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The Pogues: The Sick Bed of Cuchulainn
Hasta la birra siempre

The Pogues
The Sick Bed of Cuchulainn

Un’orgia di diavoli, fascisti, veterani dell’IRA, ubriachi rissosi e altra gente. Brava gente, in sintesi.

Rum, Sodomy & the Lash – un titolo che è tutto un programma – è probabilmente il più puro distillato dell’essenza dei Pogues. E Shane MacGowan è uno che non si fa problemi a sparare tutte le sue cartucce insieme, segno che evidentemente ne ha una quantità strabordante. L’orgia caotica evocata dalla copertina – La zattera della medusa di Géricault – e il titolo stesso sono una buona anticipazione di ciò che ti aspetta se osi premere play, e la prima traccia lo fa capire bene da subito.

Strofa lenta, maestosa, arrogante, e una bella pedata sull’acceleratore nei ritornelli, dove tutta la potenza di fuoco dei Pogues – tin whistle, fisarmonica, banjo e chitarra acustica amalgamati a una ritmica punk – ha modo di scatenare le furie dell’inferno pagano.

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Presi al cuore da una girandola di immagini e da una gragnuola di colpi di rullante incazzoso, ci vuole un po’ per rendersi conto della ricchezza di questa storia. Cuchulainn, eroe gaelico, viene scomodato per iscrivere in una degna metafora le memorie di vita di un veterano della guerra di Spagna contro i fascisti di Franco – the fucking blackshirts, per colpa dei quali ancora sente lo sferragliare dei treni della morte. Insieme all’eroe, morto decapitato («But you’ll stick your head back out and shout: we’ll have another round»), John McCormack e Richard Tauber, tenori irlandesi, il membro dell’IRA e volontario della guerra civile spagnola Frank Ryan e un miscuglio di altri personaggi confusi nel presente di alcolismo e risse di Shane, che all’epoca dell’album viveva in un pub, e nella memoria frammentata dei suoi personaggi.

Un gioiello di allucinazione apocalittica, da gustarsi sillaba per sillaba.

The Pogues 

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