Quel digitale che ci toglie il terreno solido da sotto i piedi.
Forse mai come in ORBIT TOOS i dTHEd (trio composto da Isobel Blank, Simone Lanari e Fabio Ricci) sono riusciti a unire mondi diversi dentro a un loro brano. La voce di Isobel sembra dipingere in maniera tremolante l'ennesima trasformazione, nonché demolizione e guado sociale: gli edifici crollano e si trasformano, mentre la musica si contorce fra strumentazioni digitali e ritmi che differiscono dal nostro apparato cardiaco. Forse è la dimostrazione di come l'alienità può esprimersi liberamente nel nostro universo, venendo in parte compresa.
In ORBIT TOOS c'è il Giappone così come l'Islanda, la Siberia e l'Italia, ma soprattutto ci sono un sentire e un immaginario difforme. Temi come la percezione e la neurodiversità sono sempre stati importanti per i dTHEd e in questo nuovo brano (e relativo video, girato da Isobel medesima) c'è una sorta di trapasso dal sociale al personale. Sembra di ascoltare e di vedere un libero arbitrio nel quale ogni creatura, essere, algoritmo, si muove in un maelstrom per ritrovare forma, posizione e senso.
Tutto cambia, nessuno è normale ma nessuno lo è mai stato, tantomeno il suono digitale del trio, che sembra la rappresentazione del sezionamento di un corpo ibrido e sconosciuto. Organi e impianti sono indivisibili e ignoti, ma ci trasmettono una funzionalità poetica, in grado di smuoverci e attivarci. Facendolo supereremo i nostri stessi limiti mirando a traguardi che non siano i più grandi, ma i più adatti a noi. Così la musica, eterno mistero in grado di farci reagire a stimoli diversi gli uni dagli altri, rafforzandoci e costituendoci in esseri unici.