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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Iron Maiden: Alexander the Great (356-323 BC)
A spasso nel tempo
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Il più Grande come modello ispiratore verso il successo.

Iron Maiden
Alexander the Great (356-323 BC)

Gli Iron Maiden, durante la loro carriera, spesso ci hanno regalato lezioni di storia. Lezione uno. Alessandro il Grande, re di Macedonia e di quasi tutto il mondo. Da qualche parte nel tempo, intorno alla metà degli anni ‘80, i Maiden decidono che è arrivato il momento di “modernizzare” il proprio suono. Entrano i tastieroni e con loro una nuova magniloquenza, che arriverà al suo apice indiscusso col successivo capolavoro Seventh Son of a Seventh Son.

Alexander the Great (356-323 BC), dicevamo, chiude Somewhere in Time, disco pieno di bei pezzi (tra cui anche non pochi potenziali singoloni), che però hanno pian piano perso terreno, lasciando solamente a Wasted Years – e poco altro – il compito di ricordarlo. Anche se in realtà sarebbero numerosi i brani da ricordare, non ultimi Deja Vu e The Loneliness of the Long Distance Runner.

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Dopo l’estenuante World Slavery Tour (letteralmente da Guinness dei Primati) la band rischiava di perdere un po’ di quell’energia che ormai pompava ininterrotta da più di mezza decade. Harris decide così di scartare praticamente tutto il materiale proposto da Dickinson, considerato troppo “acustico” e zeppeliniano. Meglio qualcosa di innovativo. Oltre che registrare metà del disco alle Bahamas, naturalmente.

Così nasce una delle gemme nascoste più conosciute (già, i paradossi). Il motivo del successo del pezzo è forse nel titolo esplicito, o nel didascalismo – altrettanto esplicito – della suite, piuttosto concisa, che sembrava ripercorrere (in maniera meno epica) i fasti del capolavoro The Rime of the Ancient Mariner, contenuta nel disco precedente.

A ogni modo, Alessandro il Grande trova nell’ispirazione melodica di Murray, nelle trame di Harris e nella performance di Dickinson giusta fede alle sue imprese di conquista. E ricorda che un diciannovenne, ucciso il padre, tentò di diventare il re del mondo. Per una giovane band, sparata verso l’apice della gloria, un mito senza tempo. Per noi, oggi – che quella band l’abbiamo seguita passo per passo – probabilmente, pure.

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