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Una volta alla settimana compiliamo una playlist di tracce che (secondo noi) vale davvero la pena sentire, scelte tra tutte le novità in uscita.

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... Tutte le tracce che abbiamo recensito dal 2016 ad oggi. Buon ascolto.

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

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Dischord Nostalgia: 1980-1995

Attorno a Fugazi e Minor Threat, le pietre miliari dell'unica etichetta di vero culto indipendente.

Una compilation nostalgica per indie rocker, legata all’etichetta di culto punk che ha contribuito a formare un’attitudine, un pensiero, un modo di fare mercato: oggi, quarant’anni dopo, ce n’era bisogno? Tirandoci su il colletto del vecchio chiodo toppato Fugazi rispondiamo senza l’ombra del minimo dubbio: Ecchissenefotte!

Ancora infettati dalla spinta di una rivoluzione dal basso che sembra davvero sfuggita dai radar – quasi anche da quelli di una parte della scena più genericamente underground – è come se ci sentissimo ancora tributari di quello che la storica label americana ha contribuito a creare, proprio attraverso il disaccordo col mondo intorno.

Il lavoro della Dischord Records è stato sempre ritenuto da molti come la vera coscienza dell’american punk. Fondata nel 1980 da un adolescente Ian MacKaye, insieme a Nathan Strejcek, Geordie Grindle e Jeff Nelson per pubblicare la loro band punk Teen Idles, visto che nessuno (almeno a detta loro) l’avrebbe fatta uscire, l’etichetta ha contribuito a plasmare quella shape of punk to come che si è protratta ben più in là che i confini locali, di genere e di portata. Non solo emo, straight edge, indie e qualunque altra categorizzazione di comodo la critica ha voluto affibbiarle successivamente, dunque, ma il seme e le fondamenta solide di un vero e proprio panorama ormai leggendario e fonte inesauribile di ispirazione per molte cose a venire.

Quello che resta, alla fine, insieme ai ricordi, sono sempre le belle canzoni, anche (anzi, soprattutto) in un’era come quella cui ci troviamo a (con)vivere, dove atteggiamenti di (s)facciata e superficialità orgogliosamente esposta sembrano aver messo a tacere qualunque tipo di rigore, morale o musicale che sia.

Ecco dunque la nostra piccola reverie indie-pendente: un salto nel passato dei vicoli americani di qualche decade perduta fa, che si concentra prevalentemente sui primi quindici anni di attività della Dischord Records. Anni emblematici in cui i progetti si aprivano e chiudevano nel giro di poche settimane e qualche concerto, eppure erano capaci di durare ben oltre la loro fine e ben al di là dei confini di Washington D.C.

Speranzosi di una redenzione che possa passare dalla musica che maciniamo nei nostri player, lasciamo andar via, rapida e letale, una piccola carrellata di gemme, che spesso hanno più la forma di simbolici (ma salvifici) schiaffi. Fieri, infine, sotto sotto, che molte di queste cose siano praticamente ancora quasi assenti su Spotify (o ci siano arrivate a fatica).

Per dirla con le loro parole: «$5 gigs, not $10m deals!»

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