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Ogni giorno ti consigliamo un brano che vale davvero la pena sentire, tra tutte le novità in uscita. E siccome siamo on line dal 2016, puoi immaginare quanti ne abbiamo da suggerirti. Esplorare le playlist è un buon modo per ascoltarli tutti...

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A volte è necessario approfondire. Per capire da dove arriva la musica di oggi, e ipotizzare dove andrà. Per scoprire classici lasciati indietro, per vedere cosa c’è dietro fenomeni popolarissimi o che nessuno ha mai calcolato più di tanto. Queste sono le storie di HVSR.

Il messaggio nella bottiglia di David Crosby

Canzoni senza parole.

Pochi dischi solisti suonano opera di una band come If I Could Only Remember My Name. Quella che state per leggere è la storia di una catarsi che non fu, di un uomo attaccato alla musica per non affogare, di un’epoca al tramonto colta in un eterno fermo immagine.



Benvenuti nei Settanta (non vi cacceremo via)

Tra i luoghi comuni critici che sono stati poco a poco smantellati c’era l’idea che gli anni Settanta fossero un deserto culturale. In realtà, accanto alle correnti sperimentali, almeno fino al 1973 l’onda lunga del decennio favoloso scorre in ambito rock tra stili che vanno modificandosi, mentre lo spirito si adatta a una crisi della quale già esistevano più che mere avvisaglie. Basta pensare alla brutale repressione delle proteste contro la guerra in Vietnam, alle pessime droghe immesse sul mercato dai poteri forti per ottundere la gioventù ribelle e confrontare due momenti chiave – simili ma antitetici nelle premesse e nell’esito – come il festival di Monterey e quello svoltosi ad Altamont. Alla fine dei Sixties l’aria aveva iniziato a farsi parecchio tesa e tuttavia, come insegna Orson Welles, epoche tribolate generano arte sublime.

«There were four births, four deaths and an awful lot of scuffles reported» – quasi il riassunto del decennio.

Un’arte che spesso custodisce sorprese nei periodi di passaggio, un terreno fertile che contiene le incertezze e le speranze di un domani ignoto e vede i generi decadere oppure germogliare in nuove mutazioni. Ci sono decine di gioielli mai abbastanza celebrati nel tragitto che dalla psichedelia sfocia in un ritorno alla tradizione e nell’anticamera del progressive: dischi pervasi da dubbi e disorientamento, dove il baricentro della narrazione si sposta da “noi” a “me” e il politico sfuma nel personale. In questa bolla di sospensione emotiva Paul Kantner e l’astronave Jefferson sognano utopie fantascientifiche, i Grateful Dead distorcono le radici con l’LSD, Neil Young riflette sui massimi sistemi.

David Crosby che assapora una sigaretta di droga mentre Neil Young riflette sui massimi sistemi: è il luglio del 1970, amici!

Da par suo, David Crosby si circonda di amici illustri per scrivere una lettera lunga trentasette minuti. Il prototipo dell’hippie visionario ragiona e compone fuori da schemi convenzionali, perciò If I Could Only Remember My Name somiglia a un labirinto dal quale non vogliamo uscire: la sua ricchezza di sfaccettature risolve una serie di contraddizioni apparenti, fotografa la transizione, vive di smarrimento estatico e pensosa ombrosità. Poggiando sul fascino discreto dell’ambivalenza, pone domande alle quali non trova risposta, però inizia ricordandoci che la musica è amore, con un gesto allo stesso tempo di speranza per il futuro e di sintesi di quanto si lascia alle spalle.

Oltre a essere un a sé, If I Could Only Remember My Name ha l’aspetto di un Voyager lanciato verso i figli dei figli dei fiori per affidar loro un modello estetico e poetico, suggerendo che quel sole in copertina stia (ri)sorgendo invece di tramontare. Non è che uno dei possibili livelli di lettura di un LP sempre in catalogo dal febbraio 1971, preso a esempio dal folk post-indie del Duemila come dal brillante classicismo mutante di Jonathan Wilson e Fleet Foxes e – l’avreste mai detto? – incluso in una lista di dieci titoli eccellenti compilata nel 2010 da L’Osservatore Romano.

Anno Domini 2010 – Sanremo. Il giornale della Santa Sede ci consiglia come difenderci dall'ondata di “canzonette”, che dal palco dell’Ariston invaderanno a breve le nostre stazioni radio.

Bandiere freak nel vento

Impossibile sottovalutare i Byrds, il ruolo basilare nell’evoluzione del rock e l’influenza esercitata su diverse generazioni. Da autentici maestri, si sono confrontati con i principali linguaggi dei Sessanta, passando dal folk elettrico al country – tramite psichedelia e pop cosmico – con la disinvoltura del dream team dove capacità e talento sono complementari quanto le tessere di un puzzle. Come spesso accade, a chiarirne le dinamiche interne ha poi contribuito il volo libero susseguente lo scioglimento: tra le varie diramazioni, colpisce come la meno rilevante sia quella del presunto leader Roger McGuinn, la quale sbiadisce se confrontata con le carriere di Gene Clark, Chris Hillman e David Crosby stesso. La grandezza, insomma, stava nel collettivo.

David Van Cortlandt Crosby si aggiunge a quelli che ancora per poco girano come Jet Set nel ’64, ventitreenne testa calda losangelina di famiglia benestante che ha frequentato diversi istituti scolastici senza diplomarsi. Folgorato a quattro anni da un concerto di classica e con un fratello maggiore a sua volta musicista, nel folk revival ha combinato poco quando McGuinn lo accoglie nella banda completata dal bassista Chris Hillman, dal batterista Michael Clarke e dal cantante Gene Clark. Un breve rodaggio e i Byrds cambiano il nome e poi la storia con il memorabile attacco della Rickenbacker 12 corde e le armonizzazioni vocali romantiche e celestiali che in Mr. Tambourine Man rispondono ai Beatles. Alla magia, il nostro eroe contribuisce in punta di piedi con la chitarra ritmica, un’innata abilità a dialogare con le voci altrui e il fraseggio peculiare.

Rispondono al barbiere dei Beatles, in primis.

Quando nel ‘66 Gene molla per troppo stress, viene a mancare la penna principale e gli oneri compositivi ricadono sugli altri. Il ragazzo acquista fiducia, cresce e incastona l’atipica grandezza di Everybody’s Been Burned e il raga atonale Mind Gardens nel capolavoro Younger than Yesterday.

Arrivati al 1967, completa l’uscita dalle retrovie abbracciando la controcultura, lanciandosi sul palco di Monterey in tirate politiche indigeste al resto della formazione e, la sera seguente, rimpiazzando Neil Young nei Buffalo Springfield su richiesta di Stephen Stills. La tensione giunge al massimo durante le registrazioni di The Notorious Byrd Brothers, allorché David sperimenta con intelligenza e oppone un “no” alla Goin’ Back firmata Goffin/King, ciò nonostante è in minoranza e si vede escludere Triad, peana all’amore libero – complesso però solido come il diamante – che i Jefferson Airplane inseriranno nell’epocale Crown of Creation.

«They’re shooting this for television. I’m sure they’re going to edit this out. I want to say it anyway, even though they will edit it out».

Alla fine del tira e molla è fuori dai giochi. Con un crudele sberleffo viene sostituito da un cavallo sul fronte di un 33 giri bellissimo che più di altri reca la sua impronta e sancisce la fine del nucleo originale dei Byrds. Al diretto interessato pare non importi granché mentre si rilassa in Florida e benedice gli esordi di Joni Mitchell, men che meno quando a casa di “Mama” Cass Elliot si imbatte in Stephen. Entrambi liberi, decidono di lavoricchiare su qualche brano per vedere l’effetto che fa e coinvolgono anche il britannico Graham Nash in fuga dagli Hollies. Tutti e tre paiono nati per cantare insieme, come dimostrano nel 1969 l’apparizione a Woodstock e un album omonimo in cui l’ex Byrds firma l’incanto Guinnevere, il vellutato sferzare di Long Time Gone e l’immensa Wooden Ships in collaborazione con Stills.

Giusto un'apparizione, ma che lascia il segno.

Poco dopo si trasferisce sulla Baia con la fidanzata Christine Hinton, ma la via che diresti spianata nasconde una curva pericolosa. Il 30 settembre 1969 la ragazza sale sul furgone Volkswagen per portare i gatti dal veterinario: quando per strada uno le salta in braccio, perde il controllo del mezzo, si schianta contro un bus e muore sul colpo. Il giorno in cui un devastato Crosby getta le ceneri nell’oceano dal suo due alberi, le navi di legno sono diventate sinistra profezia.

Non stupisce allora che a Déjà Vu – e al supergruppo allargatosi con l’ingresso di Neil Young – offra la paranoia al ralenti di Almost Cut My Hair e una title track che da incalzante si liquefa nello stupore. Due lati splendidi di chi sta iniziando a flirtare con il lato oscuro. Di chi, un anno scarso dopo e due mesi in anticipo sul commiato 4 Way Street, porge la catarsi mancata If I Could Only Remember My Name.

La musica è amore

L’unico luogo dove “Croz” trova relativa pace è per mare. Sulla terraferma fissa il muro, crolla in un pianto dirotto, si chiede perché. Lo capisci eccome. La parte più difficile della perdita spetta a chi sopravvive con il fardello in spalla, un giorno dietro l’altro. I giorni diventano settimane, le settimane mesi, i mesi anni. Se hai un pizzico di fortuna, il vuoto non ti divora e a un certo punto avverti nel profondo un’energia nuova che non ti spieghi. Circondato dagli amici, l’artista eccentrico si lascia guidare dalla fanciullesca, trasognata meraviglia colta da If I Could Only Remember My Name: la scintilla che brilla negli occhi, disegna nella testa sonorità immaginifiche da concretizzare con fidati compagni di viaggio. Anche per questo motivo l’opera, benché solistica, è colma di un senso di comunanza.

Scorrendo i nomi dei presenti nello studio Wally Heider di San Francisco – dove nello stesso periodo Blows Against the Empire e American Beauty colsero altre vibrazioni – resti sul serio a bocca aperta: Nash e Young, la Mitchell, David Freiberg, Gregg Rolie e Michael Shrieve dei Santana, gran parte dei Jefferson e dei Dead. Sotto l’occhio benevolo di un Jerry Garcia – che inoltre aiuta ad arrangiare, produrre e coordinare – pezzi da novanta ai rispettivi apici di maturità stanno per cristallizzare un’epoca attraverso un approdo definitivo. Battezzato l’ensemble Planet Earth Rock and Roll Orchestra (da Kantner), il risultato finale assume i colori e le forme dell’astrattismo di Crosby, catalizzatore di un’alterità in perenne bilico tra svagatezza e inquietudine dalla quale cerca di escludere il dolore, benché le canzoni – ellittiche, ipnotiche, sfuggenti – siano inevitabilmente avvolte in una coltre di malinconia, in parte figlia del vissuto e in parte connaturata all’incertezza del momento.

Che l'acronimo di Planet Earth Rock and Roll Orchestra sia P.E.R.R.O. è difficile credere sia un caso.

Di conseguenza, ha perfettamente senso che il corale manifesto Music Is Love inauguri la scaletta poggiando un mantra fra intrecci acustici e a risponderle sia una Cowboy Movie che dilata Down by the River in una sofferta ruggine chitarristica. Se Tamalpais High (at About 3) e Traction in the Rain inseguono le traslucide allucinazioni di Fred Neil e Tim Buckley, Laughing dipana un sublime, pigro e avvolgente folk acidulo venato di Americana, la rapita Song with No Words (Tree with No Leaves) asciuga il flusso di coscienza in una rara purezza evocativa e l’invettiva What Are Their Names nasconde le tensioni in una risacca di corde elettriche. Il cuore che mette a nudo l’autore è nel finale, dove la rabbrividente lettura del traditional Orleans precede il breve a cappella da marinaio delle stelle di I’d Swear There Was Somebody Here. Sull’orizzonte sonoro che si espande senza limiti confondendo cielo e oceano, Christine è presenza concreta. Accanto a lei, l’uomo osserva cocci di anima che cercano un posto tra panorami da sogno. Terribile, invece, il mondo reale che lo aspetta là fuori.

E il pensiero vola subito a quando lei c'era ancora. E a quando ci potevamo permettere di indossare certe pellicce.

Il resto della vicenda appartiene a cose cui il cronista accenna con estremo dispiacere. Fa malissimo pensare alla parabola di un individuo che, dopo un percorso artistico breve ma intenso, cade in una spirale autodistruttiva tra droghe che lo annientano, dischi sempre più opachi, dispetti e litigi reciproci con gli altri tre moschettieri.

Il nadir a metà anni Ottanta, quando il pacifista con in tasca una pistola calibro 45 fugge in barca dalla polizia salvo poi costituirsi. Nove mesi di gattabuia in Texas lo restituiscono pulito, capelli corti e senza baffi, il fisico minato dagli stravizi. Dopo un trapianto di fegato, malanni al cuore, diabete e il suicidio del fratello, ti convinci che David Crosby abbia pagato oltremisura e meriti requie. In effetti, negli ultimi anni il pensionato di lusso sembra passarsela meglio e affronta il presente tra la nostalgia della grandezza che fu e un vago desiderio di chiudere il cerchio. Forse, l’unico modo che ha di ricordare il suo nome è ascoltare se stesso.

Così la racconta lui stesso, oggi.

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Il messaggio nella bottiglia di David Crosby fa parte di una serie più ampia, chiamata Discotheque.
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Discotheque
Una serie di articoli lunghi in cui si volta indietro verso dischi usciti da (almeno) un decennio (di solito di più), ma li si guarda – e li si ascolta – con gli occhi e le orecchie di oggi.