A Natale non si muore (di tormentoni).
Le canzoni "stagionali", si sa, sono territorio minato. Se la hit estiva, rinomata comunque per essere qualcosa di puramente fortunoso (dipendendo da necessità di classifica o di presenza nelle playlist che contano), è qualcosa che riesce a durare in più mensilità calde, per quelle di Natale, invece, è già più difficile perché, come la neve, il panettone e i buoni propositi, sono cose che funzionano giusto per una settimana (bianca). È anche un po'la loro magia, dopotutto – anche se le playlist natalizie sono peggio delle torture medievali, ammettiamolo pure.
Piuttosto inaspettatamente, l'inedito del buon Lucio Corsi, intitolato Notte di Natale, prova a inerpicarsi su questo terreno difficile. E a gran voce diciamo che siamo fortunati che a capitarci sia stato lui e non altri. Perché tutto si può dire del cantautore toscano tranne che sia uno che entra in punta di piedi, senza grandi scossoni, con quella eleganza mite degli outsider che non cercano i tormentoni facilotti. Insomma, se di outsider si tratta, è comunque uno che si sta sedendo, dopo il successo degli ultimi anni, alla tavola dei VIP. Sanremo, i grossi palchi, i sold out, la gente che gli chiede di rifare mille volte le solite canzoni. Forse è proprio quella tavola, quel circuito che non vediamo di buon occhio. Ed è di certo lì, almeno per molti, il motivo per cui si perde di vista l'artista di per sé.
Un artista come Corsi, però, è un animale raro nel panorama di oggi e sinceramente speriamo rimanga libero dai vincoli di questo successo, di questo pubblico, tornando l'eterno ragazzino che ci fa vedere sotto la sua mise. L'efficacia di Notte di Natale, appunto, è proprio in questo augurio. Nessun gran ritornello o temone caratterizzante, il nuovo singolo è una canzone che sembra aver preso il freddo dicembre per mano, per portarlo dentro un parcheggio vuoto, guardarlo negli occhi come un gattaccio solitario e randagio e dirgli: "Ecco, questa è la nostra festa". Un po'di mestiere? Beh, forse un pochettino. Ma poco male, perché di buon mestiere si tratta.
Corsi e il co-autore Tommaso Ottomano l’hanno scritta al pianoforte e basso, esattamente un mese prima di mandare il cartoncino di auguri ricoperto di neve (che poi è cotone) ai parenti. Pop cantautorale all'italiana, accessibile e radiofonico, ma non in senso facilmente rassicurante: le linee melodiche scorrono morbide, il piano guida un tappeto d'archi miti dove, con galanteria, entra talvolta un clarinetto senza che niente risulti stucchevole o posticcio. Nessuna clausola di gioia, nessun coro da albero scintillante: la malinconia bonaria – marchio di fabbrica non di tutta, ma di certo delle parti migliori della discografia di Corsi – è l’unica decorazione che siamo contenti ci sia. Ecco perché il brano funziona: perché trasforma il rituale festivo in un teatro di trasparenze. Quelle trasparenze che lasciano vedere Battisti e i vecchi amici e maestri cantautori, quelli che non ci fanno gridare al miracolo, ma forse proprio per questo li ringraziamo: per non metterci davanti ad alcun mirabolante tentativo di scrivere un pezzo che resti impresso da subito e forzatamente. La festa di Natale diventa specchio per cantare la vita che passa, un Natale per volta, e la solitudine si rivela nella riflessione sulle cose semplici: un piatto di pastasciutta, una luna bianca, l'amore stesso delle canzonette italiane.
In un mondo che misura il successo a furia di violenza espressiva, culi in bella mostra, polveri bianche e glitter, Corsi dice che basta un sassolino nella scarpa per sentirsi vivi. E allora, sì, che si possa essere tutti più buoni. Buon Natale a tutti. Anche a quelli che vorrebbero che Corsi fosse altro da questo cordiale, mite e sincero cantastorie italiano.