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Keaton Henson: Insomnia
Me sta a pija l'abbiocco
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Trasformare un disturbo cronico in un ritornello innocuo.

Keaton Henson è sempre stato un artista capace di far sembrare il silenzio più assordante del rumore. Alzi la mano chi si aspettava che pure lui, a un certo punto, si sarebbe lasciato andare alla tentazione di far friggere gli amplificatori.

Ma mettiamo subito le cose in chiaro: questa è una svolta, mica un tradimento. Il poeta sommesso è ancora lì, ma a questo giro prova a lasciare che il fuzz risuoni dietro alle parole. Insomnia infatti conserva la sua intimità lirica inconfondibile, anche se stavolta le parole arrivano frusciando e crepitando, quasi pure le chitarre fossero smaniose di qualcosa di nuovo quanto il loro padrone. Nascosto il menestrello folk solitario, chiuso in una stanza buia, ecco un viandante ancora assorto eppure ben desto che cammina tra tremule insegne fluorescenti e strade vuote. Non serve il titolo per capire che è una canzone da ore piccole, eppure l’autore lo ribadisce comunque – e tanto meglio, visto che l’insonnia è l’unico disturbo che non si cura dando un nome alle cose.

Versi come «the haunted 7-Eleven’s open all night» evocano surreali immagini oniriche di veglia tuo malgrado, in cui i campi del Sussex si sciolgono nelle luci al neon di Los Angeles: un collage nervoso di memoria e stanchezza. Questa sovrapposizione di paesaggi appare più ampia rispetto al lavoro più raccolto a cui il musicista inglese ci aveva abituato, e il suono le va dietro: ronza, ribolle, non sommerge, piuttosto avvolge la voce come pensieri statici che non riesci a spegnere. È – appunto – la privazione del sonno in forma sonora: ripetizione, alterazione, la mente che si rosicchia da sola ai margini.

A sorpresa, ciò che incombe leggero è lo spettro dei Grandaddy: quella miscela di malinconia spaziale e overdrive caldo, la confortante compagnia di gente triste che trova metafore cosmiche per la propria tristezza. Henson pesca in quella linea, ma con il suo taglio personale: meno facezia, più confessione fragile, pur con un pizzico di autoironia che si insinua tra le pieghe. Come se le ansie digitali di The Sophtware Slump fossero state ricablate attraverso gli input e gli output dei suoi fantasmi privati.

Insomnia non ha i mezzi per risolvere nulla, né deve farlo. Ti mostra semplicemente il soffitto alle quattro del mattino, ci mette sotto una distorsione soffice e ti chiede se vuoi restare vigile ancora un po’. Non ti farà dormire meglio, ma è un’alternativa più sopportabile rispetto alla classica conta delle pecore. La prova che anche i perennemente irrequieti possono trovare il loro modo di sognare.

keaton henson 

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