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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

30 anni di Massive Attack

Tre decenni esatti di carriera, alla costante ricerca di nuove forme lungo cui spostare vecchi confini.

Se vogliamo vedere il trip hop come una mappa, loro sono stati l’indicazione “voi siete qui”: il centro e l’inizio da cui si diramano scure linee blu, da seguire a occhi chiusi per trovare tutto il bello che poi ne è seguito e da percorrere a ritroso per onorare le radici. Col senno di poi, è lecito porsi qualche domanda. Per esempio, se la rivoluzione che hanno innescato è stata davvero tale e quanto di essa viva ancora nelle loro canzoni. Spoiler: sì, e tantissimo.



Cerca ancora il blu per orientarti sulla mappa odierna

Ammettiamolo: le liste dei migliori dischi dell’anno sono un (bel) gioco. Un passatempo divertente sul quale possiamo ragionare, scorrendo gli elenchi per cogliere il divenire della musica popolare. I corsi e i ricorsi, le onde che vanno e vengono e anche il famigerato revisionismo sono elementi utili per capire il passato e osservare l’oggi da diverse angolazioni, perché è solo sapendo da dove vieni che puoi avere un’idea di dove sei diretto. Lo spiega benissimo uno degli album più interessanti del 2020, The Cycle dei Mourning [A] BLKstar, che ha colto il senso di giorni che dire strani è riduttivo, con passione, musica magnifica e un porsi da contemporaneo What’s Going on che parla la lingua di Blue Lines.

Per riassumere il tutto potremmo dire Black Lines – renderebbe abbastanza l'idea.

Ecco, appunto. Trent’anni di Blue Lines, di già. Stenti a crederlo che dal lontano 1991 riempia le nostre vite e sia penetrato sotto pelle prendendo possesso di anima, cuore, cervello. Lo conosci a memoria ma lui ogni volta ti chiama come una sirena per offrirti una sorpresa, un’illuminazione. Se riascoltare un disco può ridimensionarlo e persino spingere a domandarsi cosa ci abbia spinto a comprarlo, con l’esordio dei Massive Attack accade l’esatto opposto. Che mettiate su un vinile d’epoca o la superba edizione rimasterizzata del 2012, l’attualità zampilla cristallina come il giorno in cui atterrò sullo stereo da alieno che invitava a esplorare nuovi e bellissimi mondi. Mondi eccessivamente visitati nel resto del decennio, ma non possiamo certo biasimare i maestri se figli mediocri hanno svilito il trip hop a formalismi e tappezzeria.

Lo snodo della vicenda sono ancora quei dodici mesi nei quali i muri che avevano diviso underground e mainstream, pista da ballo e pogo, crollano sbriciolati dalle urla di un ragazzo triste del nord-ovest americano, dall’estasi spacciata dai Primal Scream e, per l’appunto, dagli sconvolgimenti inscenati da Blue Lines. Assurto pressoché immediatamente al ruolo di Classico, tra tante altre cose questo capolavoro ha insegnato che danza e intelligenza sono compatibili e che “progresso” significa lanciarsi oltre i generi e i limiti rinunciando a una rete di protezione. Concetti oramai dati per scontati, che però hanno richiesto tempo per radicarsi, anche se qualcuno che fatica a comprendere ancora lo trovi. Ma noi non ci curiamo di loro, e passiamo oltre. Ballando.

Non a caso, successivamente, il concetto è stato anche esplicitato in versione combo.

A Bristol, va bene

Per cogliere certi doni bisogna aver dimestichezza con il meticciato. Lo si respira sin da bambini a Bristol – seconda città più importante d’Inghilterra fino alla Rivoluzione industriale – che ha costruito la propria fortuna sul commercio degli schiavi. Messa da parte (si fa per dire: certe ferite non si rimarginano mai) quella vergogna, ha conservato l’attitudine alla diffusione di novità provenienti dall’impero. Tabacco o dischi giamaicani non fa differenza, se la comunità afrocaraibica è folta e parecchi visi pallidi non sono purosangue: giusto per restare in tema, Robert Del Naja ha origini napoletane, come un filo immaginario teso verso gli Almamegretta. Ed è anche così che l’orgoglio della razza e della provincia si fondono con un estro che smantella il complesso d’inferiorità verso la metropoli.

Ladies and Gentlemen, please welcome Banks… ah no.

In tanta e tale multiculturalità c’è l’imbarazzo della scelta, come ha dimostrato il Pop Group sbattendoti in faccia militanza, free jazz, dub e la lezione di Captain Beefheart. Mentre Mark Stewart e soci si separano in decine di rivoli, nel lustro ’80-’85 Bristol è testimone di un fervente sottobosco anarco-punk con relativo corredo di squat, ristoranti vegetariani/vegani, cooperative e collettivi di azione politica, dove è probabile incontrare chi – come Adrian Utley e Roni Size – tira l’alba facendo jazz. Senza dimenticare il ruolo fondamentale giocato dalla scena reggae, decollata nei Settanta e responsabile del variegato panorama di locali, DJ, band e soprattutto sound system.

L’ambiente può dunque speziare l’hip hop con un sapore locale, evidente nell’accento che snocciola rime – Streets e Dizzee Rascal sentitamente ringraziano – e in una mestizia tipicamente inglese che riascolteremo nell’evocativa laconicità di Burial e della hauntology.

Per una comunità circondata da discriminazione, ostilità, sospetto e incomprensione, il sound system ha rappresentato un prezioso angolo incontaminato. (Dick Hebdige)

Insomma, la ricetta è pronta a invadere il mondo, ed è proprio nel momento in cui il sound system si apre ai bianchi che la contaminazione ha inizio e la storia cambia per sempre. A dare l’esempio i Clash, che si avventurano per le vie di Brixton durante il carnevale e qualche anno dopo pubblicano l’avveniristico mastodonte Sandinista!.

Sogni a occhi aperti

Ora facciamo un salto nell’animata vita notturna di Bristol. Tra i vari collettivi ce n’è uno dal nome citazionista: The Wild Bunch, cioè Il Mucchio Selvaggio come il film di Sam Peckinpah. Piace pensare che la scelta sia un omaggio alla fissa di Lee “Scratch” Perry per i western, da parte della combriccola che attorno all’83 si raduna nel sobborgo di St. Paul e attrae folle sempre più nutrite. L’abilità e la grandezza sono dettate dall’insolita varietà delle musiche proposte e da cadenze che decelerano nell’istante in cui accolgono un’elettronica umanista. Un’idea di ciò che accadeva potete farvela con The Wild Bunch: Story of a Sound System, CD uscito nel 2002 su Strut che fotografa la posse sul punto di diventare una piccola e tenace unità produttiva.

Ammucchiate di questo tipo, per capirsi.

Un po’ alla volta, infatti, ai DJ/costruttori di suoni Grant “Daddy G” Marshall, Miles “Milo” Johnson, Andrew “Mushroom” Vowles e Nellee Hooper si affiancano in qualità di MC e rapper Willy Wee e il graffitaro 3D aka Robert Del Naja. Suonano ovunque, in contesti legali e non, finché arrivano il 1986, un tour in Giappone e quel bel tipo di Adrian “Tricky Kid” Thaws. Manca giusto un disco, fuori nell’88 per 4th & B’way a segnare la conclusione dell’esperienza e i primi passi dei Massive Attack. In retrospettiva è sensato che le esperienze finiscano con l’accavallarsi, siccome il singolo Friends and Countrymen porge rap torpido e incastra The Look of Love di Burt Bacharach su un palpito disossato di basso, batteria, voce. Pur con tutte le cautele, chiamalo trip hop e non sbaglierai.

Intanto il traguardo dell’album lo tagliano per primi i londinesi Soul II Soul, che nella calda estate 1989 recapitano con la supervisione dello stesso Nellee Hooper il cocktail di soul, hip hop e morbidezza a prova di carie Club Classics Vol. One. Dureranno un altro LP prima di scadere in svenevolezze e cedere il passo ai nostri eroi, che escono allo scoperto con il 12” autoprodotto Any Love, dove al timone c’è soltanto Daddy G e la produzione di Smith & Mighty sancisce un esito poco rappresentativo. Bisognava comunque mettere in qualche modo la testa fuori dallo studio dove si passano ore a integrare strumenti tradizionalmente rock con l’armamentario dance e le voci di Shara Nelson e Tricky. Gli amici Neneh Cherry e il marito Cameron McVey spronano e aiutano economicamente i ragazzi fino al contratto con la Circa/Virgin, poi Daydreaming inaugura un’esaltante serie di uscite sul piccolo formato che alimenta le attese.

Ladies and Gentlemen, please welcome Samuel L. Jacks… ah no.

Rivoluzioni a 33 giri

L’LP giunge nel pieno della prima Guerra del Golfo e per un po’ il nome si accorcia in Massive. Nulla comunque impedisce a Blue Lines di stupire con atmosfere che dalla fusion conducono a Blade Runner lungo l’intera evoluzione della black music, grazie a un talento sommo e un’ampiezza di orizzonti rara, che si tratti dei ringraziamenti nella busta interna o di sample che si incastrano come schegge dentro canzoni di livello stellare. Rimodellando il tempo e gli stili, Blue Lines esce da una nuvoletta di ganja e, mentre la vita inizia a correre frenetica, si ferma a riflettere, abbracciandoci con una “cupezza cordiale” che è tra i suoi più bei segreti. Una dimensione intima, meditativa e ombrosa ispirata da Brian Eno, Adrian Sherwood e George Clinton, dove lo spazio tra i suoni ha un valore profondo e la dance è più per la testa che per il corpo.

Qualcuno ha detto ganja?

La title track scolpisce il downtempo in versione pop consegnando Isaac Hayes agli astrattismi di casa Mo’Wax e Ninja Tune, Be Thankful for What You’ve Got trasfigura un’antica perla spiegando che aria tira e Five Man Army racchiude l’educazione reggae in una camera d’eco. Esemplare del metodo e della genialità dei bristoliani è Unfinished Sympathy, hit di cantabilità immediata e ciononostante stranita da pene d’amor perdute che, malinconiche come lacrime, scivolano tra l’orchestra e una ritmica sistemate a velocità diverse.

Prima di Bittersweet Symphony, e già più inclusiva.

Compatto e sfaccettato l’assieme, alla paranoia suburbana dell’iniziale Safe from Harm risponde la sensuale disco hop subacquea di Daydreaming, il beat e l’armonia così distanti da sposarsi nella perfezione che non stanca di Lately conoscono un contraltare in One Love – dove la leggenda Horace Andy sparge visioni di Giamaica in brume albioniche – e nella Hymn of the Big Wheel che saluta su uno struggente soul pop rumorista.

Realizzata in otto mesi con l’apporto di Jonny Dollar, l’inarrivabile pietra miliare traccia una via intrapresa da decine di successori. Nel frattempo, gli artefici non dormiranno sugli allori.

Abitare all'ennesimo piano

Protetti dall’inerzia

Devono trascorrere tre calendari per il seguito. Con intelligenza, Protection sposta le coordinate tramite il redivivo Hooper, la spazialità degli archi acconciati da Craig Armstrong e l’omonimo soul postmoderno intonato da Tracey Thorn. Se Tricky spicca il volo nell’Arabia ciondolante di Karmacoma, Heat Miser inquieta con un’oscurità a stento squarciata e il legame con il passato vive in Spying Glass (ancora Horace, tra catacombe synth pop) e Better Things, basso in levare da manuale e la Thorn che vi si arrampica in abiti jazz. Annotati la sensuale imponenza di Sly e il pianoforte tra classica e night club di Weather Storm, emerge la lucidità con la quale il gruppo sfugge al boom mediatico del “suono di Bristol”.

Linea di basso rubata a Melody di Serge Gainsbourg e video uscito dalla testa di Jonathan Glazer — what else?

Lo stesso atteggiamento è alla base delle riletture dub con il Maestro Neil Fraser di No Protection: Massive Attack Vs. Mad Professor e del successivo quadriennio, trascorso a sgobbare conto terzi lasciando il segno dai Garbage a Madonna. Il terzo disco esce nella primavera del ’98 segnando una svolta più pronunciata: Mezzanine cita strumentisti a chitarre, bassi e batteria, e la foto interna mostra individui avvolti in un torvo bianco e nero, rispecchiando gli screzi avvenuti durante le registrazioni (Mushroom non gradisce molto la piega stilistica) e fantastici mutanti in cui la tradizione nera si confronta con un rock dal taglio post-wave. Mentre il trip hop si avvia a diventare una farsa, gli artisti reagiscono con profondo rispetto di sé e di un pubblico che li premia.

Scrosciano infatti gli applausi per Elizabeth Fraser e il celeberrimo incanto Teardrop, per una Man Next Door sottratta a Dennis Brown e Slits con un magistrale e assai eloquente campione di 10.15 Saturday Night dei Cure, per una Angel insieme magmatica e leggiadra. Cieli minacciosi sopra la title track, sulla Risingson che cita i Velvet Underground e la tribale Inertia Creeps, a spargere un po’ di sole provvede l’omaggio ai Portishead di Exchange mentre Dissolved Girl nasconde nervosismi e impennate hard e la gommosa Black Milk gira su frammenti dei Manfred Mann.

Tre mani di carte, tre scale reali. Mushroom abbandona il tavolo da gioco, i superstiti tirano dritto ma riprendersi costerà fatica.

Qui tocca a Rockwrok degli Ultravox essere, diciamo, "citata".

Scindere l'atomo

Mica facile affrontare l’assenza di una visione complementare. Se ne sarà reso conto Del Naja dopo aver chiesto aiuto al produttore Neil Davidge, già presente in Mezzanine. Essendo Daddy G in temporaneo congedo paterno, il difetto di 100th Window risiede appunto in un uomo troppo solo al comando che a inizio 2003 inciampa tra lungaggini, freddezza e canzoni che non restano in testa. A complicare le cose, la genesi travagliata vede Robert – poco convinto dalle incisioni con la band post-psichedelica Lupine Howl – rifare tutto quanto, strappando la sufficienza in virtù della traslucida Future Proof, di una sinistra ed esotica Butterfly Caught, del folk al silicio A Prayer for England. Comunque pochino per dei cavalli di razza, ne converrete.

Quando sembra giunta l’ora del ritiro, Del Naja e Daddy G rialzano la testa. Nel 2008 curano il festival Meltdown: l’impegno risveglia la verve creativa ed eccoli in studio con Damon Albarn. Un annetto dopo Heligoland recupera la forma e il senso per il crossover, assegnando agli attori Albarn, Martina Topley-Bird, Hope Sandoval, Tunde Adebimpe e Guy Garvey tessiture di nuovo acute, una tristezza che non cede alla disperazione – il lavoro è dedicato a Jonny Dollar, scomparso prematuramente – e climi austeri però attenti al dettaglio. Citazione d’obbligo per i Can in flemma pop di Pray for Rain e l’ipnosi drogata Splitting the Atom, per i Radiohead che si credono Kraftwerk in Flat of the Blade e Atlas Air e i Kinks aggiornati al Duemila in Saturday Come Slow.

«Mi hanno fatto venire a Bristol, chiuso in uno sgabuzzino pieno di beats dei Massive Attack e obbligato a cantare per 14 ore di fila» – così un entusiasta Guy Garvey descrive la collaborazione.

Fosse un addio al concetto di album nell’epoca della musica liquida e separata dal supporto fisico, sarebbe l’opzione più auspicabile. Nondimeno, il “testamento” lascia aperta la porta: nell’autunno 2010 Del Naja dichiara di preferire formati meno ortodossi e da allora il gruppo ha comunicato solo attraverso convincenti EP. Poco male, in fondo, se non vedranno la luce altri trentatré giri: conta che questo fiume metropolitano continui ad attingere da affluenti diversi e le acque siano sempre tanto più cristalline quanto sono impure.

Con naturalezza straordinaria, i Massive Attack mostrano ancora che l’unica via di sopravvivenza del mondo sia resistere e con-fondere. Siate loro grati, da qui all’eternità.

Con-fondere.

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30 anni di Massive Attack fa parte di una serie più ampia, chiamata Fenomeni.
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