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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Il disco più difficile dei Dream Theater

La storia di Falling into Infinity, fra label pressanti, tastieristi ondivaghi e pop invadente.

Fra il 1994 e il 1996, la band di Long Island (NY) che ha ridefinito il concetto di progressive ha attraversato uno dei periodi più difficili della sua carriera. Il che è stato un enorme peccato, perché la terribile crisi che li ha portati quasi allo scioglimento (parole dello stesso Portnoy) è capitata nel momento di massima creatività dei cinque. Creatività che, se adeguatamente sfruttata, avrebbe probabilmente potuto produrre un doppio disco assolutamente memorabile. Questa è la cronaca del brutto disco più bello mai realizzato dai Dream Theater. Ma andiamo con ordine.



Correva l'anno 1994

Sì, andiamo con ordine, con qualche dato di contesto. Partiamo dall’estate 1994: negli Stati Uniti siamo alla prima presidenza Clinton, in Italia al primo mandato da presidente del Consiglio di Berlusconi, in Sudafrica si tengono le elezioni che assicurano la vittoria a Nelson Mandela. L’URSS è crollata, il mondo vive un periodo di pace come se ne sono visti pochissimi negli ultimi cento anni (con alcune assai infelici eccezioni, vedasi Jugoslavia e Ruanda) e il pubblico si gode i mondiali di calcio made in USA.

Nelle classifiche impazza il pop delle boy band, eppure il metal non solo è più popolare che mai, ma si sta anche muovendo su territori completamente nuovi: il black metal, il death scandinavo e il progressive esplodono come generi, i Metallica stanno partorendo il primo di una serie di fiaschi storici (Load), e i Dream Theater sono in studio a mixare Awake.

Il disco si ripropone di bissare il successo mastodontico di Images and Words, ma si muove su territori decisamente più heavy, con un sound influenzato dal thrash metal e una ingombrante presenza di Petrucci, letteralmente in stato di grazia dal punto di vista compositivo. Un grande assente comincia a farsi notare durante le registrazioni: Kevin Moore. Il suo apporto alle tastiere si era fatto sempre più stanco e discontinuo, i suoi colleghi lo descrivono come disinteressato e “in disparte” per gran parte delle registrazioni. I suoi contributi sostanziali al disco, pur notevolissimi (6:00, Scarred, Voices, Space Dye Vest) sono pochi e spesso assai malinconici. Al termine del mixing, annuncia che se ne va. La vita in tour non lo interessa più e il suo bisogno di emanciparsi dal punto di vista musicale, seguendo lidi decisamente meno tecnici e molto più introspettivi, lo portano alla scelta finale di lasciare la band.

Space Dye Vest – se non vi commuovete, avete un bidone dell'immondizia al posto del cuore.

Tastierista cercasi

L’abbandono di Kevin Moore è un problema enorme, per diversi motivi. Il primo: personale. Il nucleo storico dei Dream Theater (che contava anche Petrucci, Myung e Portnoy) subisce un serio colpo, e i colleghi (ma innanzitutto amici) di Moore faticano a comprendere questa decisione. Il secondo: musicale. La tastiera non è un banale accompagnamento per una band come la loro, bensì un elemento fondamentale alla pari degli altri quattro, un’aggiunta che definisce a pieno titolo il sound del gruppo e che rivaleggia con chitarra, basso e batteria anche sul piano solistico.

Kevin Moore
Kevin Moore in una foto recente. È diventato uno stimato psichiatra, ma non ha mollato la musica. Su Patreon potete finanziare il prossimo disco dei suoi Chroma Key.

Moore, ispirandosi agli Emerson, Lake & Palmer, ai Genesis del primo Collins e ad alcune produzioni pop anni ’80, aveva avuto il coraggio di mescolare con una certa disinvoltura i pad strings Roland e i lead Korg, mutuati (con una tecnologia nettamente più aggiornata) da classici come Your is No Disgrace o Karn Evil. Lo scintillante e rinato apporto della tastiera in pezzi come Only a Matter of Time, Under a Glass Moon e Metropolis Pt. 1 hanno de facto ridefinito il ruolo del tastierista in ambito metal, creando un esercito di epigoni che domineranno (a volte maldestramente) il mercato dei Nineties. Un’eredità pesantissima da sostituire, anche simbolicamente. Il terzo: logistico. La band è in procinto di partire per un tour mondiale di accompagnamento all’album (sì, all’epoca i tour servivano ancora a supportare il disco, non il contrario) e il repertorio da proporre è tutt’altro che banale. Serve un sostituto e serve subito.

Ripresi dallo shock della notizia, i quattro Theater rimasti organizzano al volo delle sessioni per ingaggiare un nuovo elemento da aggiungere al gruppo. Vengono considerati Jens Johansson degli Stratovarius (eccellente performer e molto noto nell’ambiente), Jordan Rudess (che incredibilmente declina per andare in tour con i Dixie Dregs, anche se lo rivedremo presto come full member), e infine Derek Sherinian. Quest’ultimo, ex Berkley, aveva già collaborato con gente come Alice Cooper e i Kiss. Tecnicamente eccelso, presenta un set e un sound radicalmente diversi da quelli di Moore, il che viene reputato (giustamente) un ottimo punto di partenza per rilanciare l’immagine del gruppo anche in studio di registrazione. Sherinian predilige un suono synth più ingombrante e corposo, con un’inclinazione a utilizzare effettistica lead stile wah-wah, e pad più variegati e caldi rispetto alle orchestrazioni utilizzate da Moore. La sua strumentazione dell’epoca include, oltre alle onnipresenti Korg e Yamaha, un disinvolto uso dei sintetizzatori Moog. Anche dal punto di vista musicale, l’apporto di Sherinian rappresenterà una microrivoluzione, introducendo interessanti elementi jazz e fusion che finora erano quasi assenti nel sound della band.

Derek Sherinian
Derek Sherinian. Alice Cooper lo chiamava "il Caligola delle tastiere". Immaginiamo fosse un complimento.

Un periodo complicato

Tanto per aggiungere dramma al dramma, nel dicembre 1994 James LaBrie, causa una brutta intossicazione alimentare, si rompe una corda vocale, incidente su cui la band sarà costretta a sorvolare causa le enormi pressioni per iniziare il Waking up the World Tour, durante il quale – anche se sarà comunque un successo e suggellerà l’ingresso di Sherinian come membro fisso – le performance live di LaBrie risulteranno compromesse, nonostante la sua incredibile dedizione al lavoro. La problematica causerà ulteriore stress a una band già in grande difficoltà dal punto di vista psicologico.

Nonostante l’ottimo (date le circostanze) tour promozionale e i buoni dati di vendita, Awake non bissa il successo del predecessore, anche per l’assenza di un singolo coinvolgente quale fu Pull Me Under per Images and Words.

Dopo aver registrato rapidamente l’EP A Change of Season – il cui materiale era vecchio ormai di diversi anni – e aver espletato il relativo minitour, i Dream Theater cominciano a essere seriamente sotto pressione per scrivere un nuovo disco, questa volta più radio-friendly, che riesca a far loro scalare nuovamente le classifiche. Entrati nei DreamFactory Studios (NJ) nel 1996, i cinque ci passeranno un anno intero, scrivendo materiale in abbondanza e, come vedremo, di ottima qualità.

Le registrazioni dei vari demo per quello che diventerà Falling into Infinity non sono certo idilliache. A quanto risulta, Petrucci è incline a voler seguire le indicazioni della label, laddove Portnoy è fortemente contrario a dirottare i Dream Theater verso lidi più commerciali. A posteriori viene davvero da chiedersi per quale motivo questa testardaggine della EastWest fosse stata spinta così in fondo, soprattutto in un periodo di tale creatività della band. Alla fine delle sedute di registrazione, i Dream Theater avranno pezzi per un monumentale doppio disco, il primo della loro carriera. La label non accetterà neanche questa scelta e il risultato finale sarà un disco singolo con un lungo elenco di B-sides che cadranno a conti fatti nel dimenticatoio. Verranno poi solo in parte riciclate per il bootleg Cleaning out the Closet, prodotto dalla YtseJam Records, che comunque non apparirà mai nella discografia ufficiale.

La cover del disco, a opera di Storm Thorgerson, disegnatore anche del nuovo logo della band, che piacerà così tanto da non trovarsene traccia negli album da studio successivi.

Ma le intromissioni della label non si fermano qui, perché gli sconvolgimenti più pesanti arrivano in merito all’editing sonoro e al restyling grafico, che agli occhi dei responsabili avrebbe dovuto a tutti i costi far apparire i Theater come la nuova promessa del soft prog / pop rock, anziché ciò che realmente erano – uno dei gruppi fondatori del prog metal. A coronare queste imposizioni, nel processo di editing verrà addirittura trascinato dentro Desmond Child, già produttore di Bon Jovi, Aerosmith e Kiss, nel disperato e frenetico scopo di spremere dalle varie composizioni un singolo da classifica.

Il trittico di apertura

N.d.A. — consideriamo qua sia la tracklist definitiva di Falling into Infinity sia quella di Cleaning out the Closet.

Il primo aspetto da considerare riguarda le tracce finite a far parte della versione definitiva e ufficiale del disco. Uno dei punti cruciali, ossia il trittico Burning My Soul / Hell’s Kitchen / Lines in the Sand, viene infatti pubblicato in maniera radicalmente differente da come era stato concepito. Le versioni discordano e pare che i tre pezzi abbiano passato diversi processi di riarrangiamento, ma, da quanto si deduce ascoltando i Falling into Infinity Demos, Hell’s Kitchen era sostanzialmente la parte strumentale di Burning My Soul, ed era priva del suo outro conclusivo (una delle poche aggiunte finali ad aver realmente arricchito il disco, peraltro). Un’altra versione vuole che la strumentale fosse in realtà un intro alla successiva Lines in the Sand, come spiegato anche da Sherinian qui.

Quest’ultima traccia rappresenta probabilmente il contributo più significativo dello stesso Sherinian al disco e merita qualche considerazione a parte. Incredibile mix di fusion, metal e soft rock, Lines in the Sand nella sua versione definitiva alterna momenti di incredibile grinta (ulteriormente abbellita dalla comparsata del cantante dei King’s X, Doug Pinnick) a passaggi soft con l’incredibile assolo di uno scintillante Petrucci. La sezione ritmica è magistralmente sostenuta da un affiatato duo Myung-Portnoy e lo straordinario lavoro dei pad e dei synth completa il quadro, regalandoci un affresco di una potenziale direzione nel sound dei Dream Theater che, sfortunatamente, non verrà più rivisitata. Una (riuscita) pseudoripresa moderna di questo sound, in versione più heavy, si può trovare nel progetto Sons of Apollo, che vede Portnoy e Sherinian di nuovo insieme.

Dream Theater
La band nel 1996: da sinistra Petrucci, Sherinian, LaBrie, Portnoy e Myung

Pietre della discordia

Le due vere pietre della discordia, comunque, si chiamano Take My Pain Away e You Not Me. Nel caso della prima, una corposa ballad, inizialmente concepita con un pesante tappeto di chitarre distorte e di orchestrazioni sullo stile di Another Day, viene completamente editata e sconvolta. Nel risultato finale, un sottofondo soft pop dal vago sapore ritmico latino finisce a svuotare il pezzo di qualsiasi passione, rendendolo, sostanzialmente, la malriuscita parodia di una hit da classifica. Alla fine, considerato l’incredibile songwriting e la produzione leccata della registrazione finale, il pezzo risulta comunque gradevole e non manca il bersaglio, per quanto non renda assolutamente giustizia alla versione originale.

You Not Me, al contrario, risulta essere una vera e propria incursione della band in territori pop-rock decisamente inusuali. Il pezzo doveva originariamente intitolarsi You or Me ed è quello su cui ha messo le mani il sopracitato Desmond Child. A onor del vero, la canzone partiva già con un mix di riff abbastanza semplici e di effettistica vicina all’elettronica. Tuttavia, il refrain principale è stato completamente ristrutturato nella sua versione finale per renderlo più orecchiabile e la lunghezza del pezzo complessivo accorciata, pur mantenendone le sezioni di base. Il risultato finale non urla allo scandalo come spesso si è scritto o detto, ma neppure al miracolo. Sostanzialmente, un pezzo accettabile per un qualsiasi gruppo emergente e del tutto trascurabile se ti chiami Dream Theater. Eppure, la band e i fan lo hanno successivamente ripudiato, probabilmente nell’impeto della rabbia scaturita da tutte le pressioni subite.

Desmond Child con Jon Bon Jovi
Desmond Child con Jon Bon Jovi. Mentre non ci sono in giro foto di Desmond con Petrucci. Chiedetevi perché.

Curioso fenomeno riguardante questo pezzo fu quello che ha visto legioni di fan infuriarsi sonoramente per una canzone dichiaratamente commerciale in un disco prog metal. Negli anni successivi, You Not Me verrà additata come uno dei peggiori passaggi della discografia della band. Benché ci sia del vero, ciò che riesce difficile comprendere è come mai quegli stessi fan abbiano sorvolato tranquillamente su altre, numerose drittate simili sparse per i dischi successivi. Vengono in mente, fra le tante, la terrificante I Walk Beside You su Octavarium, la brutta copia dei Muse Prophets of War su Systematic Chaos, o la altrettanto ruffiana Build Me Up, Break Me Down su A Dramatic Turn of Events, segni tangibili del fatto che piazzare ogni tanto un pezzo più abbordabile, per i cinque newyorkesi, è tutto sommato diventata una piacevole abitudine mai realmente schifata.

Gli altri brani

Come che sia, i rimanenti pezzi pubblicati nella versione ufficiale di Falling into Infinity vengono accettati praticamente com’erano. Alcuni diventeranno dei classici della discografia del gruppo e verranno riproposti regolarmente dal vivo. Primo fra tutti l’apertura del disco, quella New Millenium dalla sonorità inusuale, con un attento studio dei suoni da parte di Sherinian e un qualche timido rimando ai Tool nei riff del bridge.

Menzione speciale anche per Peruvian Skies, un piacevole pastiche che mescola Pink Floyd e Metallica, e Just Let Me Breathe, un veloce hard rock-prog con uno degli unisoni chitarra-tastiera più tecnicamente raffinati del disco e dell’intera produzione Dream Theater.

La chiusura venne affidata, con una certa naturalezza, alla monumentale Trial of Tears, una spettacolare suite in tre movimenti che parte con un flavour di pad new-age e si sviluppa attraverso richiami alla fusion e al progressive rock (Rush, in particolare) più ricercati – letteralmente uno dei grandi capolavori dei Dream Theater.

Citazione a parte per due ballad relativamente scialbe, quali Hollow Years e la delicata Anna Lee, che vennero bene o male trasposte com’erano nelle loro versioni originarie.

Scialba, e quindi giustamente la scegliamo per farci il video.

Il bootleg

Passando infine alle tracce escluse dal disco definitivo (finiti su Cleaning out the Closet e sui Falling into Infinity Demos), le scelte della label appaiono quasi suicide se si guarda a cosa bolliva in pentola. A cosa poteva essere stato e non fu.

L’inizio del disco doveva essere originariamente affidato ad un’altra suite prog, la toccante Raise the Knife che verrà poi riproposta dal vivo nel live Score del 2006 (Octavarium Tour). Pur non toccando le vette virtuosistiche tipiche dei Dream Theater, il pezzo si snoda attraverso un dedalo di cambi di tempo e melodie più che interessanti, con un elegante songwriting e un’altrettanto appassionante esecuzione di LaBrie. Notevole anche come l’intermezzo strumentale riprenda l’outro di You Not Me, con un flavour decisamente più hard rock.

Pezzi molto ben strutturati, sebbene in odore di pregevole pop rock più che prog, sono anche le interessanti Where Are You Now, Speak to Me e Cover My Eyes, tutte ritrovabili nella versione video di Once in a Live Time durante l’esecuzione acustica dell’unplugged di Rotterdam (altro fenomeno, quello del concerto unplugged, molto di moda in quegli anni).

La bomba finale – che per chiunque sia un fan vale la pena ascoltare – risponde tuttavia al nome di Metropolis Pt. 2 ed è registrata in versione strumentale e del tutto provvisoria. A questo stadio della produzione, quello che diventerà poi il quinto album in studio dei cinque (Metropolis Pt 2: Scenes from a Memory) era in fase abbastanza embrionale. Tuttavia, il pezzo rimane estremamente interessante per capire quanto ci fosse di già pronto e quanto avesse pesato la presenza di Sherinian nel processo di composizione. È infatti abbastanza evidente fin dalle prime note che le due tracce di quello che diventerà Scenes from a Memory, ossia le splendide Overture 1928 e Strange Déjà Vu, erano praticamente già scritte.

È piuttosto speculativo sostenere chi abbia contribuito a cosa, ma l’uso della quarta diminuita nel riff principale lascia intuire un contributo di Sherinian, se non altro per il fatto che simili sonorità verranno riprese in più occasioni nell’ambito del progetto Planet X (vedasi Moonbabies), sempre di quegli anni.

Altro pezzo praticamente già scritto in questa fase è One Last Time, modificata molto poco nella sua versione definitiva. Diversi rimandi a riff successivamente riutilizzati per Fatal Tragedy e The Dance of Eternity si possono inoltre ritrovare qua e là nell’intermezzo centrale, che tuttavia risulta nettamente più improvvisato e vicino a una jam session di quanto poi è finito nelle registrazioni ufficiali.

Cleaning out the Closet
La cover di Cleaning out the Closet. Qui il buon vecchio Storm non fu evidentemente coinvolto.

Com'è andata a finire

Alla fine di questa lunga storia, tirando le somme: dell’ottimo materiale è stato escluso, il processo di nip&tuck delle versioni iniziali completato (male) stuprando in parte l’idea originale del disco, e – tanto per mettere la ciliegina sulla torta – il design minimalista di Storm Thorgerson (autore tra gli altri della copertina iconica di The Dark Side of the Moon) ha finito per coinvolgere anche il logo storico del gruppo, diverso unicamente su questo disco e sul corrispettivo live Once in a Live Time. In conclusione, anche se alcuni dei pezzi diventeranno dei grandi classici e nonostante la fase creativa dei Dream Theater fosse al suo picco (ricordiamo che, l’anno successivo, Petrucci e Portnoy troveranno anche il tempo di registrare l’eccezionale esordio del progetto Liquid Tension Experiment), Falling into Infinity non poteva che mancare clamorosamente gli obiettivi che si era preposto, sia in termini di accoglienza che di vendite.

Pietra della vergogna della fase più critica della carriera del gruppo, l’album è stato un clamoroso flop commerciale e di critica, fallendo sia nel conquistare nuovi fan che nel mantenere il supporto dei vecchi. Questo disastro causerà diverse conseguenze, alcune sensate e altre meno. Il povero Sherinian, ingiustamente vissuto come parte del problema, verrà silurato senza troppi salamelecchi e senza riconoscergli credit per il materiale più “hot” rimasto in disparte, con Rudess che ne prenderà il posto. Portnoy si imporrà nella stesura e soprattutto nella produzione del disco successivo, eliminando le indebite influenze esterne, e Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, registrato ai BearTracks Studios, suggellerà il ritorno dei Dream Theater a sonorità più omogeneamente progressive.

Il giudizio finale sull’album rimane, come che sia, ingiusto. Molti si sono accorti a posteriori dell’incredibile sequela di grandi classici che, a ben guardare, anche Falling into Infinity contiene. Insomma il brutto disco migliore che i Dream Theater potessero dare alle stampe, date le circostanze.

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