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Non solo trap.

«Chiedi a 77 Se non sai come si fa» salmodiava Giovanni Lindo Ferretti nel 1985 quando uscì Compagni Cittadini Fratelli Partigiani. La storia la si conosce, ma lo stesso numero (con radici diverse ma valenza altrettanto forte) viene ripetuto a mo'di mantra da questo giovanissimo ragazzo torinese, che – guardando il calendario – o è un pazzo o ha veramente qualcosa da dire.

Sì, perché quando all'imbrunire del 2025 qualche sbarbato ha ancora la necessità e la voglia di esprimersi attraverso un'arte che è quella del rap (senza piegarsi quindi al trend made in Italy che purtroppo – o per fortuna di qualcuno – va per la maggiore: la trap nostrana) ci troviamo di fronte a una scelta ben precisa, coraggiosa, quasi politica.

La produzione è assolutamente lo-fi, così come gli arrangiamenti che sono ridotti al minimo. Eppure 77Culto ha spessore, quello di chi sembra avere veramente qualcosa da dire, sentimenti che partono dal profondo e necessitano di essere buttati fuori. Pur rifacendosi agli stilemi del genere, il Nostro non scopiazza spudoratamente, ma cerca di metterci del suo, e – con tutti i limiti di qualcuno che muove i primi passi – più di una volta riesce a fare centro.

Questa non è roba per localini trendy riempiti all'inverosimile da minigonne inguinali, unghie rifatte e abbigliamenti equivalenti a due stipendi Fiat: qua si fa un pochino più sul serio, e non stupirebbe vedere il nome di 77Demy prima o poi stampato su dei volantini ciclostilati che sponsorizzano un concerto in qualche spazio occupato. Un po'come era successo con il thrash metal (che negli anni '90 era completamente scomparso dai radar, lasciando spazio all'alternative, rimanendo comunque vivo e vegeto nell'underground fino alla sua rinascita), un certo modo di fare rap potrebbe prima o poi tornare a colpire come si deve, e 77Demy sembra già essere pronto alla vendetta.

77demy 

A proposito:

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