Non c’è stato nulla di simile, né prima né dopo. (Marc Riley)

Bisogna aspettare fino alla metà del decennio per il primo messaggio. Pubblicato dall’omonima etichetta di Ork, il 45 giri Little Johnny Jewel spalma su entrambe le facciate sette minuti di un diamante ruvido e fantastico. Sistematicamente raddoppiati dal vivo, sono sufficienti per uno scampolo d’immortalità e nondimeno Lloyd disapprova la scelta. Vorrebbe mollare e per fortuna ci ripensa, dato che il 7” ha attratto l’attenzione di svariate case discografiche, ma si temporeggia perché Tom aspetta chi conceda carta bianca per quanto riguarda la produzione.

Finalmente, nell’estate ’76 l’Elektra accetta l’accordo affiancandogli l’esperto Andy Johns. A settembre i Television entrano negli studi A&R Recording di New York dopo aver trascorso settimane a provare sei ore ogni santo giorno. Punk? Chi, noi che passavamo di qui per caso? La ferrea e serissima etica del lavoro, il distillato del repertorio in otto magnifici gioielli e una pianificazione curata nel dettaglio permettono di fare alla svelta, incidendo spesso in diretta per trattenere la spontaneità e lo slancio emotivo. In ritardo sui primi LP di Patti Smith, Blondie e Ramones ma in netto vantaggio sull’evoluzione del rock, l’esito giustifica una lunga attesa.

Presentato da una fotografia di Robert Mapplethorpe che ritrae i quattro come ectoplasmi che “bucano” lo schermo della copertina, Marquee Moon trasloca sulla costa est l’ansia irrisolta dei Quicksilver Messenger Service e il gusto per la canzone stravagante e memorabile dei primi Moby Grape. Ridefinendo il tradizionale rapporto tra chitarra ritmica e solista con un labirinto di richiami e incastri, i Television dipanano un filo rosso che scivola dentro le tasche di Echo & the Bunnymen, U2, Sonic Youth e Felt approdando alla post psichedelia di Thin White Rope e Spacemen 3 e alle contorsioni math dei Polvo.

Gli strani colori e la grana ancora più bizzarra sono dovuti al fatto che in copertina non c'è andata la foto originale, ma una fotocopia della fotocopia della foto stessa (Andy Warhol docet).

Elevazione

Ascoltavo la pioggia / sentivo qualcos’altro. (Marquee Moon)

Come in ogni capo d’opera che si rispetti, l’innovazione stilistica cammina di pari passo con una scrittura di livello elevatissimo. Spontanea nello sviluppo, viene ulteriormente messa in risalto da una produzione che rinuncia ai gingilli tecnologici in voga. Rimossi gli orpelli, rimane il cuore vivo e pulsante: tre quarti d’ora all’insegna del lirismo e della tensione nei quali non c’è una nota di troppo. E neppure un secondo di feedback, perché questa è psichedelia nuova e pulita che travasa lo spirito dei Sixties in un’altra era. L’unico vezzo, suggerito sempre dal jazz, è l’elenco dei rispettivi assoli di chitarra riportato sulla busta interna. Nient’altro.

Poggiando sulla fantasia di Billy Ficca (strumentista assai “musicale”: ascoltare Prove It per credere) e sul morbido ancoraggio di Fred Smith, il duo Verlaine/Lloyd si lancia in tessiture e digressioni in cui ogni eccesso è bandito. In un incanto teso e scattante, si lavora per sottrazione su un dialogo continuo e misurato che adombra il blues per rivolgersi a John Coltrane e al Miles Davis più magmatico. Oltre il rock come lo conoscevamo, ne deriva un suono di stelle e lampioni, di istinto e disciplina.

Dato il rigido controllo qualità operato a monte, in un album dall’impaginazione speculare ogni episodio vanta la statura del classico, dall’esuberante riff à la Rolling Stones duplicato e contrapposto in See No Evil alla leggiadria illuminata da un break etereo di Venus passando per gli anni Sessanta – tanto Texas sotto acido, qui, di nuovo – sballottati nei saliscendi dell’esaltante Friction. Se Elevation impasta la decadenza dei Roxy Music con una collera fratturata ma speranzosa, Guiding Light porge un soul in propulsioni ascendenti e la ribalda Prove It introduce a Torn Curtain, dove le atmosfere di For Your Pleasure sono il punto di partenza per un’epica sofferta e accorata.

Su tutto spiccano i dieci minuti della title track: incisi al primo tentativo come Sister Ray, cristallizzano un’idea di psichedelia liquida e luminosa come un universo in espansione. Verlaine e Lloyd si inseguono senza posa da amanti appassionati, mentre la ritmica un po’ rincorre e un po’ ne anticipa le movenze fino al parossismo e a una breve distensione che prelude a un accenno di ripartenza profumato di circolarità. In una parola: perfetto. La nuova onda è una danza di orizzonti illimitati e il calendario dice “8 febbraio 1977”.

Eccoli nel backstage del CBGB's, anno '77 appunto.

Un sipario strappato

Per quanto strano possa sembrare, ho sempre pensato che fossimo un gruppo pop. (Tom Verlaine)

Tom non scherza, perché in Inghilterra Marquee Moon centra la ventottesima posizione con un risultato che oggi ha dell’incredibile. Aiuta molto che Nick Kent si lanci in un panegirico sul New Musical Express e lo stesso settimanale dedichi ai Nostri la copertina. Concluso tra i mugugni un tour in madrepatria con Peter Gabriel, in maggio i Television visitano la Gran Bretagna da attrazione principale e i Blondie fanno da lussuosa spalla. L’accoglienza è entusiastica per un gruppo pop ambizioso, competitivo e poco conciliante che punta alla vetta. Un gruppo che si è preso anni per raggiungere la maturità in uno sforzo che ha lasciato il segno. Un gruppo che però ha il fiato dell’Elektra sul collo.

Nel 1978 il secondo album Adventure smorza i toni, lima gli spigoli e compatta le durate in romantici languori, tra canzoni affilate e trascinanti e lampi di serena sperimentazione. Tanto di cappello per una svolta più lineare che rifiuta l’impossibile replica di Marquee Moon e costituirà un riferimento per Lloyd Cole, il Paisley Underground e la new wave degli anni Zero. In estate la crisi è irreversibile: non bastassero le dispute di natura artistica e il flirt di Richard con la tossicodipendenza, l’etichetta lamenta il fiasco commerciale negli Stati Uniti e si vede rinfacciare una promozione inadeguata. Fine della corsa. Tom intraprende una carriera di arguto “cantautore new wave”” e non disdegnerà collaborazioni eccellenti. Lo stesso per Richard, benché con meno brillantezza e continuità, laddove i non meno indaffarati Fred e Billy mantengono un profilo più basso.

Tipo una cartolina e tanti saluti.

Quando ritenevi il caso archiviato, a sorpresa nel 1992 i Television tornano insieme. La prima delle infinte, famigerate reunion che oggi rappresentano la norma recapita un LP omonimo senza infamia né lode. Indecisa tra mestiere e ricalchi del Verlaine solista, la formazione scarabocchia un compitino piuttosto inutile e – con tutta la benevolenza possibile – la giustifichi pensando al tentativo di ricavare due spiccioli con il boom dell’indie rock.

Ognuno tragga le conclusioni che crede, tenendo conto che nel nuovo millennio il gruppo si è esibito in giro per il mondo con cadenza irregolare, Richard Lloyd è stato rimpiazzato e tuttora attendiamo un album dato come pronto un decennio fa. L’augurio è che non esca mai e che la vicenda si chiuda una volta per tutte. Pensaci bene, Tom. Il mito e la storia non hanno bisogno di inutili postille.

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