Tracce

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

storie

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Hank von Hell, la morte e il rock'n'roll

O del perchè "tutti amano un tipo paffuto" (per citare i Turbonegro)

Hans Von Hell è morto, a 49 anni, e non si sa bene perchè. Suicidio? Droga? Verrà fuori nei prossimi giorni, o forse mai. Non sappiamo come, ma sappiamo bene chi se ne è andato: uno dei migliori intrattenitori rock’n’roll degli ultimi decenni, che ha giocato sapientemente sull’incarnare sul palco una contraddizione vivente: icona gay, ma non gay, norvegese ma non satanista, eppure pittato, front-man carismatico, ma sovrappeso. Ecco come si costruisce il culto: navigando in direzione ostinata e contraria, confondendo, sparigliando, eccedendo.



La dipartita di Hank Von Helvete e Yoga di Emanuel Carrère.

Mi è stato chiesto di scrivere della morte di un certo Hans Erik Husby, noto alle cronache come Hank Von Helvete, o Hank Von Hell, storico cantante dei Turbonegro - probabilmente l’ultima band rilevante nella parabola della degenerazione del rock’n’roll: un patrimonio underground intoccabile, inattaccabile, immarcescibile.

L’impresa è complicata: non scrivo di musica da cinque anni e al momento sono pervaso dai fumi della lettura di Yoga di Emanuel Carrère, un testo di filosofia per narcisisti, capace di rendere, per induzione, narcisista - e non certo meditativo - anche un tappo di sughero. Ora, penso che non esista davvero niente di più illuminante, epico e liberatorio che scrivere di meditazione, saggezza, felicità e farlo in maniera nichilista, egoista, stronzista. E siccome il gioco mi piace davvero e una tale perversione potrebbe rappresentare il futuro della letteratura, appurato che io non sono Carrère penso che la cosa più prossima e prosaica a cui io possa aspirare sia almeno scrivere l’epitaffio funebre di un tizio che non ho praticamente mai ascoltato in vita con la necessaria venerazione.

E, quindi, capirete bene che questo è, in fin dei conti, un pezzo sul narcisismo dello scrittore incompiuto, su un tizio norvegese stranamente non biondo e molto in carne che è morto molto giovane, sulla morte del rock’n’roll, ma soprattutto sulla Morte.

Chi cazzo erano i Turbonegro. Ovvero, la furbizia e il rock’n’roll.

Chi erano i Turbonegro? Se vi aspettate che vi risponda, forse non ci capiamo: ho iniziato a scrivere sul web  anni fa e sul web non c’era niente. Riprendo oggi, e tutto è già stato scritto da eserciti di redattori cinesi senza nome. Che potrei dire di compilatorio che non sia già stato redatto scrupolosamente su Ondarock? Ho tempo da perdere a fare copia-incolla? No. Questo è il link.

Ma cosa vi può interessare appuntarvi in questo po’ po’ di biografia, se siete a digiuno  di Turbonegro, ma il rock’n’roll ha appena ripreso ad arraparvi, dopo il successo dei Måneskin?

Mettiamola così: i Turbonegro sono stati il gruppo più iconico della scena rock norvegese. Formatisi alla fine degli anni ’80, periodo in cui la Scandinavia era il Molise d’Europa, godono dell’onda lunga del surreale successo del black metal nelle cronache musicali e non. Un product placement da paura, da manuale del marketing, al livello di quanto fatto da Rocco Papaleo e la Basilicata: grazie ad una squadra adolescenti intrisi di una mescolanza confusa di nazismo, paganesimo ed Evola mladigerito, che incendiavano chiese e assassinavano amici o se stessi, il mondo comincia finalmente a saper collocare la Norvegia sulla cartina. La band di Oslo, composta da Thomas Seltzer - “Happy Tom” - e dai chitarristi Rune Gronn - “Rune Rebellion” - e Pål Bottger Kjærnes - “Pal Pot Pamparius”, trova così una chance di esposizione mediatica inaspettata, nonostante sia per genere sia per attitudine si trovino distanti anni luce dall’estetica paganesimo, omofobia, boschi e Belzebù delle “glorie nazionali” del tempo.

E qui entra in campo il nostro eroe. Hans Erik Husby si infila nella band nel 1993, sostituendo Harald Fossberg al microfono, e con il nome di Hank Von Helvete spinge l’immaginario della band verso una certa divertita frociaggine, paraculismo queer e una bozza del ddl Zan ante-litteram, come se i Village People incontrassero i Gwar, e inaugura la fase più proficua della carriera della band, quella che culmina con il classico Apocalypse Dudes. Un effettivo capolavoro e simbolo di un’epoca in cui il rock’n’roll entra in pieno nella fase di Retromania, perfettamente descritta nel celebre volume di Simon Reynolds. Ed ecco la furbizia e il genio. 

Turbonegro
Sobri. Soprattutto, sobri.

La morte del rock’n’roll

Prima ancora di White Stripes, Libertines e Strokes, i Turbonegro capiscono che nel rock tout-court è già stato tutto detto: per mangiare la fetta di torta avanzata al termine del lauto banchetto degli anni ‘80 non c’è altro da fare che ripetere, citare, riepilogare, riconfezionare l’epopea in chiave colta, anzi cult. E così prendono forma i classici dell’era Helvete. Never is forever, Ass Cobra, Apocalypse Dudes, Scandinavian Leather, Party Animals e Retox non inventano nulla, ma citano in modo competente tutto l’immaginario glam-punk-street-aor rock, esibendo con fierezza come influenze tutte quelle band che il decennio di Seattle aveva derubricato a roba da looser: New York Dolls, Motley Crue, Johnny Thunder, Marc Bolan and T-Rex, Blue Oyster Cult, Dog’s D’Amour, Richard Hell and The Voivods. La differenza rispetto ad altri epigoni si fonda su due aspetti: un songwriting effettivamente spettacolare e un’immagine scanzonata e godereccia che risveglia il testosterone dei ventenni ancora barzotti, al tempo di Dawson Creek e dei Nickelback.

Hank Von Helvete giocò un ruolo chiave nel creare, appunto, il culto attorno alla band, rafforzandola con il gusto della contraddizione. Così a cavallo della fine del millennio le cose filano per il verso giusto: il fan club Turbojugend diventa affollatissimo, bands che contano (H.I.M., Therapy?, Queens Of The Stone Age…) tributano alla band lo status di classico con un disco tributo (Alpha Motherfuckers), memorabilia e 7’’ vendono come il pane.

Il rock’n’roll è morto, conservato come una mummia nel loculo, accompagnata nell’oltretomba dai cliché della sua storia: solo così sopravvive e si eterna, in secula seculorum. 

Scandinavian Leather: sul nazionalismo e il rock’n’roll

Non solo: là fuori c’è la fila di band uscite da uno scantinato scandinavo pronte a cavalcare l’onda del culto e trasformare la terra di Babbo Natale nel nuovo Sunset Boulevard: Gluecifer, Hellacopters, Hardcore Superstars, H.I.M. Una nuova invasione vichinga da Svezia, Norvegia e Finlandia, segue a ruota l’onda lunga di Hank e soci, trasformando la generica provenienza scandinava in un riscatto identitario.

La festa durerà alcuni anni, prima di scemare, ma dando inizio alla divertente nuova giostra degli Stati nazionali dell’invidia del pene: basta importare idoli dagli U.S.A., puoi avere anche tu la tua gloria nazionale rock’n’roll. Il rock’n’roll come Giochi Senza Frontiere. Nonostante - o forse grazie a - un curriculum personale imbarazzante (tra overdosi, riabilitazioni con Scientology e  i leggendari razzi infilati nel deretano…), Hank finisce nel prime time norvegese che conta: conduce programmi tv, sposa la modella di turno (Gro Skaustein), divorzia, fa il giudice per Idol (l’X-Factor norvegese), pubblica una biografia, dischi solisti mediocri, diventa testimonial di un’associazione contro il suicido giovanile.

La Polonia risponderà con Nergal dei Behemoth. L’Italia ci arriverà, con i suoi tempi, trovando nei Måneskin i “Tomba La Bomba” del rock’n’roll. Ai tempi del tracollo della letteratura i vati nazionali sono i feticci del rock nazionale da esportazione: Hank anticipa tutti e cavalca l’onda, danzando sul crinale del ridicolo, salvandosi, con una dose esagerata di auto-parodia. 

Hank Von Helvete con la moglie Gro Skaustein
Hank Von Helvete con la moglie, Gro Skaustein (i due divorziarono nel 2014)

Sarcasmo e rock’n’roll

Questi alcuni dei titoli dei pezzi dei Turbonegro durante l’era Von Helvete: Letter From Your Momma, Suburban Prince’s Death Song, Übermensch, No Beast So Fierce, Pain In Der Arsch, Pocket Full Of Cash, (He’s A) Grunge Whore, Denim Demon, I Got Erection (la loro “hit”), Hobbit Motherfuckers, Sailor Man, Turbonegro Hate the Kids, Raggare Is a Bunch of Motherfuckers, The Age of Pamparius, Rock Against Ass, Don’t Say Motherfucker, Motherfucker, Rendezvous with Anus, Zillion Dollar Sadist, Humiliation Street, Wipe It ‘Til It Bleeds, Turbonegro Must Be Destroyed, Sell Your Body (To The Night), Locked Down (preveggenza??), Hot Stuff/Hot Shit, I Wanna Come, Hot and Filthy, Boys From Nowhere, Everybody Loves a Chubby Dude, What Is Rock?!

Cos’è, dunque, il rock? Vaudeville, rappresentazione, parodia. Del sesso, della droga, di se stesso.

La morte e il rock’n’roll.       

Ora, capiamoci: la vita di Hans Erik Husby è da raccontare, perché è l’ennesima storia umana che diventa mito periferico, quello di una provincia come la Norvegia, ma anche di quello spazio mentale che sono le minuziose tribù musicali, con i loro confini ristretti e le loro bandierine.

E’ il ripetersi ciclico della medesima parabola biografica che ritroviamo in The Dirt, Bohemian Rhapsody o  in This Is Spinal Tap: ascesa, declino, sfattanza, rehab, resurrezione, normalizzazione. E’ una storia foscoliana, perché l’incompiutezza dell’esistenza, di ogni esistenza, trova consolazione nella funzione eternatrice dell’arte. Per questo siamo qui a celebrare Hank Von Helvete, attraverso il rito collettivo del tempio del web, luogo che assolve la funzione cimiteriale nel nuovo millennio. Come afferma il “tanatologo” Davide Sisto qui, “il romanzo immaginario, che si sviluppa sulla bacheca di Facebook, diventa memoria culturale e rianimazione spirituale del defunto, tenuto lontano tanto dall’abbandono al dissolvimento quanto dall’imprigionamento nell’automatismo spettrale”. Facebook (ma anche Instagram, e Twitter, e…) come il Nuovo Spoon River dei santini adolescenziali.

Così, eccoci, Hank von Helvete. Sei morto. Non ti ascoltavo dal 2007, eh. Però maledizione, morire a 49 anni, senza sapere perché. Un post. L’esibizione della costernazione collettiva. “R.I.P.” Ne parlano anche i giornali. Uno squarcio di luce intensissima, lungo migliaia di faccine tristi. Poi il nulla.

Ma Hank, bontà sua, furbo e lungimirante, aveva previsto tutto. Il suo ultimo disco solista del 2020 si intitolava Dead.


E se ti abbonassi?
Pensiamo che un altro giornalismo musicale, non basato esclusivamente su news copia-e-incolla e comunicati stampa travestiti da articoli, sia possibile. Noi, almeno, ci proviamo. Per questo in molti hanno scelto di sostenerci: perchè non lo fai anche tu?

Sei già abbonato? Accedi!


Hank von Hell, la morte e il rock'n'roll fa parte di una serie più ampia, chiamata Fenomeni.
Qui sotto puoi trovare gli altri articoli della stessa serie.

Fenomeni
Ogni tanto bisogna andare in profondità e prendersi il tempo che serve per parlare di chi o cosa ha fatto la differenza. Non trovate?