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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Sgomitando per attirare l'attenzione

Quando ti viene voglia di scrivere qualcosa su internet, sei uguale a noi che suoniamo per strada.

Cercare di attirare l’attenzione è un fenomeno narcisistico che coglie tutti: dai poppanti agli adulti, dai blogger a i musici di strada. E non è solo una questione di monetine lanciate nel cappello.


Simone Rossi
Simone Rossi

 

Il giovanotto con la brillantina nei capelli e i pantaloni attillati che sale sul tuo stesso vagone della metropolitana con l’amplificatore su un carretto e le basi brutte e cerca di sovrastare il volume degli auricolari di trenta persone cantando male una canzone tremenda non giova molto alla reputazione della categoria dei musicisti di strada. Il duo fisarmonica e violino che ti viene a suonare nelle orecchie mentre stai mangiando una frittura di pesce, nemmeno.

Io non capisco niente di calcio, ma fino alla differenza tra giocare a uomo e giocare a zona ci arrivo. E giocare vuol dire suonare, giusto? Se suoni a uomo, hai deciso che la tua strategia per fare soldi è il pressing costante: segui il pubblico a zig zag tra i tavolini dei bar e i vagoni dei treni macinando le stesse tre canzoni in loop, hai le tasche piene di spicci e il sorriso forzato degli equilibristi. Non è mai chiaro fino in fondo se la gente ti stia allungando una moneta per simpatia o perché tu ti tolga di torno alla svelta o perché hai l’aria di uno che non si fa una doccia da un po’.

Suonare a zona è il contrario: ci sono musicisti che si mettono a un angolo di strada o nella piazza del mercato o nel parco in riva al fiume e non rompono i coglioni a nessuno. Ti piace quello che senti? Fermati ad ascoltare. Non ti piace? Cambia canale. Continua a camminare e puf! Spariranno. Ti disturbano perché stavi leggendo un libro su una panchina e volevi stare in pace? Vai a dirglielo con un sorriso e ti chiederanno scusa e si sposteremo più lontano.

Suonare senza rompere i coglioni a nessuno. (Foto di Flavio Sousa)

Sgomitare per attirare l’attenzione della gente è quello che facciamo tutto il giorno in rete. Sarà l’algoritmo, sarà la dopamina, ma quando ti viene voglia di postare qualcosa ti parte in filodiffusione nel cervello la voce del social media strategist di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se questa cosa la scrivo e basta, o se ci metto una foto? O metto solo la foto? O metto una foto della mia faccia, così la gente legge il testo? O mi faccio un video in cui questa cosa la racconto, che tanto i testi lunghi non li legge nessuno? E se non la dico? No, no, la dico: chi deve capire, capirà. Magari dico un’altra cosa».

Quando pubblichi la storiella simpatica su tuə figliə che impara a parlare o la tua pungente riflessione sul tema del giorno e guardi le notifiche per vedere a quanta gente è piaciuta, sei come un musicista di strada che suona una canzone e ogni tanto guarda nel cappello e vede quante monete ci sono dentro. Una moneta, un like. Un cuore, una banconota. Spesso non pubblichi nemmeno un contenuto tuo, ma condividi la genialità di qualcun altro: nell’ambiente le chiamiamo cover. Funzionano sempre.

Forse la prima immagine che ti viene in mente quando pensi a un musicista di strada è quella di un poveraccio che non ce l’ha fatta, un tizio che ha più DNA in comune con un mendicante che con musicista: vive di spicci, si fa la barba nel bagno della stazione, dorme nella carta di giornale e si divide le scatolette di tonno col cane. Lo so che siamo tra gente che ha studiato, ma ribadiamo l’ovvio: no, i musicisti di strada non sono tutti dei disgraziati. Quando metti nello stesso sacco un punkabbestia col flauto delle medie e i Too Many Zooz lo sai che stai facendo una semplificazione idiota, come quando dici che un siciliano e un norvegese sono due europei, o un marocchino e un senegalese sono due africani.

Punkabbestia in metro.

I musicisti di strada non sono nemmeno gli ultimi veri romantici. L’altro stereotipo collegato alla mia categoria professionale probabilmente è questo, una cosa tra Fellini e Kusturica e Il Favoloso Mondo di Amélie. I sorrisi dei bambini. Le ragazze che ballano scalze. I passerotti che fanno i cori sui rami. Se ti piace un certo genere di folk o di swing o di musica balcanica o mediorientale o africana o insomma etnica nel senso meno da cartolina possibile, vederla suonata dal vivo, in acustico, a mezzo metro dal tuo naso, a sorpresa, in un posto in cui in condizioni normali non ci dovrebbe essere musica, è in grado di svelarti sentimenti che non credevi di avere.

Ti ricordi l’ultimo vero concerto acustico che hai visto? L’Unplugged dei Nirvana, per intenderci, non è un vero concerto acustico: hanno i microfoni e gli amplificatori e pure il pedale del fuzz durante l’assolo di The Man Who Sold the World. Parlo proprio di strumenti suonati al vento, senza cavi né elettricità, due o tre o dieci persone spuntate dal nulla che suonano insieme e tu lì a farti spettinare dallo sbuffo d’aria della tromba? Non ti è mai successo? Dovresti proprio provare.

Se dico "concerto acustico" e pensi a questo dobbiamo sederci e fare un certo discorso, io e te.

C’è questo potere che abbiamo, noi che suoniamo per strada, di tirare fuori un sorriso al più stressato dei passanti e rivoltargli la giornata come un calzino. Sappiamo spalancare le bocche ai poppanti e far muovere il culo alle signore. Le ragazze ci guardano curiose e magari pure innamorate, o forse è solo che abbiamo un buco in una scarpa. Suonare è in qualche modo sedurre, ammaliare, incantare nel senso dell’incantatore di serpenti, un altro tizio che suona a zona senza dar fastidio a nessuno (e i serpenti non hanno nemmeno le orecchie, chissà che musica s’immaginano).

Quando ci provi con qualcuno, nel senso della scena tipica di attaccare discorso al bancone di un bar, sei come noi che suoniamo e ci proviamo con te che stavi camminando: il nostro lavoro è sedurti, incantarti, convincerti in trenta secondi che vale la pena darci un bacio, o una moneta, o un like. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza: ogni tre persone che si innamorano ce ne sono trecentomila che continuano a camminare o a scorrere verso l’alto col pollice, perché hanno altro a cui pensare, e la tua canzone sparisce nel rumore di fondo, inutile e triste come un post con 4 like.

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