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Blackwater Holylight: Heavy, Why?
Heavy nell’anima, hortensia-core nell’estetica
| Lo leggi in 2 minuti

Le nuove star del giorno del giudizio.

Portland, Oregon, è terra di streghe e stregoni. Oltre ad avere dato asilo esistenziale a uno degli scrittori contemporanei più influenti (ovvero mister Chuck Palahniuk) o essere terra natale di neo-mostri sacri (uno su tutti Matt Groening) è davvero un luogo dove il post (che non è sempre e solo seguito da office) sembra aver campeggiato più a lungo rispetto a quanto richieda la sortita canonica nei boschi tipica di quando si è giovani e in cerca di magia (o fattanza). I post-metallari Agalloch, i mietitori di sperimentalismo industriale The Body, gli sperimentatori post-rock Grails o i più moderni Drowse non sono certo gli unici cavalli di battaglia della ridente (oddio, si fa per dire) cittadina statunitense.

Già, perché il nome delle Blackwater Holylight sembra essere già entrato nei radar di molti. Sicuramente tra le mire del Roadburn Festival, ormai (nuovamente) assurto a Mecca di talenti sperimentali, con particolare attenzione, negli ultimi anni, agli act "pesanti" al femminile. Le quattro giovani donzelle messianiche (o luciferine, a seconda del contesto), amiche di college, mirano infatti a entrare nell'Olimpo delle nuove proposte post-metallare che contano.

Per farlo, però, abbandonano il luogo da cui erano (ed eravamo noi) partiti. Le Blackwater Holylight tornano, infatti – dopo il trasloco emotivo e geografico – a Los Angeles, con un brano che si muove come una creatura lenta e massiccia, un’enorme bestia di fuzz che lascia impronte fumanti su un deserto spirituale, che sa ancora di SubRosa e Dool (e dei nostrani Messa, anche). Il peso non è solo quello dei chitarroni doomeggianti, è quello dell’identità che si sgretola, del sentirsi disallineati dal proprio corpo, dal proprio tempo, dal proprio specchio. Che è un po'quello a cui si è abituati quando si mette su un pezzo che può stare in una playlist con le band o i personaggi di cui sopra.

Heavy, Why? non ha l'impatto garage lo-fi, esoterico e psichedelico, di Veils of Winter o dei primi lavori in generale. È naturalmente un'evoluzione più urbana, più adulta, più inserita dentro i tempi che corrono. È un doom-shoegaze che vibra abbastanza pesantemente da spingerti a terra ed è abbastanza luminoso da farti alzare lo sguardo alla volta celeste. Per fare cosa non si sa. Forse solo come pro-forma. Difficile dire se la caratura del lavoro manterrà cotanta efficacia, anche perché saremo costretti ad aspettare l'anno nuovo per vedere il nuovo materiale. Not Here, Not Gone uscirà infatti a fine gennaio. Aspettiamo a dire se la nuova aria californiana farà rimpiangere le terre più a nord. E se il giorno del giudizio avrà questa colonna sonora.

blackwater holylight 

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