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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Lingua Ignota: Pennsylvania Furnace
Femme fatale a modo mio
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Un requiem per uomini e cani, predicatori e peccatori.

Lingua Ignota
Pennsylvania Furnace

Ultimamente se ne parla spesso, ma l’autorità che sembra aver conseguito Kristin Hayter non è cosa da sottovalutare, innestata, così com’è, in un circuito musicale in cui svetta senza dubbio alcuno. Certo, dopo tre album di grande valore, è naturale che qualsiasi grande artista corra il rischio di ripetersi, e questa è una regola non scritta a cui nemmeno Lingua Ignota può sfuggire. Ma è anche sorprendente vedere come le idee già presenti in precedenza si ripetano (solo parzialmente) e comunque sempre con nuova vita e rinnovata potenza. In poche parola, Sinner Get Ready inverte Caligula eppure ne porta avanti la riflessione musicale con nuove tonalità.

Questo requiem per peccatori e vittime si arricchisce proprio di un’anima da songwriter à la Nick Cave, in particolare nelle tracce scelte come singolo, due vicende di cronaca made in Pennsylvania. Nomen omen, la quasi-murder ballad Pennsylvania Furnace, racconta la storia vera di un fabbro che gettò i suoi cani in una fornace. Una favola gotica interpretata magistralmente dalla predicatrice laica Hayter, che brilla di luce propria, e lascia aperti margini di riflessione sulla violenza del carnefice.

L’idea dell’ineluttabilità della vita (e della morte, dunque) in questo disco – seppur sbiadita e in tonalità molto meno roboanti rispetto al precedente – è parimenti annichilente. Uomini e cani subiscono la medesima sorte, condannati a bastonate e brutture, in una ruralità che di bucolico mostra quasi nulla. I timbri degli strumenti qui utilizzati sono (così almeno viene indicato) quelli degli Appalachi, e sembra che la musicista di formazione classica abbia imparato da sola a suonare banjo e violoncello, alimentando i loro suoni per accendere una mitologia torrida legata alle terre descritte.

Nel suo minimalismo Pennsylvania Furnace si prende tutto il tempo necessario per approfondire l’introspezione su questo Dio, arbitro inevitabile, di cui si racconta la confessione a pianoforte: «Io e il cane moriamo insieme». Il canto, tanto disarmante quanto meravigliosamente sofferto, diventa la fonte più pura di cui si abbevera il progetto. L’inferno personale, qui, diventa di tutti e il suo tocco, ancora una volta, appare crepato da quel fascino oscuro che non pare avere eguali nelle produzioni di oggi.

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