Tracce 

Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

Storie 

A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Il mondo trasparente di Gianmaria Testa

Un vero gentiluomo, ma soprattutto un uomo gentile.

Nato anagraficamente vicino a Cuneo, artisticamente nella Francia di Brel e Brassens, ha attraversato l’Italia in muto pellegrinaggio, senza guardarsi indietro né intorno. Niente rumore inutile, una mitezza quasi illuminata e un mucchio di canzoni folgoranti, profumate di jazz e di Mediterraneo e modellate da mani di artigiano, di contadino, di ferroviere. Il suo universo è un sapiente miscuglio di spezie che esalta e dà voce a emozioni non ascoltate, non vissute, inafferrabili, quelle che se smettiamo di cercarle iniziamo ad appassire, perché ci accorgiamo, solo una volta toccate, che ne avevamo un enorme bisogno.


Fabio Mancini
Fabio Mancini

 

Dentro al cinema

Buio in sala: una chitarra acustica suonata con tocco rotolante, un contrabbasso che la abbraccia e un sussurro confidenziale, più caldo del più caldo dei crooners che furono. Atmosfera a secchiate con pochi scarni elementi retti da accordi sghembi, raggiunti poi da fiati gloriosi e languidi. Non è un caso iniziare a parlarne da Dentro al cinema:

Ma non siamo noi, non siamo noi, a fare il cinema
Le primedonne ormai hanno stregato il pubblico
Però restiamo qui, stretti, stretti in questo angolo
Che da quando ci sei tu mi sembra il massimo

In questi versi c’è tantissimo di lui. L’essersi trovato una nicchia comoda e tiepida, da cui sussurrare alle nostre emozioni ancestrali con uno stile old fashioned, quasi un gioco consapevole: l’andamento insinuante, il rimandare sempre, per mezzo di pochi versi incastrati con maestria, a qualcos’altro, qualcosa altrove, nel tempo o nello spazio. E una discrezione elegante, naturale, spontanea, che non urla e non si scompone mai anche quando raggiunge picchi di intensità rari. Un quadretto leggero, beffardo, un apologo sul tirarsi da parte e cercare la verità negli angoli più in ombra, che però – o proprio per questo – ha tutti gli ingredienti base di Gianmaria Testa.

Se poi ci abbini il vino giusto, scende che è una meraviglia.

Altre latitudini

Nicole Courtois, produttrice francese, è la prima a credere in lui, nel lontano – ma non troppo, rispetto alla generazione dei cantautori più ricordati dalla storia – 1995, anno di uscita di Montgolfiéres per la Label Bleu.

C’è nel primo Gianmaria molto dello chansonnier, e forse – venendo dal suo Piemonte nebbioso e rurale – lui si sente più vicino ai suoni di una Francia in bianco e nero che a quelli della madrepatria. In ogni caso, fuori tempo massimo e vecchio stile, com’è quest’uomo già saggio e interiormente anziano, è lì che la sua piccola fortuna ha inizio. I suoi ritmi sono spesso jazzati, e la raffinatezza e la misura sono fra le prime caratteristiche che emergono. Non sembra che nella sua vita artistica ci sia mai stato un troppo, una qualche forma di esagerazione.

«Perché suonare tutte queste note, quando possiamo suonare solo le migliori?» diceva Miles Davis. Lui l'ha preso in parola.

Quale autore alle prime armi (seppure già trentasettenne) se ne sarebbe mai uscito con la consapevolezza musicale di Città lunga, Come le onde del mare e Habanera, al suo primo lavoro? Per non parlare di quel gioiello delicato e sfavillante che è Dentro la tasca di un qualunque mattino.

Vi ci voglio vedere a scrivere, suonare, interpretare qualcosa del genere.

E il resto dell’album (verrebbe da dire della discografia) è quasi tutto allo stesso livello, come se nemmeno sforzandosi potrebbe riuscire a rendersi meno bravo, meno espressivo, meno padrone dei propri mezzi. Gianmaria si affaccia alla scrittura portandosi già dietro una valigia straripante di esperienze ed emozioni che è ben determinato a centellinare, mettendone solo quel pizzico che basta a rendere ogni canzone speciale, quasi avesse un arsenale di spezie che non vanno mai sovradosate.

Il suo linguaggio è da subito compiuto, e lo porta sempre in una direzione precisa, con poche variazioni. Ed è quello che resterà, e che si porterà dietro per tutta la seconda parte della vita, quella – quasi suo malgrado – da cantautore.

Col passo lento, silenzioso, accorto dei seminatori di grano

Già, perché sarebbe difficile immaginare il nostro come una rockstar allo sbaraglio, destinato già ventenne a calcare i palchi e a fare spettacolo. Le sue mani, che pure si appoggiano con grazia ricercata sui tasti della chitarra, in realtà potevano anche essere di contadino, come lo erano le sue origini. Ci sono radici evidenti e una connessione con la terra che urla a pieni polmoni nella sua musica, ma c’è anche una ricerca di altro, lenta e cauta, che difficilmente procede per strappi, tendendo piuttosto a una sintesi tra la terra e il cielo.

E casomai ve lo steste chiedendo: sì, l'ha trovata.

Curiosamente per uno che fin dalla prima nota appare predestinato a fare quello che ha fatto, Gianmaria forse si è sempre sentito più un ferroviere che altro. Del resto è stato quello il suo lavoro “vero” fino al 2007, come capostazione a Cuneo, e poi coordinatore del traffico ferroviario. Mani umili e tranquille, al di là di ogni retorica sul ritorno alla terra, semplicemente perché questo è un elemento che non può non essere considerato, perché parte dell’autenticità della persona.

Che poi nella sua testa ci fosse qualcos’altro, un seme germogliato anche grazie alla quantità di musica ritualizzata circolante nella sua famiglia contadina, che lo spingeva a perdersi in ricami di parole per arrivare a qualche messaggio sfuggente – questo è chiaro. Forse solo a posteriori, però.

Eppure lo sapevamo anche noi

Probabilmente questa doppia anima, capace di favorire un’attenzione alle cose sopra la media, lo ha aiutato molto a partorire una gemma come Da questa parte del mare, in cui si parla di migranti – anche e soprattutto quelli italiani di inizio secolo scorso – simboli del migrante universale, dei suoi tormenti e delle sue speranze. Un tema del genere, dato il modo in cui viene affrontato solitamente nelle esternazioni pubbliche, poteva finire a palate di retorica, a giudizi tagliati con la motosega e slogan poco digeribili. Ma ovviamente, data la penna che lo affronta, il rischio è totalmente scongiurato. Piuttosto – e fortunatamente – possiamo godere di un romanzo sonoro delicato e profondo, intriso di Mediterraneo e speziato di folk e jazz.

Eppure lo sapevamo anche noi
L’odore delle stive
L’amaro del partire
Lo sapevamo anche noi
E una lingua da disimparare
E un’altra da imparare in fretta
Prima della bicicletta
Lo sapevamo anche noi
E la nebbia di fiato alle vetrine
E il tiepido del pane
E l’onta del rifiuto
Lo sapevamo anche noi
Questo guardare muto

Ci sono Saba, Ungaretti e Sciascia qui, ma soprattutto c’è tanto di umano, tutto lo spettro di emozioni di chi parte e arriva dall’altro lato, rese entrandoci dentro come in una possessione e in un’evocazione di spiriti andati, senza patetismi ma con vera compassione. Ogni canzone – e chiedo perdono per l’abuso di metafore gioielleristiche, ma si capirà perché – è una perla, senza un secondo di eccezione, anche se forse quella che più si potrebbe estrapolare dalla narrazione (sebbene lasciarcela dentro ne esalti il senso) è 3/4, una ballata d’amore e separazione che riempie con facilità gli occhi di lacrime salate come il mare.

Lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere

Perché forse, lasciando da parte l’unicum splendido di quell’album, Gianmaria è ancora più sintetizzato nelle canzoni senza particolari legami, che però fanno dei suoi album mosaici coloratissimi, gallerie di affreschi, istanti di ispirazione spesso brevi e fulminanti. Altre latitudini ne è pieno fino all’orlo, per esempio. Ma di lampi ce ne sono in tutti i dischi, ed è un piacere scoprirli senza guide particolari. Infatti, nonostante ogni pezzo si regga in piedi da solo, il tutto forma un amalgama da cui è bello farsi avvolgere lentamente, e non è per niente difficile legarci momenti, ricordi e sensazioni, perché sempre e comunque de te fabula narratur. Insomma, parla di noi e lo fa fin troppo bene.

Anche di te, parlano, sì.

C’è poi un elemento, a dire il vero impegnativo da afferrare e spiegare, che trascende quell’immaginario un po’ rétro, che sa di primo Novecento, di filtro seppia. C’è un impercettibile fascino che è un po’ sottinteso nel tono e nelle parole, come se si stesse cercando di cogliere qualcosa a cui si è guidati da una piccola luce che non si riesce mai a raggiungere. La musica di Gianmaria a volte riesce a spiegare perché si viaggia, o si sogna di viaggiare, meglio di come lo farebbe un’infinità di parole organizzate in un discorso razionale. Perché sembra che venga da un’epoca in cui nel mondo e nella vita c’era ancora una grande fetta di mistero, e riesce quasi a convincerci che tutto sia ancora possibile: se uno ascolta Come un’America o Il valzer di un giorno, è improbabile che non senta quella vibrazione che contiene possibilità infinite, infiniti sottintesi e infinite scoperte da fare.

Prezioso

Un discorso leggermente diverso merita Vitamia, l’ultimo album pubblicato in vita. Anche se l’amalgama resta lo stesso di sempre, qui c’è una vena ancora più matura, più rilassata, più nettamente divisa tra le cose belle ormai acquisite e quelle da cui staccarsi, rifiutandole. Ci sono più arpeggi limpidi, un intreccio più pieno di suoni ed è tutto più tondo e morbido, anche dove resta l’amarezza. E poi come si fa a non sciogliersi già dall’apertura con Nuovo? Serenità e stupore mescolati in una dedica al figlio minore, che risveglia una voglia di abbandono profondo, di tornare a fare esperienza delle cose come da bambini.

Già, come si fa?

Ed ecco il perché dell’abuso di metafore su gemme e gioielli: è che Prezioso, titolo di un disco postumo che sembra più vivo di molti dischi di vivi, mi sembrava una descrizione perfetta del lascito di Gianmaria. È anche il seguito ideale di Vitamia, e un po’ il riassunto di tutto quanto. Meglio lasciare a chi lo incrociasse solo adesso il piacere di indagarlo e scandagliarlo insieme al resto, trovare quali tracce gli parlano più in profondità, e realizzare che in fondo un’altra scoperta da fare c’era ancora: questa.

Ma non siamo noi, non siamo noi a fare il cinema

Di soddisfazioni il buon Gianmaria ne ha avute, una volta svezzato dalla Francia e tornato sul suolo natio. Non ha usato una voce da combattimento – come direbbe lui – per farlo, ma si è imposto con il potere della sua discrezione. Ha scelto sempre musicisti sopraffini, spesso direttamente provenienti dalla crema del jazz italiano, e collaborato con attori e scrittori di punta. Ha attraversato scampoli di visibilità anche piuttosto ampia, bucandoli da parte a parte, ma le mani e l’anima sono rimaste quelle di un mite capostazione di Cuneo, e la cosa non potrebbe essere più evidente persino nei versi più sofisticati.

Sono stato per tanti anni immobile a Cuneo, e poi, a causa della musica, ho cominciato a viaggiare. Ogni tanto usciva qualche articolo su qualche giornale, così i miei compagni delle elementari, quando ci vedevamo, erano imbarazzati. Non osavano più parlarmi in piemontese. E anche se io parlavo con loro in piemontese, loro mi rispondevano in italiano, era paradossale. Si era perso un contatto. La questione del linguaggio è una faccenda importante. Perdere il contatto vuol dire perdere qualcosa di grosso. (Gianmaria Testa)

Tornando a Dentro al cinema, l’impressione è che davvero quel piccolo spazio in cui forse ha preferito restare gli sia sembrata una reggia insperata, e che «da quando ci sei tu» – da quando ha potuto incrociare gli occhi ed entrare nelle orecchie di chi lo capiva – sia stata, sul serio, il massimo: tutto quello che avrebbe potuto desiderare.

Di questa veduta aerea non rimane quasi niente

Nel 2016, senza troppo clamore, Gianmaria è morto di cancro – o sarebbe meglio dire che è scivolato silenziosamente attraverso una porta aperta, con un sorrisetto sornione da sotto gli eterni baffi. Solo tra gli addetti ai lavori c’è stato qualche ricordo o celebrazione. Molta gente non ha che un’idea vaga, o inesistente, di chi sia stato Gianmaria Testa. Certo, la sua nicchia se l’è giustamente scavata, e quando si decide di guardare si vede che il solco che ha lasciato è bello profondo, e dentro c’è rimasta più di una «fortuna che viene dall’Oriente, che tutti l’hanno vista e nessuno la prende», come direbbe qualcun altro. Ma, appunto, bisogna avere delle ali speciali per planare su questa stagione andata e averne una buona visuale, coglierne un qualche senso speciale che non è immediato, ma c’è.

Ve l'assicuro.

Con una classe e uno stile rari, Gianmaria ha sempre camminato per le sue stradine laterali, incrociando raramente le Main Street e i corso Garibaldi, cercando gli angoli, i dettagli, i bar di paese, i granelli di sabbia diversi, i sentieri di montagna, le increspature sui laghi, le slabbrature nella superficie del mondo, i rari istanti da catturare in cui si intravede o si intuisce l’essenza trasparente delle cose. Lascia una costellazione di canzoni pregiate e umane, capaci di mettere acino dopo acino d’uva un’eccitazione che entra lentamente, un presagio di cose grandiose che nascono da cose piccole, un’elettricità sottile, una tavolozza di colori tenui e sfumati, ma che risultano in un’opera intensa, vera e – sul serio – preziosa.

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