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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Waterboys: il richiamo della natura

Un freak scozzese, un violinista irlandese e una corte di gente sempre diversa alla ricerca del Graal.

Mike Scott, da Edimburgo, una creatura bizzarra e stregonesca, fondatore di una religione a suo uso e consumo esclusivi, che venera Jimi Hendrix e William Butler Yeats, e la sua parabola in giro per le isole britanniche, alla ricerca di una dimensione dove il suo spirito inquieto possa fermarsi e trovare pace. Al suo fianco (quasi sempre) Steve Wickham da Sligo, Irlanda, violinista unico e atipico, e poi una serie di musicisti che vengono rapiti dal suo incantesimo per il tempo, breve o lungo, che passano sotto la sua ala. Canzoni che prendono sempre nuove forme e accolgono nuovi suoni, ma che vengono tutte dal nucleo profondo della personalità criptica e intransigente di Mike, e che sul palco diventano rito dionisiaco e catartico. I Waterboys non sono un gruppo, né un progetto, ma una “cosa” a sé: un’alchimia che bisogna da subito rinunciare a capire se si vuole godere sul serio della sua forza unica e travolgente.


Fabio Mancini
Fabio Mancini

 

We Do!

Forse è un problema mio, ma ogni volta che sentivo nominare – o passare in sottofondo, o addirittura suonare dal vivo da qualcuno che non fossi io – Fisherman’s Blues, avevo un po’ l’impressione di far parte di una setta, e che quello fosse un segnale di riconoscimento fra adepti. Segnale al quale forse avrei dovuto rispondere unendomi a un coro:

Who listens to the Waterboys? WE DO!

È probabile che sia io a esagerare, o che nella mia vita abbia sbagliato qualcosa riguardo amicizie e ambienti frequentati. Ed è certo che, spostandosi un po’, la situazione cambierebbe drasticamente. Ma mi è sempre sembrato che i “Ragazzi d’Acqua”, il cui nom de plum deriva peraltro da un verso di Lou Reed, abbiano raccolto relativamente poco – e non è che non meritassero di più, da tanti punti di vista. L’impressione, piuttosto, è che abbiano scelto di non ottenerlo, un po’ per la loro natura di band a metà fra i generi e fuori dalle tendenze, un po’ perché Mike Scott quel tipo di successo non l’ha mai davvero cercato, preferendo andare dritto per la sua strada anche abbastanza piena di sassi. In questa sede, comunque, è questa che ci interessa – e spiegare perché vale la pena di seguirlo mentre la fa. E tanto per continuare con le citazioni simpsoniane: «YVAN EHT NIOJ!».

Come On, Be My Enemy

Scozzese di nascita, attratto a Londra dai suoni della new wave e del post-punk, Mike Scott è però una figura bizzarra che sembra uscire da altre epoche e dimensioni, mantenendo tuttavia per quarant’anni lo stesso taglio di capelli. In lui l’impulso del bambino curioso, la voglia di rivalsa degli adolescenti, la fascinazione per la vita del poeta maturo e una saggezza da bardo antico siedono tutti alla stessa tavolata, bevendo whisky e succo d’arancia.

Se lo si vede su un palco, tutto questo agglomerato di mondi pare quasi schiacciarti con il suo peso e la sua energia. È nei concerti – senza distinzione fra palchi enormi e piccoli pub – che i Waterboys trovano il loro senso più immediato e la loro linfa più potente, e che anche le canzoni minori possono crescere fino a diventare più grandi della vita stessa.

«Scottish-English-Irish-Australian-German rock'n'roll», come dice lui.

Non conta quanti accordi ci metti, l’importante è stipare di muscoli e benzina ogni nota, e in questo senso la mente spigolosa e brillante del cantante-chitarrista sembra contagiare quasi ogni singolo musicista passato in una band che ha cambiato formazione moltissime volte. Come se a ogni nuovo elemento dicessero da subito: ok, se vuoi stare con noi, devi saltare come un tarantolato, indossare maschere grottesche e aver voglia di spaccare costantemente tutto. O morire nel tentativo.

Fedeli allo spirito della E Street Band e forse tramiti di un’energia più antica e cosmica, i Waterboys non hanno mai rinunciato alla propria essenza, quasi fossero un’entità che vive a prescindere da chi la compone. Ma ci torniamo.

A Pagan Place

Sbarcato nel fermento della capitale britannica, Scott inizia a comporre musica che, almeno all’inizio, resta in una nicchia. A un primo ascolto, il rock vagamente springsteeniano del primo omonimo album non sembra avere un’identità particolarmente riconoscibile, e come molti lavori di quegli anni è penalizzato da una produzione non proprio esaltante.

C’è però qualcosa, una scintilla che con il senno di poi arriva ancora più chiaramente, e che seduce in maniera subdola. Questo restless boy ha qualcosa di importante da esprimere. I testi sono densi e complessi – troviamo molto Dylan nella sua voce e nei suoi versi – e una sorta di impulso hippie in ritardo sui tempi, un legame con la natura che non è smaccato né banale, passa – seguendo processi oscuri – attraverso la ricerca di un muro di suono tutto particolare. Che proseguirà nel successivo A Pagan Place, in cui spicca la traccia che diventerà un manifesto di questo primo periodo.

Fare videoclip con deserti e scogliere intorno quando non era ancora di moda.

È una metafora del vedere il segno della mano di Dio nel mondo. (Mike Scott)

Dio che non è esattamente quello cristiano – o meglio, non si ferma là. È uno spirito del creato e della natura, è Pan e il dio cornuto dei Celti, e insieme un Cristo simbolico. In altre parole:

La divinità primitiva che esiste in tutto. […] Ecco qualcosa che non può essere posseduta e su cui non si può costruire a posteriori, che è già nell’idea di Madre Natura e rappresenta l’approccio ancestrale alla religione, che include e abbraccia il lato femminile del divino, pluralistico nella sua accettazione dell’intero pantheon pagano. (Ian Abrahams)

Se per esprimere questa connessione con uno spirito universale Mike Scott ha scelto il rock, e non una qualche declinazione sonora della new age, ci sono motivi ben precisi. Ma, ancora una volta, ci torniamo.

Nel capitale umano dei Waterboys di questa prima fase spiccano i tastieroni di Kurt Wallinger e, soprattutto, la presenza importante dei fiati (Antony Thistlethwaite al sax come anche al mandolino, e Roddy Lorimer alle trombe). La big music è in cammino. Anzi, sta seguendo il corso di quello che, da piccolo torrente di montagna che era, si è ingrossato fino a diventare un fiume largo, lento e ieratico, con cui l’umore scalpitante di Mike deve ora fare i conti. E sta cercando il suo sbocco nell’oceano.

This is the Sea

Per rendersene conto basta ascoltare This Is the Sea, un pezzo gigantesco come l’Atlantico, in cui il mare si respira tutto. Mike Scott parla al suo ascoltatore e a se stesso, e la sua è una preghiera per liberarsi di ogni cosa – schemi, fallimenti, vecchie strategie, vecchi dolori – per seguire la propria essenza.

Now I hear there’s a train
It’s coming on down the line
It’s yours if you hurry
You’ve got still enough time
And you don’t need no ticket
You don’t pay no fee
That was the river
This is the sea

È anche la title track del terzo album, dove è contenuta pure The Whole of the Moon, forse il maggiore successo commerciale dei Waterboys – pezzo gradevole, ma non fra i più memorabili.

Un po’ in sordina, nel frattempo, ha fatto il suo ingresso sulla scena quello che diventerà un pilastro della band: il violinista irlandese Steve Wickham, rubato a un provino per Sinéad O’Connor e già apparso come ospite (senza che nessuno se lo ricordi) nientemeno che sulla versione da studio di Sunday, Bloody Sunday degli U2.

Wickham viene da Sligo, città natale di Yeats, ed è un fiddler, uno che fa musica tradizionale. Allo stesso tempo pero è in grado di piegare il suo suono, da subito riconoscibilissimo, alle divinità del rock più elettrico e viscerale, nel solco di gente come John Cale e – soprattutto – Warren Ellis. Come l’australiano barbuto colora le visioni oscure di Nick Cave di suoni folli e lamenti di dannati, così Wickham diventa l’ideale scudiero di Scott, e pretende subito il suo spazio, con la trascinante The Pan Within. Ancora un inno al pagano, a una spiritualità carnale, sessuale e ancestrale, e che soprattutto dal vivo – di nuovo – assumerà le proporzioni di un rito alla cui potenza è impossibile sottrarsi.

Occhio al finale.

Il momento in cui Steve Wickham brillerà – e di riflesso farà emergere da questo big magma una nuova anima folk nei Waterboys – deve però ancora venire. Sarà nel 1988, con Fisherman’s Blues.

That Grand and Fateful Day

Tentatore e sornione, nell’86 il violinista trascina il songwriter a Dublino. E lui ci si tuffa a pesce, assorbendo gli umori della Irish trad music come un tossico in cerca di nuovi stimoli. Va da sé che si cambia tutto, batterista e bassista vengono sostituiti e i fiati drasticamente ridotti, in favore di un fiddle sempre più pervasivo. Le sessioni – che durano due anni e coinvolgono un intero arsenale di ospiti occasionali – iniziano nella capitale irlandese e finiscono a Spiddal, dall’altra parte dell’isola, vicino Galway.

L’album che ne esce è glorioso, anche perché è la scrematura di una quantità di materiale imponderabile (materiale che peraltro uscirà in futuro, in Too Close to Heaven – recipiente di una parte più country e gospel, poi a pezzi, rivisto e riarrangiato – e infine in impressionanti raccolte che testimoniano l’incredibile prolificità di quel periodo). Ogni traccia è il frattale di un mosaico ispirato e irripetibile: dalla title track, poetica e trascinante, al treno impazzito di We Will not Be Lovers, alla rasserenata, criptica malinconia di Strange Boat con i suoi intrecci di violino e armonica, al country irlandizzato di When Ye Go Away, all’ironica e affettuosa disamina sulle ex di … And a Bang on the Ear, e all’ipnotica ballata When Will We Be Married?, virtualmente indistinguibile da un tradizionale.

Direttamente da "The Tube", programma televisivo inglese andato in onda dall'82 all'87.

Discorso a parte meritano Sweet Thing e la conclusiva Stolen Child, entrambi omaggi a due grandi numi tutelari irlandesi. Il primo è il Van Morrison di Astral Weeks, suonato con tanto amore da diventare una trance infinita e travolgente in cui il violino vira su note sempre più alte e strane, fino a perdersi in un metempsicotico canto di uccelli mentre Mike Scott cita i versi di Blackbird. L’altro è W. B. Yeats (la cosa diventerà una costante in altre e ancora altre occasioni), che fornisce il testo declamato su un tappeto di flauto e pianoforte da Tomás Mac Eoin, conclusione ideale e rotonda di un perfetto bignami del folk-rock.

Dalla sbornia irlandese esce fuori quella che viene chiamata la Raggle Taggle Band, che tirerà fuori tutto quello che potrà nel doppio Room to Roam, un’orgia di tradizionali e canzoni fulminee ispirate dal periodo verde smeraldo di Mike.

Dream Harder

Per molti, la storia finisce più o meno qui, e il filo di Arianna dei “ragazzi acquatici” sembra un po’ interrompersi – oppure il flusso del fiume comincia a scorrere in parte nel sottosuolo. Con un guizzo imprevedibile, infatti, Mike Scott lascia tutta quella fratellanza di musicisti a cui si sentiva legato, compreso Steve Wickham, e rilascia un album rock – quasi hard rock – in cui libera senza freni tutti gli sbrodolamenti chitarristici che si era finora tenuto per sé. Comprensibilmente, perde una larga parte di quello che aveva guadagnato, in termini di audience, dal 1986 in poi. Eppure la sua scrittura è inalterata e ispirata, la sua voce frizza più che mai, e lui si sente investito da una qualche nuova luce spirituale, che andrà sempre più vivificandosi. L’album, anche se parecchio ignorato, mantiene uno standard solido per tutta la durata e contiene pezzi di un certo peso. La hit Glastonbury Song innanzitutto, quattro accordi, una melodia catchy e una serie di illuminazioni ricevute in viaggio sulle isole scozzesi snocciolate con tono profetico. E poi The Return of Pan – seguito ancora più cazzuto di The Pan Within – nella quale il volto della divinità greca espressione dello spirito dionisiaco si confonde con quello del Cristo, sentito da Scott come una reincarnazione del pagano: gli spazi che sarebbero stati di Wickham qui sono rimpiazzati da ricami del clarino greco di George Stathos che si sposano (con rito druidico, certo) alla chitarra elettrica come le percussioni paniche lo fanno al groove della batteria – cioè molto bene.

The great god Pan is alive!

ALIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIVE, per essere precisi.

A Rock in the Weary Land, del 2000, sarà ancora più incomprensibile a chi aveva amato il “blues del pescatore”, nonostante l’inno cantabilissimo (e infinito) della quasi-title track. In mezzo ci sono due dischi solisti, ammesso che ci fosse una qualche differenza tale da giustificare il cambio di nome. Chi ha voglia di seguire i viaggi mentali dello scozzese, che si fanno sempre più criptici, ci trova molti elementi stuzzicanti, testi arguti e pennellate di unicità. Ma l’impressione di fondo è che la sua soddisfazione interiore abbia preso un percorso ormai totalmente slegato dal successo commerciale, e legata alla voglia (forse, al bisogno) di fare sempre e precisamente quel che gli pare.

Universal Hall

Altro cambio di paradigma. Asciugare tutto e tornare alle radici. Si rispolvera il violinista di fiducia, e si fa tutti i bagagli per Findhorn, comunità di 400 abitanti in Scozia. Più precisamente, si va a registrare nella Universal Hall, un luogo che a dire di Mike Scott ha una vibrazione particolare, e che dà il nome al futuro album.

Il capellone di Edimburgo appare da subito pacificato: le sue canzoni sono scarne, ridotte all’osso, come se dovessero lasciare uscire qualcosa che era stato sepolto nel muro di suono della Big Music, nella girandola colorata del folk irlandese e nelle varianti più elettriche. È un album strano, di non immediata comprensione – ma questo ormai è una costante – e che forse non vuole neanche essere del tutto capito. I versi sono pochi e si avvicendano fra tante ripetizioni, come fossero mantra, e Mike si abbandona a melodie insistite, ripiegate su se stesse. Eppure c’è davvero qualcosa di speciale, qualcosa che c’era sempre stato e che esce ancora più prepotente nei silenzi e nelle pause di questo disco, che è come se fosse completato dalla natura e dall’influenza sottile di radici antiche, di energie assorbite direttamente dal circostante.

The Christ in You è una preghiera gnostica, simbolica: l’acustica è talmente sommessa che bisogna alzare il volume per sentirla, mentre le note lunghe e trascinate del violino crescono di intensità man mano che il mantra si dipana. Peace of Iona regala una delle performance di Wickham più memorabili, che esce spontanea, non pensata, semplicemente lasciata fluire – dal vivo, il risultato è quasi soprannaturale.

Pare che Scott abbia finalmente iniziato a trovare qualcosa – o a ritrovarlo. E non è un caso che l’album dopo si chiami Book of Lightning. Musica da pub di legno, color verde biliardo: il folk è tornato, più maturo, meno irruento, nelle ballate. Nel frattempo, Wickham ha attaccato il violino a un pedale fuzz, ed è tornato anche il peculiare sonic rock dei Waterboys, solo più ragionato, più consapevole. Folk-rock da whisky invecchiato, rigorosamente scozzese.

Still a Freak

Che la creatura-Scott abbia trovato una sua sintesi? Forse sì, ma continua a essere inquieto, nonché un fiume in piena.

Macina canzoni come se non potesse farne a meno, e ne tira fuori dal cilindro anche di sorprendentemente belle – ma soprattutto non sembra essere cambiato granché. Ha qualche nota in meno verso l’alto, qualche ruga in più, ma sul palco si diverte come un ragazzino, e contemporaneamente prende il suo lavoro con l’ostinazione di un guerriero, accompagnato di nuovo e per sempre dall’ufficiale in seconda Steve Wickham.

È proprio nei live che bisogna ritrovarlo, Mike Scott: un ragazzone di sessant’anni, un druido moderno, pagano e panteista, rude e gentile. Un’anima così smaniosa e autentica non poteva limitarsi alla spiritualità all’acqua di rose e generalista. Una creatura con uno slancio così potente non si sarebbe mai fermata ai clichés nichilisti e autodistruttivi delle rockstar. Con fatica e a tentoni, Mike Scott ha trovato una sua pace e una sua identità, in un continuo ripercorrere vie millenarie e solitarie. E lo ha fatto in un modo che non gli impedisce, per fortuna, di ridere, di suonare con gente presa a caso in un pub, di bullarsela tremendamente con look improbabili e tamarri, e di continuare a fare il rocker finché non gli cedono le ginocchia, spettinando la gente con la potenza di fuoco dei suoi ragazzi fatti d’acqua.

E speriamo che continui a farlo per centouno anni almeno.


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Waterboys: il richiamo della natura fa parte di una serie più ampia, chiamata Fenomeni.
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