Siamo ai saluti.
Agosto 2026. Il cielo si spegne e si inchina di fronte a Living/Ending. Ogni cosa, prima o poi, deve finire. Vale anche per i Godflesh, che hanno gettato la spugna per quanto riguarda le esibizioni dal vivo e che, a detta loro, saluteranno i fan con due album pubblicati a distanza, di cui il primo, Decay, esce in questi giorni.
Proveniente dalle sessions dell'ultimo Purge, il singolo scelto per presentare il disco recupera la glacialità di Pure e la infila nel magma soffocante tipico delle uscite post-reunion, con una separazione chirurgica degli strumenti, saturazione asfissiante, riff ridotti all'osso e un senso di angoscia strisciante, un monolite sonico che vibra e colpisce dritto alla bocca dello stomaco. Non c'è traccia di luce, solo dolore continuamente rigurgitato e ingoiato che si trasforma in rabbia, sia verso il mondo che verso sé stessi.
Justin Broadrick e Ben Green, quasi quarant'anni fa, hanno scavato un solco unico che in molti hanno provato a seguire, ma che mai è stato replicato da nessuno in maniera così efficace, vivida e pura. Sapere di non poterli più vivere di persona fa male: rimane la consolazione che, perlomeno su disco, ne avremo ancora per un po'.
Una delle band più seminali di sempre. E fa sorridere come il fato, in un modo o nell'altro, premi i meritevoli: Justin è al primo posto nelle classifiche UK, grazie alla sua collaborazione su un paio di brani con gli Jesu nel nuovo album di Phoebe Bridgers. Pensa te.