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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Sleater-Kinney: Worry with You
Come sarebbe a dire dov'è la terza? La terza chi?

Il buon vecchio trucco di cercare sempre trucchi nuovi.

«St. Vincent ha rotto il giocattolo Sleater-Kinney». Così è stata brutalmente riassunta la questione un paio di anni fa, e bisogna ammettere che come analisi risulta abbastanza superficiale, o quantomeno troppo impulsiva. Nessuno mette in dubbio che Annie Clark possa essere un personaggio a suo modo divisivo, così come è noto che desideri (giustamente, mi verrebbe da aggiungere) avere completo controllo su come finirà per suonare tutto quello su cui decide di mettere le mani. Altrettanto scontato è sottolineare come The Center Won’t Hold sia stato – per delle (ormai ex?) riot grrrl – la cosa più vicina a un tentativo di fare un album pop («le Sleater-Kinney che si cimentano con delle cover di St. Vincent» l’hanno definito sempre gli stessi esimi critici di cui sopra), e di sicuro è un dato di fatto che quello si sia rivelato se non altro uno dei motivi per cui Janet Weiss ha abbandonato baracca a burattini, mettendo la parola fine a più di venticinque anni di positive sisterhood, lasciando quello che un tempo era un solido treppiede sul precario equilibrio delle rimanenti due zampe.

D’altra parte, il non ripetersi è sempre stato un credo della band. Nel senso, la rottura con un membro storico può forse indicare che stavolta è stata tirata un po’ troppo la corda in questi termini, ma chi strepita oggi forse ha già dimenticato quanto aveva strepitato quando si era accorto che Dig Me Out non assomigliava per un cazzo al precedente Call the Doctor, o che The Hot Rock niente aveva a che spartire con nessuno dei suoi due predecessori.

In altri termini, fatevene una ragione: non c’è modo di “tornare alla normalità” per gente che una vera e propria normalità non l’ha mai avuta, se non un navigato atteggiamento di caustica ironia nel prendere sul serio le cose.

Alla luce di tutto ciò, Worry with You dà in realtà maggiori risposte (e conferme) di quelle che arrivano a un primo ascolto, e appare ben lontana dal lamento strascicato di qualcuno che ha preso una bella botta e prova a rialzarsi raccogliendo i cocci. A partire dal mantra che guida un ritornello che più appiccicoso non si può («Let’s get lost baby, and take a wrong turn») – a metà tra una biografia e una dichiarazione d’intenti – per arrivare al video, che – più sit-com che tragedia familiare – libera il guinzaglio della presa per il culo sugli inconvenienti di una convivenza in spazi diventati troppo ristretti (Janet, sai chi ti saluta?).

Intorno, un cantato che quasi hip-hop che sa di Salt-n-Pepa, una linea di basso che grida Talking Heads a voce altissima e un riff di chitarra che, in termine di poppaggine acuta, lancia un simbolico guanto di sfida indie a Denny Dias.

Carrie Brownstein e Corin Tucker hanno sempre dato il meglio di loro stesse quando hanno tentato di divertirsi (e farci divertire). Incredibilmente, nel farlo, sono sempre riuscite a non risparmiare colpi di frusta, provocazioni e spunti di riflessione a chi avesse almeno un po’ di sale in zucca. Il fatto che oggi sembrino assestarsi su posizioni più ammorbidite e accontentarsi di verificare che intorno a loro la vita continui a succedere non sposta di un millimetro l’asticella che segna il loro valore. Magari a qualcuno suonerà esattamente come la definizione di vecchiaia. Ma già esserci arrivate così è mica poco.

Sleater-Kinney St. Vincent Annie Clark Carrie Brownstein Corin Tucker 

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