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Grimes: Oblivion
Troppo successo dà alla testa

Grime. Grime. Grime.

Stella assoluta della Arbutus Records, vancouveriana di origine e montrealiana d’adozione, l’artista canadese Claire Elise Boucher – in arte Grimes – ha dalla sua una fortuna, in termini di critica e di pubblico, che è vertiginosamente salita negli ultimi anni fino a farla diventare, oggi (con l’ultimo Miss Anthropocene in particolare), una delle pop star più fascinose e intriganti sulla piazza.

In origine su Myspace si potevano scegliere tre generi. E la Boucher pensò bene di inserire per ben tre volte – pur non sapendo neppure se fosse un vero genere o se lo stesse inventando lei stessa in quel momento – la parola “grime”. Grime, grime, grime. Ed ecco: il nome d’arte, lo stile, il brand, l’intento DIY fino al midollo: «I don’t wanna be just like the face of this thing I built / I want to be the one who built it».

È però con Visions del 2012 – e con la 4AD – che Grimes inzia a dare quella sensazione di fare davvero le cose in grande, riuscendo a mischiare l’appeal piacione della sua vocina con una nota straniante che aleggia nell’aria, come se ci fosse ben più di qualche colore strano di capelli o quattro bei fusti a petto nudo che la ammirano statuari nei suoi video.

Oblivion è un altro dei pezzi totem del percorso indie montrealiano (bella storia trovare lo Stadio Olimpico nel video). Pluripremiata come canzone del 2012 e inserita da Pitchfork tra le canzoni della decade, è una perfetta retrospettiva di una Annie Clark (St. Vincent) che incontra l’efficacia di Miley Cyrus, nella miscela di dream pop elettronico e R&B radiofonico che allora era perfettamente in tempo per cominciare ad andare di moda.

Grimes 

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