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Leonard Cohen: Suzanne
Ogni città ricorda il suo poeta

Now, Suzanne takes your hand and she leads you to the river.

Ok, lo ammettiamo: qui abbiamo voluto barare. D’altra parte, vero è che Leonard Cohen sarà tutto tranne che “nuova scena”, ma è anche da considerare il fatto che quando una città si sviluppa in un certo genere artistico non può non fare i conti con il suo più grande esponente in tal senso. Sarebbe come parlare della scena indie milanese (se davvero esistesse una cosa del genere) e non citassimo Jannacci.

Che importa che la città qui non sia mai nominata espressamente? Dopotutto non era mica l’Ente del turismo che pagava le registrazioni! E l’immortalità di certe canzoni giustifica tutto.

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Suzanne parla della relazione platonica di Leonard con Suzanne Verdal, una musa dell’era beat montrealiana negli anni Sessanta (allora ragazza del noto scultore Armand Vaillancourt), descrivendo maestosamente quel rendez-vous nell’appartamento di lei sul fiume Saint Laurence. Lei gli offre tè e arance e insieme camminano nella zona del vecchio porto, verso la chiesa di Notre-Dame de Bon-Secours. Quindi sì, mai nominata espressamente, ma il grande dipinto del centre ville della città si erge a fondamenta del pezzo nella sua interezza. A partire dal quartiere ebraico di Westmount, dove al civico 599 di Belmont Avenue, nel 1934, era nato l’artista.

E allora la primavera montrealiana, non può che definirsi nelle parole stesse del suo poeta: «A Montréal la primavera è come un’autopsia. Tutti vogliono vedere cosa c’è dentro il grande mammut ghiacciato. Le ragazze si strappano le loro magliette e la carne è dolce e bianca, come sotto la corteccia verde delle piante. Dalle strade un manifesto del sesso si alza come uno pneumatico gonfiabile, “l’inverno non ci ha ancora uccisi!”».

Leonard Cohen 

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