Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Nick Drake: tre arpeggi e la verità

Un accorato appello al cambiare di segno i soliti discorsi sui destini tragici.

Meglio lasciare interpretazioni, celebrazioni e retorica a chi se ne vuole occupare: parlare troppo dicendo poco è qualcosa di molto stupido, soprattutto se l’argomento è proprio qualcuno che con pochissime parole ha espresso un intero cosmo. Ma c’è una dimensione tutta particolare in cui si entra ascoltando Nick Drake, e la sua musica possiede un influsso (efficace più per simboli che attraverso spiegazioni) che vale la pena far conoscere. Chissà che non si possa capire una volta per tutte come dobbiamo comportarci con l’unicità di certi esseri umani che dimostrano di essere più brillanti, che lavorano per esserlo, e che lo sono anche in quanto umani, appunto. Invece di continuare a guardarli come alieni, come fantasmi incapaci di vivere nel mondo, magari si potrebbe provare ad avvicinare un pizzico di più il proprio, di mondo, a quella dimensione altra, e a farsene insegnare cose importanti.

I saw it written and I saw it say

Tra il 24 e il 25 novembre del 1936, Robert Johnson era entrato nella stanza 414 del Gunter Hotel a San Antonio per incidere su nastro le ventinove canzoni che avrebbero cambiato per sempre il blues, il rock e la popular music tutta. A quanto si racconta, lo avrebbe fatto rivolto contro il muro, forse perché estremamente timido o – dicono altri, come Ry Cooder – per sfruttare un particolare riverbero di quell’angolo della camera. Le biografie ufficiali smentiscono l’aneddoto, stabilendo che il padre putativo del delta blues aveva suonato di spalle solo quando gli era stato chiesto di farlo insieme ad altri musicisti, per gelosia della propria tecnica chitarristica (la quale – stando a un’altra e ben più inverosimile leggenda – gli era stata donata dal diavolo in persona, chiaramente in cambio dell’anima).

Vero o no, nell’ottobre del 1971, dall’altra parte dell’Atlantico (e più precisamente al Sound Techniques di Londra), succede qualcosa di simile. Alla sola presenza del tecnico del suono John Wood e del suo autore – e anche in questo caso in sole due tranquille sessioni notturne – viene registrato uno degli album più influenti della musica folk di ogni tempo. Dura mezz’ora scarsa in totale, e si compone soltanto di una chitarra e una voce, suonate insieme senza colpo ferire, con la sola eccezione di qualche sparuta sovraincisione di piano sulla traccia iniziale. E basta.

E basta, ho detto.

Anche qui le versioni differiscono, e mito vuole che il mastertape fosse stato lasciato in una busta di plastica alla Island Records, senza che nessuno capisse bene cosa era successo. La verità diverge un po’, ma contiene comunque delle bizzarrie. In ogni caso tutto è successo improvvisamente e in sordina, senza che la gente intorno ne fosse granché informata.

Ci resta il fatto indiscutibile che nel febbraio del 1972 uscirà Pink Moon, il terzo (e ultimo in vita) disco di Nicholas Rodney Drake – per gli amici Nick.

Gonna tell him all I can

Ci sono artisti che generano fenomeni di affezione – se non vero e proprio innamoramento – che vanno molto oltre il mero provare delle sensazioni piacevoli quando se ne ascolta questo o quel pezzo. Per esempio, una cosa stupida che penso di condividere con molti umani è una forma di gelosia verso qualcosa di ampiamente conosciuto e riconosciuto che ha però un valore affettivo personale, e che spinge verso conseguenze buffe, tipo essere felici quando quel qualcosa riceve apprezzamento, ma non volerne mai, mai e poi mai parlare in prima persona. Nick Drake ha avuto e ha per me un valore intimo che non potrei nemmeno pensare di quantificare o spiegare, sebbene sappia benissimo quanta gente nel mondo lo ascolta, e in questo senso rappresenta uno scoglio notevole – che è venuto il momento di superare. Dirò tutta la verità, nient’altro che la verità.

Lo giuro!

A black eyed dog, he called at my door

Un ulteriore fattore di fastidio – e anche questo penso di condividerlo con altra gente – è rappresentato dal fatto che quando un musicista muore giovane, un’orda di sciacalli banali si avventano sul suo corpo per farne strazio per mezzo di una serie di frasi fatte e patetismi inflazionati. E danno il peggio di sé, poi, quando c’è di mezzo un qualche tipo di disturbo psichiatrico: depressione, bipolarismo o affini. È tremendamente facile sprecare fiato, inchiostro e pixel quando si vuole per forza berciare di problemi della psiche, finendo per farlo con la sensibilità e il tatto del classico elefante nella cristalleria.

Questa è sulla copertina di Five Leaves Left, e Nick qui pare realmente la reincarnazione di un tormentato poeta inglese di fine Ottocento.

Vorrei parlare di Nicholas come di un uomo dal talento sfavillante, che è stato allegro molti giorni della sua vita – lasciando stare le inevitabili e presuntuose considerazioni sulla sua supposta fragilità, le sparate a zero sui suoi ultimi mesi, le tragedie greche su cosa avrebbe potuto darci se avesse vissuto più a lungo. La venuta di Nick nel nostro mondo ha un che di innegabilmente fatale, e probabilmente il commento migliore se l’è fatto da solo. Si intitola Black Eyed Dog e sta nell’album postumo Time of No Reply.

In effetti, se avessi bisogno di fare i conti con una depressione maggiore, non andrei a chiedere consigli a chi non l’ha mai provata. Chiederei a Chris Cornell, a Dolores O’Riordan, a Luigi Tenco, e alle parole che hanno lasciato. Si dirà che sono stati sopraffatti, che erano deboli, ma sarebbe sorprendente vedere quanto artisti del genere possano insegnarci, quante energie avessero e quanto siano riusciti a incanalarle bene – e alla fine, quanto più aiuto può dare ascoltarli e leggerli, e sentire la loro verità e l’intensità della loro esperienza su questo pianeta.

[Chi] cerca di uccidersi non lo fa “per sfiducia”, o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non siano in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrare attraente. […] Si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. […] Non è il desiderio di buttarsi: è il terrore delle fiamme. (David Foster Wallace)

Ma basta. È ora di squarciare il velo e camminare sotto lo stesso cielo di Nick.

I was made to love magic

Qualsiasi chitarrista può facilmente accorgersi dell’intelligenza musicale di Nick Drake, che già quando componeva i primi pezzi al college usava accordature totalmente inventate da lui, divertendosi a cambiarle a ogni capriccio. Aveva una capacità innata di riempire le frequenze fino all’orlo e non di più, senza bisogno di grande contorno strumentale.

Sorridente e con la chitarra in braccio: non è meglio pensare che la sua vita sia stata in gran parte questo?

Alto, carismatico pur nella sua riservatezza, versato negli sport, quando compra la sua prima chitarra perde interesse sia nella scuola che nel rugby. Gli anni del Fitzwilliam College li passa sostanzialmente a fumare cannabis e a pizzicare le sue sei corde, alla ricerca del personalissimo, intricato fingerpicking che lo distinguerà nei suoi tre album.

Proveniente da una famiglia musicale e dalla campagna a sud di Birmingham (Tanworth-in-Arden è la cittadina che diventerà famosa per avergli fatto da culla), si ha l’impressione che l’unicità per lui sia l’unico modo possibile di essere. Nessuno sembra conoscerlo davvero, a sentire i compagni – è come se mantenesse tutti a distanza perché ha già preso un impegno con un mondo diverso, che vede in anticipo e che si manifesta agli altri solo con un certo ritardo.

Sembrava una stella, era meraviglioso, sembrava alto due metri. (Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention)

Sulla scia dei pionieri (il solito Dylan, Donovan e Van Morrison), si avvicina alla scena folk. La quale sta andando forte, allacciata saldamente sia alla tradizione secolare delle isole britanniche con le sue melodie che vagano in stralci nell’aria, sia alle novità psichedeliche e alla canzone di protesta, che conosce proprio in quel momento una seconda giovinezza e un’evoluzione che sarà centrale nella storia della seconda metà del Novecento. Ma Nick è da un’altra parte, e non abbandonerà mai la sua strada – anche se è destinata ad allontanarlo dal resto del mondo.

A ogni modo, sembra un bel posto.

A troubled cure for a troubled mind

Sempre Ashley Hutchings lo presenta a Joe Boyd, affermato produttore della Island.

Gli ho detto: vorrei fare un disco. Lui ha risposto: oh, beh, sì, ok. Nick era un uomo di poche parole. (Joe Boyd)

Five Leaves Left esce nel 1969, l’anno in cui nasce discograficamente una quantità spropositata di gruppi. Un parto travagliato che per vedere la luce ha dovuto insinuarsi fra le maglie delle sessioni di registrazione di Unhalfbricking dei Fairport Convention, all’epoca stelle del folk rock. Da loro Boyd recupera il chitarrista Richard Thompson, e un altro Thompson, Danny (no parentele) viene dai Pentangle col suo contrabbasso. Nick si impone per affidare gli arrangiamenti degli archi al suo amico Robert Kirby, studente di musica.

Tuttavia, al netto della loro guerra fredda e della tensione generale, né l’autore né il produttore resteranno particolarmente soddisfatti del risultato, che verrà anche scarsamente pubblicizzato, ricevendo recensioni miste e vendendo poco. A ciò si aggiungono la poca propensione di Nick a suonare dal vivo (lo farà davvero raramente, con esiti scoraggianti), la difficoltà oggettiva di dover cambiare accordatura quasi a ogni pezzo, nonché quelle caratteriali, che lo invalidano in un momento storico in cui suonare tanto nei folk club, e trascinare le folle di hippy con ritornelli carismatici, è fondamentale per affermarsi.

Non so cosa si aspettava il pubblico. Voglio dire, dovevano sapere che non avrebbero avuto a che fare con coretti e balli a un concerto di Nick Drake! (Ralph McTell)

Ma il disco com’è? È una sinfonia pastorale, intima e romantica, che sembrava venire da un’altra epoca già allora. Ed è un viaggio, che inizialmente inganna con le note apparentemente serene di Time Has Told Me, per poi afferrare chi ascolta per il braccio e trascinarlo in qualcosa di profondo e misterioso. La sensazione è che si insinui direttamente negli organi interni, offrendoti una vista dettagliata di tutti i tuoi paesaggi mentali e inchiodandoti là finché non li esamini con la giusta attenzione.

La giusta attenzione, abbiamo detto.

La voce di Nick è nebbiosa e distante, e si muove su note lunghe e sussurrate, componendo un puzzle di melodie che sembra avere dei pezzi mancanti da integrare con l’immaginazione. Ma in realtà è tutto là. Le dita e la mente viaggiano su Cello Song e Three Hours, e si fermano impantanate su River Man, incapaci di manifestare altro che lo stupore. Alla fine si riemerge su Saturday Sun, uscendo a rivedere un’alba un po’ stranita, che regala un pizzico di serenità dopo una traversata dantesca nel proprio mondo interiore.

Never felt magic crazy as this

Probabilmente Boyd si convince che qualcosa vada cambiato negli ingredienti. Bryter Layter, il cui titolo è una parodia della pronuncia cockney di una profezia metaforico-meteorologica (“schiarite più tardi”), incorpora elementi jazzati, a tratti easy listening, che imbastardiscono la potenza pura di Nick, forse vista come troppo diretta e forte, troppo strana, troppo spudoratamente personale, troppo tutto.

All in all you're just another brick in... ah, no.

L’album del ‘70 è il meno brillante di Nick, anche se fior di cantautori si venderebbero il fegato, la milza e un braccio per scrivere pezzi con l’ostentata naturalezza con cui lui spiattella il cantato di Hazey Jane II o inanella gli arpeggi di At the Chime of a City Clock, dalla melodia irresistibile – e sì, Hazey Jane I è deliziosa. Ma nel complesso la voce suona meno convinta, come al di fuori del proprio elemento naturale.

Tuttavia, due tracce fanno eccezione, e sono due tracce meravigliose, perfette, due manuali su come scrivere canzoni semplici che abbiano davvero tutto. La prima è Fly, che vede la comparsata di un certo signor John Cale a viola e clavicembalo, lo stesso signore che presta le dita sui tasti bianchi e neri all’altra. In entrambe la voce di Nick si muove su due ottave diverse, restituendo serenità o preghiera, concentrazione o richiesta. Entrambe hanno un elemento indecifrabile e magico, come venissero realmente da somewhere else, quel posto introvabile in cui nasce l’ispirazione migliore. Ma se proprio dobbiamo dirlo, ecco, Northern Sky è una buona candidata a essere la canzone migliore di Nick Drake, e una delle più belle canzoni di tutta la musica. Qui Nick alza davvero la testa, si rende conto in qualche modo già lui che questa è diversa dalle altre, che ha una luce tutta sua, e che resterà per sempre a testimonianza del suo talento immenso e della bellezza profonda del suo essere. È come se tutto il resto della sua produzione fosse una ricerca, e questi singoli tre minuti una risposta, di quelle rare e illuminanti.

A day once dawned

Nonostante una perla che sarebbe valsa l’intera carriera di songwriter molto più quotati, Bryter Layter vende ancora meno. La Island si scoraggia, anche se Chris Blackwell (a proposito, saranno le sue mani a ricevere il mastertape dell’ultimo album) cerca di proteggere una nicchia per qualsiasi cosa avesse partorito Nick.

Per lui, nel frattempo, si apre il periodo peggiore. La sorella Gabrielle vede nel fratello segni di psicosi, e Nick inizia a prendere antidepressivi, cosa di cui sente lo stigma che porta con sé, e che lo preoccupa per via di possibili reazioni col suo uso regolare di cannabis. La carriera per cui ha abbandonato il college non decolla, e nel mondo esterno non trova stimoli sufficienti, quindi se ne allontana ancora di più.

È in questo clima che nasce Pink Moon, il vero album di Nick Drake. E così torniamo all’inizio.

Eccoci.

Tolto il peso a volte schiacciante degli archi di Five Leaves Left, smesso il vestito catchy di Bryter Layter, resta l’essenza più scarna e più autentica della scrittura e del tocco di Nick. Che non ha bisogno di nient’altro per reggersi e per colpire, nel regno esclusivo in cui vivono le sue canzoni. Dall’apertura con la luna rosa, l’unica con sovraincisioni di piano (ma si parla davvero di pochissime note singole), alle irresistibili sequenze melodiche di Road e Free Ride, all’indecifrabile fascino di Things Behind the Sun, alla lucidità amara di Parasite, allo scheletro di blues che è Know, al commento finale di From the Morning, non c’è niente fuori posto.

Pensa un po’, per raggiungere quella perfezione cercata così a lungo non serviva poi tanto.

E lui ce la offre così.

I'm going home and I don't wanna know

Inutile dire che una cosa del genere non avrebbe mai potuto essere portata su un palco. È rimasta lì, nei solchi del vinile, ignara del suo futuro destino di oggetto di adorazione da parte di musicisti e non, del successo postumo, dell’inevitabile fiorire di raccolte, documentari e commemorazioni, intatta e inalterata.

Come un sorriso sottovalutato che ricordi solo a posteriori.

L’ultimo periodo della vita di Nick Drake lo vede tornare a Tanworth-in-Arden, alla casa di famiglia: l’unico posto in cui più o meno riusciva a stare, quello in cui morirà nella notte tra il 24 e il 25 novembre del ‘74 per overdose di amitriptlina – non è mai stato chiarito quanto intenzionale – e infine quello in cui è seppellito, finalmente libero dalla presenza di quel cane dagli occhi neri che lo inseguiva ovunque negli ultimi tempi, ormai rimasto solo nell’omonima traccia. Uno splendido, puntuale, brevissimo e agghiacciante discorso sulla malattia mentale, che ha lasciato come regalo postumo.

Forse il senso sta qua: invece di innamorarsi morbosamente di una decadenza, di una fragilità e di un destino tragico che Nick Drake, uomo dal talento inimmaginabile, non ha mai voluto né cercato, potremmo imparare dall’enorme successo della sua vita durata solo ventisei anni: essere riuscito a trasformare la casa in fiamme delle proprie emozioni e sensazioni nel paesaggio meraviglioso della propria musica. E magari lasciarsi toccare a fondo dalla purezza cristallina e dalla forza del suo spirito, e apprezzarne l’insegnamento.

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