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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Iron Maiden: The Parchment
Il sorriso caloroso di un amico sempre pronto a dare una mano

Il ghigno di Eddie ci seppellirà. Tutti.

Gli Iron Maiden rappresentano due cose: un emblema inarrivabile per i metallari duri e puri e lo scheletro nell’armadio di buona parte degli “alternativi” nati negli anni ‘70. Sì, perché poco importa essersi poi appassionati al punk, al dark, all’indie, alla techno o altro: soprattutto se si veniva dalla provincia, il primo vero approccio con la musica “contro” erano gli Iron Maiden. Non si scappava. Magari dopo qualche anno i gusti si spostavano su altro, dai Carcass a David Sylvian passando per Nine Inch Nails o Marlene Kuntz. E (quasi) sempre si rinnegava, a mo’ di san Pietro, il verbo della Vergine di Ferro.

Poi si invecchia. Cominciano a venire meno i paletti piantati per darsi un tono e insomma: dopo 40 anni ci si ritrova con un nuovo album degli Iron Maiden da ascoltare e di cui parlare, e già semplicemente questo è di per sé bellissimo.

Perché loro sono l’emblema totale della strafottenza. Non gli è mai importato né delle mode né di quello che pensassero i critici: ai fan piace Eddie? E avanti con mille varianti della mascotte. Facciamo le birre? Sì, purché britanniche sino all’ultima goccia. Servirebbe un singolo? E noi tiriamo fuori l’ennesimo doppio album con brani dai 47 minuti in su. Si fa per dire eh. Ma manco troppo.

Steve Harris e compagni se ne fregano, e fanno bene. La loro integrità è encomiabile e, al netto di gusti o preferenze, continuano a regalare un porto sicuro per chi li ha amati. Seppur i fasti siano ormai lontani (lo sono anche per buona parte degli ascoltatori, va ricordato), il mestiere e la capacità di scrivere e interpretare canzoni con la “C” maiuscola non mancano.

The Parchment è qui per dimostrare quanto appena detto: quasi 13 minuti dove i Nostri si prendono tutto il tempo che serve per far crescere il brano, con gli splendidi soli di Adrian Smith a fare da ciliegina sulla torta di una composizione che risulta essere una delle più ispirate dell’ultimo Senjutsu.

È musica analogica, che richiede molti ascolti, tempo e pazienza. Soprattutto richiede attenzione. Ecco allora che gli Iron Maiden ci riaccompagnano proprio lì, in quell’epoca dove avere una cassetta di Piece of Mind in tasca significava il mondo, e si passavano interi pomeriggi ad ascoltare in loop The Rime of the Ancient Mariner. Il tempo e la dedizione verso qualcosa: questo abbiamo perso negli anni e questo, in maniera subdola, è l’invito a un ritorno alle origini che ci regalano gli Iron.

Parafrasando uno spot di Italia 1 che a metà anni ‘80 pubblicizzava la messa in onda televisiva di Live After Death «sono loro i re dell’heavy metal!». Anche dopo tre decenni, impossibile non essere d’accordo.

Iron Maiden 

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